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Il caso Catania: un’antimafia possibile

Ignazio Fonzo * il . Criminalità, Giovani, Giustizia, Mafie, Sicilia

Le strategie investigative e l’organizzazione giudiziaria, in sinergia con una polizia giudiziaria preparata, possono creare un esempio virtuoso di contrasto al crimine organizzato. Il caso Catania, crocevia negli anni di interessi criminali, economici, politici, grazie alla memoria storica di una Procura particolarmente impegnata, suggerisce riflessioni e considerazioni di ordine sociale di un contesto difficile, dove si rinnovano i fattori criminogeni, coinvolgendo le nuove leve del crimine organizzato.  

Le Direzioni Distrettuali Antimafia, frutto di un’originale idea di Giovanni Falcone, furono istituite introducendo il comma 3 bis all’art. 51 cpp con D.L. 20/11/1991 nr 367 convertito nella legge 20/1/1992 nr 8.

La DDA della Procura di Catania, costituita sulla base del c.d. pool di sostituti procuratori che già in precedenza si occupavano di contrasto al crimine organizzato, andò a regime, con pienezza dei suoi componenti, nel biennio 1992/1994.

Nel periodo tra il 1994 ed il 2006, oltre ad impegni soprattutto processuali, ciò che maggiormente segnò l’esperienza di quegli anni fu la sensazione – probabilmente infondata alla luce di quanto si dirà di qui a breve – che il contrasto investigativo e processuale potesse portare a risultati decisivi e definitivi nei confronti del crimine organizzato, in particolare per quanto riguarda gli aspetti “militari” dell’agire delle varie consorterie criminali che imperversavano nel territorio etneo (nella sola Catania, fino alla metà degli anni novanta si viaggiava alla media di 120/130 morti l’anno nelle varie faide mafiose).

Nel giro di alcuni anni, grazie allo sforzo ed alla sinergia tra magistratura e polizia giudiziaria ed alle numerose collaborazioni di appartenenti alle organizzazioni criminali, quanto meno sul piano della violenza quotidiana e del numero dei morti assassinati, la situazione fu ribaltata.

Le esecuzioni si azzerarono; centinaia furono gli ergastoli irrogati, i principali capi delle organizzazioni, cui fu applicato il regime detentivo del 41 bis O.P., furono posti in condizione di non impartire ordini e direttive.

Si raggiunse la convinzione, forse presuntuosamente, che il più fosse stato fatto, che da quel momento in poi si sarebbe trattato di gestire l’“ordinaria amministrazione” e soprattutto ci si convinse illusoriamente che le diverse organizzazioni criminali che agivano nel territorio della Sicilia orientale (profondamente diverse da quelle operanti in Sicilia occidentale, ma questo è discorso troppo lungo per poterlo affrontare in questa sede) avessero perso la capacità di rigenerarsi e ricostituirsi perché maturata la consapevolezza, da parte degli strati sociali ove in genere si reclutavano (e si reclutano) nuovi sodali, che il crimine  organizzato non fosse prospettiva giusta per chi tutti i giorni doveva e deve fare il conto con le difficoltà del vivere.

In realtà, in primo luogo si è potuto constatare come, malgrado le innumerevoli condanne precedenti, la stragrande maggioranza di coloro che avevano finito di scontare le pene inflitte erano tornati nuovamente, taluni anche in età ormai avanzata, a ricoprire gli stessi identici ruoli ed a commettere le medesime azioni per le quali avevano scontato la pena inflitta; ciò dovrebbe far riflettere, innanzitutto,  sulla funzione non solo retributiva ma anche emendatrice della pena.

Non solo: sembra evidente che anni di manifestazioni antimafia e di cultura antimafia non hanno sortito, almeno non del tutto, l’effetto sperato.

Infatti recenti accadimenti ed i conseguenti accertamenti investigativi hanno consentito di verificare che le organizzazioni criminali operanti in territorio urbano di Catania (in particolare il Clan Cappello/Bonaccorsi e quello dei Cursoti Milanesi) hanno mantenuta intatta la capacità di attrarre e reclutare, con la prospettiva di facili ed immediati guadagni, giovani “ millenials” (ossia nati tra la fine del secolo scorso e gli inizi degli anni 2000) affascinati, se non abbagliati, dalla personalità fuorviante e deviante di vecchi “ capi bastone”, taluni anche da decenni in stato di detenzione, che – malgrado le ripetute e pesanti condanne subite –  continuano a perseguire la strada dell’illegalità e del crimine.

