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Giornalismo: «Con il precariato senza diritti a rischio il futuro della professione»

Guido Bossa * il . Diritti, Giovani, Informazione, Politica, Società

Intervenendo alla presentazione in Fnsi della ricerca promossa dall’Unione pensionati, Giancarlo Tartaglia, segretario della Fondazione Murialdi ha lanciato l’allarme: «La crisi che stiamo vivendo può portare alla fine del giornalismo». Una possibile soluzione? «Ricostruire la consapevolezza di una categoria che oggi viene meno».

Intervenendo venerdì 24 giugno 2022, nella sede della Fnsi, alla presentazione di “Giornalisti fra passato e futuro”, la ricerca promossa dall’Unione nazionale giornalisti pensionati, Giancarlo Tartaglia, segretario generale della Fondazione Murialdi, ha lanciato un allarme sul futuro del giornalismo professionale, insidiato dal prevalere di forme di lavoro parasubordinato e precario, favorite da improvvidi interventi legislativi e dalla complicità degli editori, che stanno compromettendo la centralità delle redazioni.

Rilevato che il tema della ricerca ricalca i compiti che la Fondazione Murialdi si è dati – studiare il passato, raccogliere la memoria, delineare il futuro della nostra professione – Tartaglia ha sostenuto che il passaggio fra passato e futuro presenta più incognite: «La crisi che conosciamo non è dovuta ad una contingenza, ma a un dato strutturale che può portare alla fine del giornalismo come professione. C’è un dato nella ricerca che lo spiega bene, ed è l’età del pensionamento. Solo il 23,8% dei rispondenti è andato in pensione con il raggiungimento dell’età di quiescenza; il 43,4% è andato in pensione per anzianità, il 30% con i benefici della legge 416. Da queste cifre nascono a catena la crisi dell’Inpgi e la crisi della professione».

Tartaglia ha poi citato i dati relativi alle gestioni previdenziali dei giornalisti: 43-45mila iscritti alla gestione separata (liberi professionisti), 15mila alla gestione principale (lavoratori dipendenti): «La sperequazione – ha commentato – fotografa il cambiamento della professione e di conseguenza come sia cambiato il modo di fare i giornali».

C’è una precisa responsabilità del legislatore, che «ha inventato la figura del co.co.co. il collaboratore coordinato e continuativo, un ibrido che è a mezza strada fra il lavoratore autonomo (il collaboratore) e il lavoratore subordinato, il redattore. Un tempo, e anche nel contratto di lavoro, la distinzione era chiara, ma l’introduzione della figura del co.co.co. ha creato un terzo protagonista del lavoro giornalistico che complica tutto, perché la sua opera integra elementi tipici del lavoro subordinato, ma senza i diritti, la retribuzione, la contribuzione corrispondente».

Se si aggiunge che alcune sentenze della Cassazione hanno stabilito che nel lavoro giornalistico «l’elemento della subordinazione si è affievolito», ecco che il quadro delle compatibilità è saltato, e gli editori ne hanno approfittato, puntando per la produzione dei giornali sul lavoro parasubordinato, dove il prestatore lavora come un subordinato ma senza averne i diritti. Si arriva così al paradosso: «Cresce la società dell’informazione in presenza di una crisi della professione, cade l’informazione professionale: il Contratto nazionale di lavoro non si rinnova dal 2014 per il semplice motivo che gli editori chiedono una riduzione del 30% del costo del lavoro che, con i prepensionamenti, è già calato».

La crisi, ha aggiunto Tartaglia, ha investito l’intero comparto editoriale, in tutte le sue componenti, non solo quelle giornalistiche: «Gli editori sono scomparsi, non abbiamo più una controparte datoriale, la Fieg latita, restano i singoli editori, e sul versante del lavoro, con la combinazione tra freelance e co.co.co. viene meno la centralità della redazione, anche per responsabilità dei giornalisti. Durante lo smart working, la Fnsi ha sostenuto la centralità della redazione come luogo di lavoro collettivo, ma oggi molti colleghi preferiscono lavorare da casa».

La ricetta? Tartaglia non ha dubbi: «Ricostruire la consapevolezza di una categoria che oggi viene meno, riflettere su questo mutamento strutturale, gestire il cambiamento tutti insieme. La crisi si aggrava nel momento in cui ognuno pensa di risolvere il problema personalmente, comportandosi come i polli di Renzo che si beccavano fra di loro mentre venivano condotti al macello».

* Presidente dell’Unione nazionale giornalisti pensionati (Ungp), organismo di base della Fnsi

Fonte: Fnsi

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