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Libera al mio fianco a Bari

Maria Grazia Mazzola il . Giustizia, Informazione, L'analisi, Puglia

mazzola bariDieci costituzioni di parte civile alla prima udienza di rinvio a giudizio contro la mafiosa del clan Strisciuglio che mi diede un pugno il 9 febbraio 2018 a Bari. Come fuochi accesi contro le belve.

In testa Libera con l’avvocata e Vicepresidente nazionale Enza Rando. Poi la Rai, l’Ordine Nazionale dei Giornalisti, l’Associazione Stampa Romana, l’Unione Donne in Italia, il sindaco di Bari Antonio Decaro, il Centro antiviolenza di Lecce Renata Fonte, il centro antiviolenza di Bari Giraffa, l’Fnsi.

Che vuol dire essere aggrediti da un’esponente di punta di un clan mentre indaghi per strada e poni domande? Che vuol dire sapere di non essere sola, ma non certo per le belle parole, ma con i fatti?

Il sostegno di una giornalista, di un giornalista è testimonianza prima di tutto di stima e di vicinanza. Quella solidarietà che conosce le suole consumate per anni a percorrere fatti che riguardano i cittadini, gli ultimi e le vittime, senza paura di rischiare. Non quelle parole vuote di ‘solidarietà che non sostiene’ perché distante, assenza che non ti abbraccia.

Ho avuto il dono di avere attorno ‘amici’ il 16 gennaio al sit-in davanti al Tribunale di Bari, la sincerità e l’impegno antimafia genuino, con la Costituzione italiana nel cuore.

Le cittadine e i cittadini sono la mia scorta civica: dalle parrochie con i Salesiani di Bari con don Francesco Preite, alle chiese evangeliche con il Pastore Battista Dario Monaco, Lazzaro Pappagallo Segretario di Stampa Romana, i ragazzi di Libera Puglia, la Cgil, l’Anpi, il CNCA con Vito Mariella, Marilù Mastrogiovanni, SOSIMPRESA, le Sardine. C’erano le donne, le avvocate. Con Caterina Malavenda avvocata indicata da me all’Ufficio legale Rai.

In aula l’imputata non c’era. Monica Laera condannata nel 2004 per mafia – passata in giudicato – per avere diretto il clan al posto del marito in carcere, ha preferito non farsi vedere. Il suo legale ha preannunciato che chiederà il rito alternativo, punta al minimo della pena: chissà perché, visto che hanno insinuato che si è trattato di una spintonata, in fin dei conti ‘uno schiaffetto’, due donne che ‘si affrontano’ per strada, questa la difesa della mafiosa! Chissà perché la difesa dell’imputata, non vuole un processo ordinario.

Eppure hanno tentato finanche di giustificare con un lutto l’ira della povera signora Caldarola, contro quella molestatrice della giornalista! Non vogliono il processo con il rito ordinario i legali della mafiosa, perché non esiste il reato di ‘lutto con l’aggravante mafiosa’, anche se ci hanno provato a coniarne uno di fresca invenzione.

Quel giorno – il 9 febbraio 2018 – Monica Laera esercitò il controllo del territorio in quanto esponente del clan Strisciuglio, mi aggredì fisicamente con un pugno provocandomi lesioni accertate al pronto soccorso e mi minacciò di morte, questo scrive Lidia Giorgio PM della DDA di Bari nella richiesta di rinvio a giudizio. E la PM Lidia Giorgio si è presentata in aula all’udienza del 16 gennaio.

Il clan Strisciuglio – per quelli che hanno vilmente tentato di sminuire l’aggressione che ho subito – è un clan pericolosissimo. Sanguinario, armato, un clan di estortori, trafficanti di droga, picchiatori, in relazione con l’Albania. Chi mi ha circodata di solidarietà vera, questo lo sa e ha preso un aereo per essere al mio fianco.  Sono stata picchiata dalla Laera in strada, sul suolo pubblico perché l’obiettivo era fermare la mia inchiesta e le mie domande sul figlio, Ivan Caldarola rampollo in ascesa, oggi in carcere per estorsione e detenzione di armi. E’ il silenzio che si voleva ristabilire in via Petrelli nel quartiere Libertà.

Le mie domande hanno disturbato, reclamato verità, fatto rumore. Le domande hanno rotto il silenzio perché la maggior parte ha paura al solo pensiero di attraversare quella strada sebbene sia sottoposta alla sovranità della Costituzione italiana. Il quartier generale del clan è il Libertà di Bari. Un clan che ancora oggi fa pesare il suo condizionamento attraverso i parenti e i componenti che sono molto attivi e reclutano i giovanissimi per le attività criminali. Finanche in parrocchia al Redentore dei Salesiani minacciano, disturbano le attività di don Francesco Preite che invece educa alla legalità i minorenni e i giovanissimi del quartiere.

Trenta pagine la Costituzione di Parte Civile di Libera al processo che mi vede parte offesa, in calce la firma di Luigi Ciotti il Fondatore e di Enza Rando numero due e avvocata. Una donna, una giurista che gira l’Italia instancabile per i processi di mafia con la Costituzione di parte civile, dalla strage quasi dimenticata di Pizzolungo al processo sulla Trattativa Stato-mafia, al Programma Liberi di Scegliere, per ‘salvare’ i figli dei boss a un avvenire di legalità.

Libera non dimentica le più piccole o grandi vittime di mafia, Libera si alza in piedi durante le udienze, si costituisce e punta le domande per la verità e la giustizia. Un lavoro certosino, faticoso di testimonianza. E per la prima volta l’ho vissuto anche io come vittima, parte offesa. Mi sono sentita ‘sollevata’, garantita, tutelata.

Nell’atto di Costituzione di Parte Civile a Bari, si ripercorrono gli efferati omicidi di giornalisti con nomi e cognomi, come un mantra si ricorda la testimonianza sociale e civile dell’Associazione al fianco dei cittadini, l’impegno nelle scuole, nelle università, col prezioso e insostituibile lavoro di Libera Informazione.

Questa è per me la vera solidarietà e vicinanza, fin dall’inizio dell’aggressione che ho subito. Le giornaliste e i giornalisti non possono rimanere soli: ci si espone pubblicamente per la ricerca della verità, per essere vaglio della democrazia. Ecco perché il Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo De Raho ha dichiarato a Ossigeno nel rapporto ‘Molta mafia, poche notizie’, che i giornalisti dovrebbero avere uno status giuridico a parte, di maggiore tutela.

Scrive Libera nella Costituzione di parte civile. “L’odierna parte offesa dott.ssa Maria Grazia Mazzola ha riempito la sua vita e la sua storia di giornalismo di inchiesta ed ha sempre scavato fino in fondo per rendere un servizio pubblico corretto e argomentato; ha sempre illuminato anche laddove era più conveniente per i poteri forti che tutto rimanesse in ombra”.

La prossima udienza il 20 febbraio a Bari.

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