Dette giovani leve, come si è avuto modo di verificare anche di recente, appartengono a nuclei familiari, residenti in quartieri periferici e degradati delle aree urbane di Catania (e Siracusa), che vivono percependo c.d. Reddito di cittadinanza.

Al riguardo si può osservare che le aree urbane marginali (secondo la più nota forma inglese “Distressed Urban Areas”) nel contesto territoriale catanese si connotavano e purtroppo si connotano ancora oggi per particolari situazioni di sottosviluppo in contesti sviluppati; secondo la definizione data dall’OCSE queste sono aree che si trovano all’interno delle città nelle quali vi sono notevoli condizioni di arretratezza rispetto alla città stessa e alla media nazionale; in queste parti di città si registrano tuttora criticità che fanno in modo che servizi, livelli di vita e risorse, considerati normali nel resto della cintura del centro urbano, siano qui permanentemente assenti o pesantemente limitati.

E’ indubbio che in dette aree della città metropolitana si registrano standard di vita di gran lunga inferiori alla media nazionale e del centro cittadino, in particolare si evidenzia che :

– in dette zone si ha arretratezza multidimensionale, che comprende cioè vari ambiti della vita sociale (disoccupazione, criminalità, degrado sociale ed ambientale, bassi livelli di alfabetizzazione, analfabetismo di ritorno);

– dette aree sono facilmente riconoscibili, cioè si distinguono a vista d’occhio dal resto della città sia da coloro che vi abitano, sia dai non residenti, trattasi di veri e propri “quartieri ghetto”;

– si ha presenza di circoli viziosi che perpetuano queste condizioni di sottosviluppo.

Non è superfluo sottolineare che dette aree sono quasi interamente costituite da fabbricati di edilizia popolare, suddivise in più zone abitative, con diverse caratteristiche costruttive.

Detti quartieri, come noto dopo l’adozione del PRG di Catania (Piccinato), furono costruiti oltre la cerchia della periferia urbana allora in piena espansione, a tutt’oggi risultano essere delle entità separate rispetto alle aree circostanti. I fabbricati si caratterizzano per la loro peculiare struttura architettonica (cosiddette insulae). Alla vastità e all’intensività dell’insediamento di edilizia popolare, si aggiunsero ritardi burocratici e disattenzione politica che portarono a una occupazione non legittima degli alloggi e alla mancata realizzazione di molte fondamentali opere di infrastrutturazione primaria e secondaria: in parte dei quartieri mancano ancor oggi servizi essenziali. A ben poco sono serviti gli insediamenti nei quartieri di strutture sportive (ad esempio il PalaNesima, palasport costruito nel 1997 in occasione delle Universiadi ) oggetto di ripetute vandalizzazioni.

Detti quartieri sono da sempre afflitti da gravi problemi di degrado architettonico (per la quasi totale assenza di manutenzione sui fabbricati) specchio del  degrado sociale, con alti tassi di dispersione scolastica, microcriminalità e infiltrazioni mafiose. Nonostante le varie denunce dei media e l’impegno delle istituzioni scolastiche, religiose e del volontariato, la situazione rimane allarmante con ripercussioni sul controllo effettivo

Queste considerazioni rimangono strettamente attuali ove si consideri la circostanza che giovani provenienti da contesti ambientali come quelli sopra descritti subiscono ancor oggi “il fascino del male” (come fu definito quello esercitato dal noto trafficante di stupefacenti sudamericano Pablo Escobar) e fanno a gara per arruolarsi nelle organizzazioni mafiose; si deve dunque imporre una seria riflessione sull’efficacia general preventiva della attività investigativa e processuale, necessariamente successive alla perpetrazione dei fatti criminosi, che senza un’adeguata politica sociale e culturale – certamente non demandabili all’ autorità di polizia o a quella giudiziaria – determineranno la perdita pressoché definitiva di fasce di popolazione, difficilmente recuperabili al consesso civile, con ciò determinando la sconfitta dei tanti impegnatisi, a partire quanto meno dal 1992, per giungere alla definitiva scomparsa del crimine organizzato, flagello  che ha ammorbato, e ammorba tuttora,  il Paese.

* Procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Catania

Fonte: Giustizia Insieme

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