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Violenza di genere, la ministra Bonetti in Fnsi

Fnsi il . Informazione, Lazio

f24031912e9b9868d4ee8f5679eb46ce«Aiutateci a trovare le parole giuste per il nostro agire sociale. A trovare le parole che, condannando i fatti negativi della storia, aiutino le istituzioni e la politica ad affrontarli e superarli. Perché il contrasto alle parole d’odio e alla violenza di genere parte dalla corretta narrazione del fenomeno». Questo l’appello rivolto dalla ministra Elena Bonetti alle giornaliste e ai giornalisti riuniti nella sede della Federazione nazionale della Stampa italiana, a Roma, in occasione del convegno ‘Parole d’odio e violenza di genere’ promosso dalla Cpo Fnsi con Cpo Usigrai, Cpo Cnog e le associazioni Giulia Giornaliste e Articolo21 in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

«Il fenomeno della violenza di genere – osserva la ministra – ha alcune analogie con il fenomeno mafioso: anche in questo caso, si è iniziato ad affrontarlo quando si è iniziato a dire che esiste. Per questo è essenziale che se ne parli e il ruolo dei media in questo senso è fondamentale. Così come fondamentale è una assunzione di responsabilità collettiva».

Nello specifico dei professionisti dell’informazione, prosegue Bonetti, «occorre trovare le parole giuste per raccontare con fedeltà la cronaca, ma anche per interpretare i fatti, per leggere l’oggi e collocarlo nel tempo storico del divenire. L’impegno dei media deve essere quello di fare di questa cronaca e di questa interpretazione un processo storico, perché il modo in cui la violenza sulle donne viene raccontata plasma la percezione del fenomeno e contribuisce a costruire la nostra civiltà democratica».

Per la ministra, «se lo si raccontata male, si distorce il fenomeno. La violenza è la negazione della relazione sentimentale, non una possibile degenerazione dell’amore. Occorre dare il giusto nome alle cose per educare tutti noi ad interpretare e affrontare quello che accade. In questo senso anche la politica ha una responsabilità forte nella scelta delle parole da usare».

La responsabile delle Pari Opportunità si sofferma quindi su un secondo aspetto del fenomeno della violenza sulle donne: «Dietro le notizie, dietro gli episodi di violenza ci sono persone, che vanno difese e tutelate. Bisogna dare voce alle vittime – rileva – ma con rispetto. E spesso anche le giornaliste e giornalisti che danno voce a queste donne senza voce finiscono nel mirino di chi odia e usa linguaggi violenti. Anche per questo è necessario costruire una comunità in grado di riconoscere e apprezzare il ruolo dei media. E qui è necessario che le istituzioni creino nella comunità il senso e la necessità del vostro ruolo».

All’incontro, aperto con la proiezione di un video-intervento della senatrice a vita Liliana Segre e introdotto dalla presidente della Commissione Pari Opportunità della Fnsi, Mimma Caligaris, un nutrito gruppo di relatori e relatrici, fra cui Nadia Monetti (Esecutivo e Cpo Odg), Silvia Garambois (presidente GiULiA), Roberto Natale (Carta di Assisi), Anna Del Freo (segretaria generale aggiunta Fnsi e componente del direttivo della Efj), Monica Andolfatto (segretaria Sindacato giornalisti Veneto), Monica Pietrangeli (coordinatrice Cpo Usigrai), Riccardo Noury (portavoce Amnesty International Italia), Giuseppe Giulietti (presidente Fnsi).

«Va sgomberato il campo da un equivoco: che chi usa parole d’odio, chi offende e diffama lo fa nel rispetto del diritto di espressione. Non è così. Non si può considerare libertà di espressione un reato. Bisogna uscire dall’ambiguità e prendere le distanze da chi in nome dell’articolo 21 della Costituzione incita all’odio», esordisce Giulietti. «Portiamo il Manifesto di Venezia nelle scuole – è l’invito del presidente Fnsi alla ministra Bonetti – e costruiamo fin dalle scuole la cultura del rispetto e della tolleranza. È ancora più importante oggi che pare normale odiare, attaccare chi salva vite, chi rispetta la Costituzione. Occorre fare una battaglia per l’uso corretto delle parole e in questo senso il Manifesto di Venezia rappresenta uno strumento per creare una coscienza nuova».

Giulietti ricorda il laboratorio con l’Università di Padova sul contrasto all’industria dell’odio e lancia una seconda proposta: «Consegniamo il Manifesto di Venezia e la Carta di Assisi alla senatrice Segre e chiediamo di inaugurare i lavori della Commissione con una serie di audizioni di chi contrasta i linguaggi d’odio. Chiederemo al Viminale di dedicare una riunione dell’Osservatorio sulle minacce ai cronisti – conclude – alle giornaliste non solo minacciate da mafia e camorra, ma aggredite per il fatto di essere donne».

In apertura dei lavori, la presidente della Cpo, Caligaris, ricorda la fotografa cilena Albertina Martínez Burgos, trovata cadavere nel suo appartamento di Santiago, in Cile, con segni di percosse e di pugnalate, e la mimo Daniela Carrasco, morta qualche giorno prima, e rimarca come «spesso sono proprio le giornaliste a finire nel mirino degli odiatori della rete».

A Monica Pietrangeli il compito di illustrare com’è nata l’idea dello spot contro la violenza sulle donne realizzato dall’Usigrai. Silvia Garambois, presidente di GiULiA sottolinea che «ogni volta che veniamo messe in difficoltà nel fare il nostro mestiere siamo sotto ricatto professionale». Il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, cita la misoginia presente in rete e racconta il lavoro per arginare gli odiatori che fa quotidianamente Amnesty. Per Elisa Marincola, portavoce di Articolo21, «non basta denunciare: servono buone pratiche e servono sanzioni più severe. A fine gennaio ad Assisi – annuncia – ci sarà il sinodo dei giornalisti dedicato anche a questi temi».

Anna Del Freo ribadisce «l’attenzione a livello europeo sui temi di violenza e hate speech» e il tentativo di «portare in Europa il modello del Manifesto di Venezia». Nadia Monetti anticipa l’intenzione di mettere mano al codice deontologico inserendo principi di tutela della donna nel racconto della violenza. Roberto Natale ricorda che «siamo sotto osservazione a livello europeo per il livello di odio».

Spazio infine alle testimonianze di sei giornaliste finite nel mirino degli hater per il loro lavoro, perché hanno trattato argomenti scomodi o particolarmente ‘divisivi’, ma anche per il solo fatto di essere donne. Dal racconto delle testimonial, Federica Angeli, Angela Caponnetto, Antonella Napoli, Monica Napoli, Stefania Lapenna e Sara Lucaroni, è emersa la determinazione a rispondere all’odio con intelligenza e, citando la senatrice Segre, «senza odio».

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