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La DIA e la criminalità organizzata straniera

Piero Innocenti il . Istituzioni, Mafie

1600x900_1531289983909.DIASeicentoottantotto pagine, inclusi gli allegati, pure importanti, con cui la Direzione Investigativa Antimafia (DIA) ha riepilogato nella sua relazione di alcuni giorni fa le attività svolte e i risultati conseguiti nel primo semestre del 2019 (un arco temporale già lontano!).

Prosegue, così, ormai da quasi un trentennio, la redazione di preziosi documenti di analisi e valutazioni sulla criminalità organizzata e su quella mafiosa in particolare che il Ministro dell’Interno è tenuto a presentare al Parlamento affinché tutti possano avere contezza di quale sia realmente l’ampiezza del fenomeno criminale nel Paese. Anche per adottare quei provvedimenti legislativi o di sollecitazione nei confronti del Governo che si ritenessero necessari per contrastare più energicamente tutte le mafie, italiane e straniere.

In realtà, sul tema, non si vede una speciale attenzione per come stanno andando le cose in Italia che resta, tra i paesi democratici, “il più appetibile per i criminali” (cfr. la relazione conclusiva, approvata all’unanimità, del febbraio 2018, dalla Commissione Parlamentare Antimafia sotto la presidenza di Rosy Bindi).

Intendiamoci, nessuno si sogna di leggere in tali relazioni della sconfitta definitiva delle mafie o anche soltanto di una di esse perché, credo, non accadrà nulla di tutto questo, neanche in questo secolo.

Non è pessimismo, è semplice realismo che deriva anche da una osservazione fatta sui tantissimi episodi attribuiti alla criminalità organizzata almeno negli ultimi cinquanta anni ed anche sulla scorta di esperienze personali dirette.

Ci aspetteremmo, tuttavia, quantomeno una inversione di tendenza per controllare energicamente quella pervasiva presenza delle mafie in casa nostra ma anche in altri paesi che si rileva anche dalla semplice lettura delle relazioni della DIA degli anni passati.

Presenza sempre più ingombrante anche della criminalità straniera che sta cominciando ad annoverare anche quella proveniente dall’estremo Oriente come si legge nell’ultima relazione DIA.

Il riferimento è, per ora, solo ad “alcune tipologie di reati commessi (..) dai cittadini di origine orientale asiatica, provenienti da Paesi in condizioni di estrema povertà” che, in generale, hanno come destinazione finale il Regno Unito ma, diverse operazioni condotte da polizia di stato, carabinieri e guardia di finanza nel 2019, hanno fatto rilevare “una crescente tendenza alla stanzialità in Italia delle comunità pakistane”, le cui “espressioni criminali” hanno interessato le estorsioni, il narcotraffico (eroina, in particolare), il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Resta elevato il livello di pericolosità evidenziato dalla criminalità nigeriana che ha esteso la sua presenza anche in altre aree del territorio nazionale (Marche, Abruzzo, Puglia, Roma) che si “presenta compatta e con una fisionomia del tutto peculiare” pur con le varie “confraternite” (cults) che la compongono e che sono inquadrabili in organizzazioni mafiose come hanno confermato le ulteriori inchieste svolte nei primi sette mesi del 2019 in varie città tra cui Torino, Catania, Caserta, Firenze, Trento, Bologna (in quest’ultima città, nel luglio scorso, la scoperta della “Green Bible” (la Bibbia Verde) contenente indicazioni sulla struttura interna dei Maphite uno dei cults presenti in Italia.

Speciale attenzione della DIA anche alla criminalità albanese (cinque pagine riservate nella relazione, come per la “mafia nigeriana”), che “si conferma tra le più attive in Italia” con una presenza “su gran parte del territorio nazionale, con maggiore concentrazione al Nord e in Puglia per il Sud”.

Preoccupanti non poco “i modelli delinquenziali analoghi a quelli delle mafie autoctone” che ha adottato la criminalità cinese e la “connotazione di mafiosità” riconosciuta in alcuni recenti provvedimenti giudiziari alla criminalità romena.

Non mancano gruppi criminali georgiani, bulgari e ucraini specializzati in reati contro il patrimoni e in perenne movimento su tutto il territorio verso le  zone più ricche.

