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I beni confiscati alla mafia siano di tutti, anche dei disabili. Ecco una proposta

Gian Carlo Caselli e Maria José Fava * il . Associazioni, Mafie, Piemonte

 

L’iniziativa di «Libera», «Beni liberi da ogni barriera», prevede un crowdfunding sulla piattaforma Starteed per dotare Cascina Caccia di un montascale, Cascina delle Rose di una rampa di accesso e la Villa di San Giusto di un “orto rialzato” accessibile

L’impunità della mafia (prima pressoché totale) finisce nel 1982 con la legge Rognoni – La Torre imperniata su due caposaldi: il reato associativo (416 bis) e l’attacco ai beni mafiosi, sporchi per il sangue versato dai boss. Su questo secondo versante alla legge – pur ottima –  mancava qualcosa, nel senso che i beni confiscati rimanevano “improduttivi”, destinati a coprirsi di ruggine e ragnatele. Per cui il mafioso di turno aveva buon gioco a dire che prima quei beni producevano ricchezza per lui ma anche per altri (il mafioso si guardava bene dal dire che erano briciole), mentre dopo niente più e per nessuno. Così la bestemmia che la mafia dà lavoro aveva un certo ascolto.

Proprio partendo da questa bestemmia (per un prete un paradosso!) Luigi Ciotti,  con “Libera”, raccolse un milione di firme affinché il Parlamento approvasse una legge per la destinazione a scopi socialmente utili dei beni confiscati ai mafiosi. La “pressione” irresistibile di un’iniziativa popolare di massa fece sì che il Parlamento approvasse all’unanimità (e non c’era Draghi…) la legge 109 del 7 marzo ‘96, che rappresenta una indiscutibile vittoria dello Stato contro le mafie. La dimostrazione che l’antimafia è anche legalità che paga, in termini di restituzione alla cittadinanza del “maltolto”,  cioè di parte di quel che le mafie rapinano alla cittadinanza vampirizzando le risorse disponibili.

Seppur con molte e gravi difficoltà, la legge  sta producendo effetti positivi in tutta Italia, Piemonte compreso. Facciamo alcuni esempi, per chiarire quale valore abbia questa legge.

A Bardonecchia, primo comune commissariato per infiltrazione mafiosa nel centro-nord Italia nel 1995, gruppi organizzati (scout, associazioni, parrocchie) possono oggi soggiornare in una villetta rossa denominata “Alveare”, villetta dove un tempo risiedeva Ciccio Mazzaferro, storico boss della ‘ndrangheta insediatosi in Val Susa.

A Volpiano, teatro di una faida di mafia negli anni ’90, nei locali che erano di proprietà di due pluripregiudicati legati alle ‘ndrine, vi è oggi una caserma dei Vigili del fuoco.

In un piccolo comune dell’alessandrino, Bosco Marengo, in un bene appartenuto alla mafia siciliana oggi c’è un produzione agroalimentare  che sperimenta il metodo della  idroponica (coltivazione fuori del suolo),  utilizzando pesciolini che arrivano da tutto il mondo.

A San Sebastiano da Po, un cascinale  strappato  alla famiglia di Domenico Belfiore, condannato come mandante dell’omicidio di Bruno Caccia, Procuratore Capo di Torino, è sede dal 2008 di una comunità di giovani: vi si produce miele e si coltivano nocciole (per un buon torrone); si  organizzano percorsi di educazione alla responsabilità, campi, eventi culturali.

Ricordiamo anche Casa delle Rose nell’astigiano, confiscata a Francesco Pace, imprenditore di spicco della criminalità trapanese,  dove una  comunità accoglierà presto  donne vittime di violenza.

E ancora la villa di San Giusto Canavese, appartenuta al narcotrafficante Nicola Assisi, dove sta sorgendo una comunità famiglia per disabili.

Tutti questi esempi sono altrettante evidenze dei risultati che si possono raggiungere quando l’azione di contrasto alle mafie si fa sinergica: quando magistratura, istituzioni e società civile fanno squadra si può vincere.

A volte, però, nonostante il grande lavoro corale per riportarli a nuova vita, i beni confiscati non sono completamente attrezzati per permettere a persone con disabilità psico/motorie di partecipare agevolmente alle attività che essi ospitano.

Di qui un progetto di “Libera Piemonte”: dotare Cascina Caccia di un montascale; Cascina delle Rose di una rampa di accesso; la villa di san Giusto di un “orto rialzato” accessibile anche ai disabili.

Per farlo, “Libera Piemonte” chiede a tutti noi di contribuire, ognuno per quanto può, per raccogliere 10.000 euro. Lo chiede a tutti perché i beni confiscati  sono beni comuni, appunto di tutti.

L’iniziativa di “Libera”, che si intitola Beni liberi da ogni barriera”, prevede un Crowdfunding sulla piattaforma Starteed. Visitando il sito https://beniconfiscatipiemonte.starteed.eu/ si può partecipare.

E’ il  modo migliore  per “festeggiare”  i 25 anni che la  legge 109/96  compirà fra breve

* Fonte: Corriere della Sera – Torino, 21/02/2021

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Restituiti, a tuttə, la campagna sull’accessibilità dei beni confiscati

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