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Un tetto alle tasse in Costituzione?

Rocco Artifoni il . Economia, Istituzioni, L'analisi

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Forza Italia sta promuovendo una raccolta di firme per presentare una legge di modifica della Costituzione che stabilisca un tetto alla tassazione.

“Lo Stato non potrà mai – ha dichiarato Silvio Berlusconi – per nessuna ragione, imporre una tassazione superiore a un terzo della ricchezza totale prodotta nel Paese durante l’anno né a un singolo contribuente, persona fisica, famiglia o impresa, potrà chiedere più di un terzo dei suoi guadagni”.

Anzitutto, dobbiamo rilevare un problema di calcolo matematico. Da un lato si dichiara “un terzo”, ma in molti articoli promozionali si parla del 30%. La differenza non è banale. Dato che la recente Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza rileva che le entrate dello Stato nel 2018 sono state di 816 miliardi di euro con una pressione fiscale del 41,8%, la differenza tra 1/3 e il 30% ammonta a 65 miliardi di euro. Una cifra che corrisponde al costo annuale degli interessi sul debito pubblico e al doppio della manovra economica per il 2020. Quando si danno i numeri sarebbe opportuno essere più precisi.

Secondo problema: nell’Unione Europea (dati forniti da Eurostat con riferimento al 2017) soltanto l’Irlanda ha una pressione fiscale inferiore al 30% e soltanto le tre repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania) si collocano al di sotto di 1/3. La Francia si colloca al primo posto con una pressione fiscale del 48,4%, mentre la media della pressione fiscale tra i Paesi dell’euro è al 41,4%. Tenendo anche conto che l’Italia ha il più alto debito pubblico in assoluto tra gli Stati europei, la proposta di inserire a livello costituzionale un tetto – del 30% o di 1/3 – alla pressione fiscale è del tutto velleitaria.

C’è un terzo punto che spesso viene travisato o ignorato. L’art. 53 della Costituzione stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. La capacità contributiva non corrisponde al reddito o alla capacità produttiva annua, ma alla possibilità che ogni cittadino ha di contribuire alle casse comuni. In questa prospettiva che senso può avere un tetto?

“Abbiamo detto molte volte – ha aggiunto Silvio Berlusconi nel presentare la proposta – che questo è il livello più alto che il comune senso di giustizia possa tollerare. Una tassazione più alta viene percepita come un sopruso e invoglia chi può a evadere le tasse: una scelta sbagliata ma spesso inevitabile di fronte alla rapina di stato”.

Resta da spiegare perché l’Italia con livelli di pressione fiscale simili agli altri Paesi europei abbia un livello di evasione fiscale ampiamente superiore agli altri Stati. Forse una risposta si può trovare nella constatazione che soltanto in Italia ci sono leader politici che considerano “il dovere inderogabile di solidarietà economica” (art. 2 Cost.) come una “rapina di stato”.

Anche oggi dovrebbe valere la replica espressa nel 2006 dall’allora Ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa: “A chi dice che mettiamo le mani nelle tasche dei cittadini rispondo che sono gli evasori ad aver messo le mani nelle tasche dello Stato e di altri cittadini onesti. Violando così non solo il VII comandamento, ma anche un principio base della convivenza civile”.

Se si scopre che il debito è di 58 miliardi in più…

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