Uno scenario, alla fine, davvero avvilente che non si riesce a modificare nonostante l’impegno delle forze di polizia i cui organici languono da tempo.

La “pacchia” della criminalità cinese in Italia

Alcuni giorni fa, all’aeroporto di Fiumicino, gli agenti della Polizia di Frontiera aerea, insospettiti dai frequenti viaggi fatti da un giovane cinese in un breve arco di tempo in madre Patria, lo hanno controllato più attentamente scoprendo nel trolley ben 1,2 milioni di euro in banconote da 20 e da 50 euro. Nessuna indicazione è stata fornita sulla provenienza del “tesoretto”.

Ventiquattro ore prima, nello stesso aeroporto, era toccato ad un commerciante, anche lui cinese, in procinto di imbarcarsi su di un volo con destinazione Cina con al seguito un trolley imbottito di banconote di piccolo taglio avvolte in fogli di giornale per un totale di 1,8 milioni di euro. Anche in questo caso silenzio totale sulla provenienza del denaro. Spetterà agli investigatori della Polizia di Stato provare a risalire alla provenienza di tali ingenti somme di denaro non dichiarate al fisco italiano.

E’ possibile che provengano da attività commerciali lecite: in diverse regioni, infatti, ci sono laboratori di confezione di capi di abbigliamento (alcuni clandestini), ristoranti di cucina tipica, centri massaggi e negozi con varie tipologie di prodotti. E’ probabile che siano il frutto, magari solo in parte, di attività della criminalità cinese come il commercio di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione (rivolta non più soltanto alla clientela cinese), l’immigrazione clandestina, le estorsioni in danno di connazionali, la contraffazione di marchi, la vendita di merci contraffatte, il gioco d’azzardo (particolarmente diffuso tra i cinesi il Mah Jong).

Un giro d’affari enorme sul quale già nel 2003 richiamava l’attenzione la Commissione Parlamentare Antimafia che nella relazione annuale elencava le tipologie delle attività delinquenziali svolte dai cinesi in Italia.

Dai due episodi accennati – sicuramente non isolati se si pensa al giovane che aveva fatto una decina di viaggi in Cina in un paio di mesi – si può anche capire come la Cina, che fino al 2012 era la prima destinazione delle rimesse di denaro degli stranieri presenti nel nostro Paese con picchi di oltre 2,7 miliardi euro l’anno, sia scivolata, nel 2018, a soli 28 milioni di euro (cfr. sul punto la relazione della Direzione Investigativa Antimafia-DIA, del secondo semestre 2019 presentata al Parlamento a gennaio 2020).

Indizi che secondo gli analisti della DIA sono espressione di una “capacità imprenditoriale e finanziaria della criminalità cinese” in crescita e che indirizza i flussi monetari “nei canali informali, attraverso il circuito dei bitcoin, chat, app telefoniche e carte prepagate, in modo da aggirarne la tracciabilità”.

Una criminalità lo ricordiamo, che in diverse inchieste giudiziarie (confermate dalla Corte di Cassazione) ha assunto anche le connotazioni tipiche delle organizzazioni mafiose dove resta in vigore la “Guanxi, ovvero una rete assistenzialistica che assicura benefici e servizi, vincolando ancor più ad obblighi di omertà già sussistenti nella comunità cinese per ragioni di natura culturale” (rel. DIA citata).

Aspetti che ricordano bene i modelli delle mafie nostrane e come quelli siano “gerarchicamente strutturati, caratterizzati da una fitta rete di rapporti ramificati sul territorio, a loro volta basati di relazioni che poggiano essenzialmente su un legame familiare-solidaristico”.

Non sono mancate nel corso dei primi sei mesi del 2019 importanti operazioni delle forze di polizia in alcune città tra cui Genova, Milano, Bolzano, Firenze e Prato.

Indagini complesse anche per la comprensione di una lingua che a differenza della nostra e di altre lingue occidentali, non si fonda su di un sistema alfabetico ma è composta da migliaia di caratteri ognuno dei quali rappresentato da una sola sillaba ciascuna delle quali esprime un’idea completa.

Una criminalità quella cinese in fase di progressiva “metastasi” in Italia ed in particolare nelle zone in cui sono presenti le comunità cinesi più numerose  (in Toscana, Lombardia, Veneto, Piemonte, Lazio).

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