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Aggressione Mazzola: boss Laera rinviata a giudizio, ammesse sette parti civili

Marilù Mastrogiovanni * il . Informazione, Mafie, Puglia

MAZZOLA ANPI 2020-02-20 at 16.24.44Monica Laera, boss del clan Strisciuglio di Bari, e moglie del boss Lorenzo Caldarola, dello stesso clan, è stata rinviata a giudizio, con rito abbreviato, per l’aggressione a Maria Grazia Mazzola, inviata speciale del Tg1.

Il gup giovanni Anglana ha accettato la costituzione di sette parti civili su dieci richieste: Maria Grazia Mazzola, Ordine nazionale dei giornalisti, Federazione della stampa italiana, Associazione Stampa romana, Comune di Bari, Rai, Libera.

La pm Lidia Giorgio della Direzione distrettuale antimafia di Bari contesta a Laera l’articolo del codice penale 416 bis, perché la minaccia di morte e l’aggressione fisica a Mazzola avevano l’obiettivo di controllare il territorio, cioè il quartiere Libertà, facendo pesare il suo status di mafiosa e di moglie di mafioso.

Laera dopo l’aggressione era stata intervistata dal Tgr Puglia: al microfono di Leonardo Zellino, oggi al Tg2. La boss del quartiere Libertà aveva chiesto scusa per l’aggressione, adducendo come scusante il fatto che fosse sconvolta per la morte della nonna.

Questa intervista è stata utilizzata, nel corso dell’udienza filtro, dall’avvocato dell’imputata, che ha cercato di opporsi alla costituzione di parte civile della Rai, adducendo l’argomentazione che, dal momento che Laera ha chiesto scusa alla giornalista nel corso dell’intervista svoltasi presso la stessa abitazione di Laera, la Rai non si potesse sentire offesa o danneggiata.

Circostanza grave e significativa del fatto che per scrivere di mafia servono attrezzi del mestiere affilati, oltre che memoria storica, per non confondere l’opinione pubblica, omettendo nel racconto dettagli importanti come la condanna definitiva per mafia di Laera.

Chi è Monica Laera

Monica Laera è una boss del clan Caldarola-Mercante, articolazione dello storico clan Strisciuglio. Condannata in via definitiva per associazione mafiosa e soggetto socialmente pericolo secondo i giudici della Cassazione, è moglie del boss barese Lorenzo Caldarola, madre di Ivan, imputato per violenza sessuale verso una bambina di 12, in carcere per estorsione e detenzione di armi.

Lorenzo Caldarola, ristretto in carcere, è condannato in via definitiva per mafia (416 bis).

Francesco, uno dei figli di Laera e Caldarola, in carcere, è condannato in via definitiva per omicidio, ed è sposato con la figlia di Giuseppe Mercante, boss dell’omonimo clan, arrestato per mafia due mesi dopo l’aggressione di Mazzola.

La moglie di Giuseppe Mercante è quella Angela Ladisa che insieme a Monica Laera era presente sul luogo dell’aggressione in via Petrelli. Ladisa, nello stesso procedimento, è accusata di aver aggredito verbalmente, offendendone l’onore e il prestigio, i poliziotti intervenuti sul luogo dell’aggressione e chiamati dalla giornalista. Anche Angela Ladisa è stata rinviata a giudizio.

I fatti

Maria Grazia Mazzola il 9 febbraio 2018 era in via Petrelli perché stava realizzando “Ragazzi dentro”, un’inchiesta di 50 minuti andata in onda su Rai1 sulla crescente militarizzazione del quartiere Libertà da parte dei clan che affiliano i ragazzini e sul tentativo di strapparli ai loro tentacoli da parte di don Francesco Prete. Con il cameramen, e attrezzata di telecamere nascoste, si è recata in via Petrelli, strada dove risiede la famiglia Caldarola, per raccogliere notizie sul rinvio a giudizio del figlio di Laera, Ivan, per violenza sessuale su una bambina.

Laera, uscita per strada dove si trovava Mazzola con il cameraman, ha inveito contro la giornalista, aggredendola con un pugno, minacciandola di morte con la frase: “Ehi non venire più qua che ti uccido”. Mazzola ha riportato danni permanenti e certificati all’orecchio sinistro e alla mascella.

Le accuse

La pm Lidia Giorgio della Direzione distrettuale antimafia di Bari ha contestato a Monica Laera vari reati: minacce, lesioni aggravate, associazione mafiosa. La DDA di Bari contesta l’articolo del codice penale 416 bis, perché la minaccia di morte e l’aggressione fisica avevano l’obiettivo di controllare il territorio, cioè il quartiere Libertà, facendo pesare il suo status di mafiosa e di moglie di mafioso.

L’aggressione dunque, secondo la Procura, non è stata la conseguenza di uno “sfogo” seguito ad un alterco tra due persone, ma una modalità mafiosa messa in atto, in maniera plateale, per esercitare il controllo del territorio punendo la giornalista che aveva osato fare domande.

Laera, dopo l’accaduto, ha chiesto e ottenuto il diritto di replica e rettifica, ottenendo di essere intervistata dal servizio pubblico. Una pratica che offende il bene comune dell’informazione: siamo di fronte al servizio pubblico usato come megafono della mafia, in quanto nell’intervista è stata omessa l’informazione sulla sua condanna definitiva per mafia.

Le archiviazioni delle querele

Monica Laera, dopo l’aggressione a Mazzola, ha querelato tre volte la giornalista per alcune interviste rilasciate a quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della sera.

Due delle querele sono state archiviate.

In una delle ordinanze di archiviazione il gip precisa che la condotta di Mazzola è stata rispettosa del cosiddetto “decalogo del buon giornalista”, che le domande non furono insistenti e anzi, “appena accennate”, e che vi fosse un oggettivo interesse pubblico sia sulle vicende giudiziarie del figlio di Laera, su cui vertevano le domande, sia sull’aggressione che ne è seguita.

Inoltre, scrive il gip, i rilievi della Mazzola sul conto della Laera erano pertinenti e veri in relazione sia all’aggressione sia al curriculum criminale della donna. Il giudice ha infine sancito e ribadito la correttezza dell’esercizio del diritto di cronaca esercitato da Mazzola, sottolineando che “è di agevole comprensione l’interesse pubblico alla conoscenza della notizia, atteso che le domande poste dalla giornalista (in realta’ appena accennate, attesa la reazione della Laera) vertevano su di un episodio di cronaca giudiziaria (che vedeva coinvolto il figlio della Laera) e dovevano innestarsi nell’ambito di un programma televisivo sulla devianza minorile”.

«La Puglia, Bari, Lecce, Foggia devono emanciparsi dall’emergenza mafie – ha detto la giornalista – Vanno sostenuti i giovanissimi più deboli, dando loro sostegno e alternative lavorative. Vanno sostenuti gli imprenditori e i cittadini minacciati, gli operatori religiosi dei Salesiani di Bari già minacciati per lavorare sulla legalità. L’informazione libera è il presupposto di un Paese democratico con gli occhi aperti. L’opinione pubblica va informata che c’è speranza per tutti: a partire dai giovani reclutati dai clan» ha detto Mazzola.

I praticanti del master in giornalismo dell’Università di Bari hanno collaborato alla realizzazione di uno “speciale” di Radio Radicale che andrà in onda sabato prossimo alle 15.30.

Il video dell’aggressione a questo link

* Il Tacco d’Italia

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