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Alpi-Hrovatin: “Per noi la verità è ragione di vita”

Mariangela Gritta Grainer il . Caso Alpi-Hrovatin, Giustizia, Informazione

alpihrovatinIl Presidente della Repubblica, ricordando che Ilaria e Miran sono stati insigniti della Medaglia d’oro al Merito Civile della nostra Repubblica scrive, tra l’altro, in occasione dei 25 anni dalla loro esecuzione a Mogadiscio il 20 marzo 1994: «L’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin lacera profondamente, a 25 anni di distanza, la coscienza civile del nostro Paese e suona drammatico monito del prezzo che si può pagare nel servire la causa della libertà di informazione.. Nel loro lavoro d’inchiesta Ilaria Alpi e Miran Hrovatin avevano trovato notizie di traffici illeciti, avevano raccolto testimonianze, stavano compiendo verifiche e riscontri che interpellavano anche il nostro Paese.. L’impegno dei familiari contro le reticenze e i depistaggi, dopo l’immenso dolore subito, ha meritato e merita grande rispetto e rappresenta un dovere della Repubblica.. I nomi di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono accanto a quelli dei tanti che, in Italia e nel mondo, sono divenuti bersaglio…di crudeli esecuzioni finalizzate… a imbavagliare il diritto alla verità.”

Abbiamo voluto partire dalle parole del Nostro Presidente Sergio Mattarella: ci fanno sentire la vicinanza e l’impegno delle Istituzioni.

Sulla richiesta di archiviazione del caso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin il gip Andrea Fanelli si è riservato di decidere nelle prossime settimane sulla terza richiesta di archiviazione formulata dalla Procura di Roma. Una pausa di riflessione.

Venerdì 20 settembre siamo stati in tanti davanti al tribunale per dire a chiare lettere: #NoiNonArchiviamo

Siamo stati lì a testimoniare il nostro impegno mentre si svolgeva l’udienza in cui le parti offese e civili hanno spiegato, con dovizia di particolari accuratamente documentati, perché non sia possibile archiviare.

Il giorno prima abbiamo inaugurato l’archivio Ilaria Alpi (che la famiglia ha messo a disposizione della Federazione Nazionale della Stampa) collocato nella sede prestigiosa della Fondazione Paolo Murialdi la cui storia si intreccia con i principali avvenimenti politici e culturali di un pezzo importante della storia dell’Italia repubblicana e del giornalismo italiano.

Di Ilaria si conosce molto della sua tragica morte ma poco di chi era Ilaria, la donna appassionata della vita e del suo lavoro, la giornalista, il suo talento. L’archivio come un luogo dinamico di conoscenza di studio di informazione di ricerca, valorizzerà l’idea che Ilaria aveva del giornalismo e, oltre a custodirne la memoria, potrà farne una “figura” esemplare in questo periodo difficile per il giornalismo e per il paese. Ci aiuterà a spiegare sempre perché #NoiNonArchiviamo

Riconfermiamo quanto abbiamo detto in occasione del venticinquennale dell’eccidio di Mogadiscio nella sede istituzionale della Camera dei Deputati: un luogo che ne sottolinea la solennità.

Vogliamo ricordare che questa inchiesta è collegata ad altre in varie Procure. Un pensiero per Mauro Rostagno, comunità Saman vicino a Trapani, assassinato da un commando mafioso 31 anni fa. Pure di questo delitto non si conosce ancora tutta la verità anche se la sentenza del 2018 ha sancito che si è trattato di un delitto di mafia.

Sappiamo che Rostagno denunciava l’intreccio micidiale tra mafia, massoneria deviata e politica corrotta, che era stato minacciato e che Trapani in quegli anni era punto nevralgico del traffico d’armi con la Somalia ai tempi della cooperazione con Siad Barre. Che lì è presente Gladio, la struttura segreta dell’intelligence militare, il cui responsabile è il maresciallo Vincenzo Li Causi, del Sismi, assassinato a Mogadiscio quattro mesi prima di Ilaria e Miran.

Sappiamo che Ilaria aveva raccolto materiale importante e anche le prove di un traffico d’armi e di rifiuti tossici individuando responsabilità: per questo è stata uccisa insieme a Miran, prima che potesse raccontare “cose grosse” come aveva annunciato alla Rai.

Sappiamo che due proiettili hanno colpito Ilaria e Miran, uno ciascuno in testa.

Sappiamo che forse Ilaria era ancora viva se al Porto Vecchio si è tentata la rianimazione come dichiarazioni e fotografie testimoniano.

