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Il giornalismo è un’opera comune

Raffaele Fiengo il . Informazione, Società

redazioneProsegue il dibattito sull’uso dello smart working nel lavoro giornalistico aperto dalla Fondazione Paolo Murialdi per il giornalismo con un intervento del Segretario Generale della Fondazione Giancarlo Tartaglia.

Di seguito, ecco il contributo di Raffaele Fiengo, componente del Comitato Scientifico della Fondazione.

“Working at home” durante le settimane paurose del Coronavirus è stato l’unico modo per portare in edicola e nelle case (dove eravamo tutti rinchiusi salvo brevi uscite ammesse per cibo, farmaci, giornali e sigarette) l’informazione qualificata, bene primario. A Milano ho fotografato più volte la fila all’edicola e mi ha scaldato un po’ il cuore. Pensare però che sia stato scoperto, come una mela caduta da un albero, un nuovo modo di fare i giornali (economico e innovativo) porta su una strada sbagliata.

Esiste un principio solido, collaudato, una costituzione materiale del giornalismo: “L’impostazione del lavoro giornalistico è il frutto di un’opera comune, al quale ogni giornalista è chiamato a partecipare secondo le sue competenze. Il direttore, e chi lo rappresenta, ha una funzione di guida che esercita solidalmente con l’intero corpo redazionale, nel riconoscimento delle rispettive prerogative”.

Questo testo fu emanato (verso la fine della breve “primavera di via Solferino”) da Piero Ottone, il 4 aprile del 1972: è una frase dello “Statuto del giornalista” e ha avuto anche un bagno giuridico che lo ha reso carattere non transitorio della testata “Corriere della Sera”.

Ma non si tratta di una nostalgia tirata fuori da un archivio, né vale solo in via a Solferino, nei grandi media. Non è un fatto del passato.

Appena qualche mese fa, il 16 novembre, Jay Rosen, che insegna alla New York University, aprì una discussione molto partecipata chiedendosi in che cosa consista la cultura della newsroom, della redazione. Lo fece con una serie di tweet in successione, un “thread”. Partiva così: “By newsroom culture I mean the beliefs, attitudes and styles that young journalists acquire as they learn to be pros. An occupational culture is absorbed by people more than it is taught to them. It is neither a conscious nor a fully unconscious possession, but semi-conscious”.

E’ venuto fuori che se un giornalista entra a far parte di una redazione in pochi giorni diventa parte integrante e attiva di quella “cultura”. Questo fatto è riscontrabile in ogni dimensione e forma, dalle più piccole radio locali, ai siti grandi e piccoli. In alcuni casi à assai forte e trova un riferimento chiaro in una persona, come accade ancora a Milano con Piero Scaramucci.Lo scambio e l’arricchimento continui sono il dato prevalente.

Ma in che senso un giornale, stampato o realizzato in qualunque altro linguaggio, radio, televisivo o web, è “una opera comune”? Come viene fuori in concreto?

Basta osservare la fabbrica delle notizie nella sua dinamica reale per scoprire che è così, perfino se prendiamo in considerazione un singolo articolo. Infatti nei casi di riconosciuta qualità non è nemmeno prevista necessariamente la firma, come è scritto nella storia di testate come Time e l’Economist.

In Italia, l’organizzazione attuale ha preso corpo cinquant’anni fa quando è caduto l‘“organigramma verticale”, il giornale che nasceva da una piramide a scendere, dal vertice ai luogotenenti: il direttore convocava il capocronista, poi il capo della Politica, quello dell’Economia, il responsabile degli Interni e degli Esteri. E dava disposizioni. Il giornale insomma nasceva e prendeva corpo dall’alto.

Questo modello non è caduto per la “rivolta delle redazioni”, che pure c’è stata, per la volontà dei giornalisti di essere giornalisti dopo il Sessantotto. E’ stata una necessità naturale per il numero crescente delle pagine e dei temi.

In forme simili, in tutte le realtà, un “nuovo modo di fare il giornale” si vede, fin dalla riunione del mattino o del primo pomeriggio,  con i capi di tutte le sezioni chiamati attorno a un tavolo che annunciano il menù del giorno in base alle notizie che sono arrivate e si stanno sviluppando.

E’ quasi misurabile il valore dello scambio delle diverse sensibilità e competenze che si incrociano e si influenzano, anche con una battuta, nella dinamica della “conference room”, la “riunione”. Restiamo sulla carta stampata. Ma vale per tutti i media.

Seduti attorno a un tavolo troviamo: Interni  – Politico – Esteri – Cronaca cittadina – Cultura e tempo libero – Economia e lavoro – Spettacoli – Cultura – Weekend/Sabato e Domenica – Scienze – Sport – Ufficio romano (per testate lontane dalla Capitale) – Magazine (quando c’è) – Salute – Online – Grafica – marketing (talvolta).

E’ talmente importante, decisivo, per capire come nasca l’“opera comune”, che ho sempre letto agli studenti gli appunti presi su un quadernetto il 12 settembre del 2001 durante la riunione in sala Albertini. In quel caso (nel giro di pochi giorni) nacque addirittura un nuovo linguaggio dei quotidiani, a incominciare dalle frasi di citazioni messe in cima a tutte le molte pagine ogni giorno.

L’inizio della riunione spesso è dedicata al confronto con gli altri giornali in edicola, è spesso necessariamente impietosa.