Sappiamo che una pattuglia di militari italiani in forza all’intelligence dell’UNOSOM (al comando di Fulvio Vezzalini) era nella ex ambasciata italiana nelle immediate vicinanze del luogo dell’agguato dove nessuno si reca: si può ancora escludere l’omissione di soccorso?

Sappiamo che la sentenza della Procura di Roma del 24 novembre 2000 (che assolve Hashi Omar Assan ipotizzando sia un capro espiatorio) demolisce tutte le ipotesi che erano state avanzate o costruite per sostenere la casualità del duplice assassinio.

Si legge:
1) si è trattato di un duplice omicidio volontario premeditato, accuratamente organizzato con largo impiego di uomini… ed eseguito con freddezza, ferocia, professionalità omicida;
2) i motivi a delinquere dei mandanti ed esecutori sono stati, come dimostrato, di natura ignobile e criminale, essendo stato il duplice omicidio perpetrato al fine di occultare attività illecite;

Sappiamo che nella sentenza del Tribunale di Perugia (gennaio 2017) a conclusione del processo di revisione nei confronti di Hashi Omar Assan (condannato in via definitiva a 26 anni di carcere ) è scritto a chiare lettere che un cittadino è stato in carcere per 17 anni ed era innocente.

Che c’è stato depistaggio e che forse potrebbe aver accompagnato l’inchiesta fin dall’inizio o anche essere ancora in atto (come scritto nella opposizione all’archiviazione).

Sappiamo che “indipendentemente da chi fosse stato l’effettivo ‘suggeritore’ della versione dei fatti da fornire alla polizia… il soggetto Ahmed Alì Rage detto Jelle (teste d’accusa di Hashi ndr), dichiarando il falso, potrebbe essere stato coinvolto in un’attività di depistaggio di ampia portata…” (si legge nella sentenza citata ndr).

Dobbiamo ancora sapere:
Perché e chi ha voluto fin dall’inizio nascondere che si è trattato di una esecuzione?
Perchè Jelle non testimonierà in nessun processo e le uniche sue due testimonianze non sono state registrate (né video né audio) o sono sparite.
Perché Jelle sparisce (!) mentre è sotto protezione della polizia e pochi giorni prima dell’arrivo di Hashi Omar Hassan in Italia: quindi nemmeno lo riconoscerà!
Perchè Jelle non verrà mai cercato nemmeno quando ritratterà le sue accuse dopo la condanna definitiva di Hashi ( nel 2003 e anche nel 2010).

Sarà una brava giornalista a trovarlo, intervistarlo e a “obbligare” così una rogatoria! E poi l’avvio della revisione del processo.

Abbiamo guardato sempre con trepidazione e impegno determinato: che si continuasse a indagare sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Continueremo a farlo.

Ci aspettiamo che il gip respinga la richiesta di archiviazione e si cominci a indagare a ritroso seguendo le piste dei depistaggi.

Chiudiamo con le parole “scolpite” da Luciana e Giorgio Alpi venti anni fa in apertura del libro “L’esecuzione – inchiesta sull’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin” (Giorgio e Luciana Alpi Mariangela Gritta Grainer Maurizio Torrealta, Kaos edizioni, 1999)

Ci fanno ancora vibrare. Sono cariche di dolore indignazione e di un amore immenso per Ilaria, per la giustizia per la verità tutta la verità. Noi li abbiamo sempre accompagnati, non li lasciamo certo soli ora.

“Cara Ilaria, non sappiamo se ti farà piacere questa cronistoria di quattro anni di avvenimenti, di lotta e di inchieste per conoscere la verità di questo orrendo delitto che ha troncato la tua gioia di vivere. Ci pare di ascoltare, a volte, la risata con cui sdrammatizzavi certe situazioni, ma d’altra parte non possiamo dimenticare la tua rabbia di fronte a tante ingiustizie che hai dovuto affrontare.
Ti chiediamo di capirci.
Per noi questa lotta è ragione di vita, nel tentativo, forse illusorio, di portare a termine il tuo impegno.
Non sarà facile tratteggiare questo lungo periodo di speranze, illusioni e grandi amarezze.
Sappi, tesoro, che tante persone ti hanno tradito, hanno cercato di rendere difficile ogni ricerca della verità.
Un bacio
Mamma e Papà”

Cari Luciana e Giorgio siamo molti di più di quelli che hanno “tradito” come avete scritto 20 anni fa: è tutto il paese che con voi attende giustizia.

#NoiNonArchiviamo

Un anno senza Luciana Alpi

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