Sul momento, non tutti apprezzano, perché la trasparenza ha dei costi umani, anche personali. Le brutte figure sono inevitabili e gli incidenti sono frequenti. Non solo per i “buchi”. Un esempio: tutti scrivevano tranquilli che nei cortei dei primi anni Settanta si gridava “Basco nero, il tuo posto è il cimitero”. Giampaolo Pansa diceva “Attenzione!” (e aveva ragione). E finiva talvolta in lite. E non dico quando il “Corriere” mise una bistecca in prima pagina… Ma il giornale come “intellettuale collettivo” faceva un balzo in avanti. Per favore, nessuno pensi che con Zoom sia la stessa cosa.

Questo cambiamento, però, non è un processo lineare in Italia perché il giornale, a parte l’assenza di libertà del ventennio fascista, né prima né dopo ha chiara la vocazione ai fatti per permettere una autentica formazione dell’opinione pubblica in una democrazia. Talvolta questo accade, in circostanze eccezionali. Il caso Moro, l’uccisione di Falcone e Borsellino, un grande pericolo. Ma nella sua vita quotidiana il giornalismo (a partire dall’Ottocento) fornisce soprattutto ai ceti dirigenti e dintorni le “idee”, gli strumenti e gli elementi per dispiegare il campo di forze qual è. Il numero delle copie vendute in Italia, sempre fanalino di coda, dice questo.

Comunque mentre questo rinnovamento avveniva ho potuto vedere e analizzare in tempo reale sul luogo molti modelli da tenere presente: New York Times, Washington Post, Chicago Tribune e Los Angeles Times. In verità ho proprio cercato di copiare la macchina dove funzionava meglio. E ho sempre trovato l’opera comune in costruzione continua.

Per essere onesti la sostanza del ruolo dei giornalisti nella costruzione comune in Italia veniva tuttavia diminuito già nell’organizzazione prevista.

Avevo visto negli Stati Uniti un sistema molto semplice e funzionante, nei grandi quotidiani.

Ogni sezione del giornale avviava in proprio tutto quel che succedeva sotto il proprio tema. Metteva in moto i giornalisti, chiedeva gli articoli, valutava il peso delle notizie. Questo richiedeva una notevole caratura del capo della sezione. Per rendere l’idea, il famoso Bob Woodward del Watergate, dopo il clamoroso successo, faceva il capo cronista con le sue human stories.

Quando nel pomeriggio il giornale incominciava a prendere forma, il centro decisionale passava al direttore e si suoi collaboratori che avevano letto-valutato-discusso   nella riunione del pomeriggio, sul peso e la collocazione delle notizie e degli articoli, dopo i confronti. E calavano la parola finale. A partire dalla Prima pagina.

Niente di tutto questo nella traduzione italiana, quasi dappertutto. Il più naturale dispiegamento in tutti i redattori della professione dei singoli (e del suo valore aggiunto civile ed economico) veniva visto come assembleare, se non sovversivo.

Certe pratiche (come siglare ogni notizia con le agenzie o red.est, o mettere i nomi del fotografo) sono via via cadute. Eppure erano importanti. Se pubblico una notizia di un premio insignificante è giusto che la redazione culturale se ne assuma la responsabilità con un “(red. cult.)”.

Il discorso scivola verso una perdita di peso del giornalismo nel prodotto.

L’espansione del marketing e le forme ibride della pubblicità nativa sono un fatto con cui si devono fare i conti. E i redattori coinvolti si sforzano di farli con onestà. Nè mancano articoli pregevoli, servizi e inchieste come fiori su un brutto muro. Ma non possiamo nasconderci che, dall’anno 2000, con il crollo progressivo di  pubblicità e copie la cosiddetta “informazione di confine” ha conquistato molti spazi.

Non riesco a essere contrario all’allargamento di notiziabilità che porta in forme nuove i marchi aziendali. Vado proponendo diverse ricerche su questo con il rispetto dovuto a iniziative e modi che assicurano introiti decisivi. Nemmeno quando ho visto supplementi giornalistici con il nome di una ditta come testata ho gridato allo scandalo.

Però rilevo che lo squilibrio c’è. E ha conseguenze gravi. Anche di fronte alle notizie più clamorose, quando la redazione individua il da farsi.

Un caso. Nella pandemia (35 mila vittime in Italia) alcune fonti non hanno mai reso pubblici dati fondamentali per la comunità: i contagi e le vittime nel territorio. Erano informazioni vitali (per il tracciamento dei contatti) per capire dove e come si sviluppava in modo tragico il morbo. I giornalisti, il giornale poteva (doveva?) cercare in proprio queste notizie, nelle diverse città, negli ospedali. Certo con molti giornalisti mandati sul campo senza ritorno di guadagno immediato.

L’idea di affiancare i cittadini nel mare disordinato, e non sempre leggibile, della comunicazione ha a che fare con il funzionamento della democrazia. La possibilità di “sapere e deliberare” da parte di tutta la società è sempre aumentata da Gutenberg in poi, con lo stampare, la radio, la televisione e ora con il digitale e l’accessibilità generale del web.

Ma questo una società deve volerlo. Una disinvolta accettazione di “Docking station” con giornalisti a turno, sull’onda di risparmi possibili, approfittando della necessità di distanziamento sociale, va nella direzione opposta rispetto alla domanda di più giornalismo indipendente che ha il cuore proprio nelle newsroom.

Assomiglia troppo a “mandiamo a casa i giornalisti”.

Fonte: www.fondazionemurialdi.it

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