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Mimmo Lucano torna a casa: “Non per pietà, ma per giustizia”

Francesco Donnici il . Calabria, Giustizia

Lucano-1-416x294“Ancora mi devono materialmente notificare il provvedimento e fin quando non lo vedo, non ci credo. Ma sono felice”. Sono state queste le prime parole di Mimmo Lucano alla notizia della revoca della misura cautelare del “divieto di dimora” a Riace.

Il provvedimento con cui l’ex sindaco del “paese dell’accoglienza” era stato allontanato dalla propria terra risaliva al 16 ottobre scorso. Le motivazioni della Cassazione secondo cui “nessun reato è stato commesso a Riace”, non erano bastate per convincere il Giudice dell’udienza preliminare e lo stesso Tribunale del riesame che aveva confermato l’“esilio” imposto con la precedente ordinanza.

Il provvedimento odierno giunge a seguito di una nuova istanza presentata dai legali di Mimmo Lucano, Antonio Mazzone e Andrea D’Aqua, lo scorso 2 settembre anche a seguito della mobilitazione “virtuale” promossa dall’associazione “11 Giugno” consistente in una raccolta firme per chiedere al Presidente Mattarella di “porre fine a questa mostruosità giuridica” ed intercedere per far avere allo stesso Lucano, un permesso straordinario per tornare a Riace e far visita al padre gravemente malato.

Già in quell’occasione, con la sua solità risolutezza e testardaggine, l’ex primo cittadino di Riace aveva dichiarato di non voler controfirmare l’appello: “Non voglio elemosine e, soprattutto, non voglio che altri pensino che io, pur di rientrare nel mio paese, prenda come scusa la malattia di mio padre”. Non per pietà dunque, ma per giustizia.

Il provvedimento che oggi permettere a Mimmo Lucano di tornare alla sua “Itaca” non è straordinario e provvisorio, ma definitivo, tenuto conto del venir meno delle esigenze cautelari relative al procedimento originato dall’ormai celebre operazione “Xenia” e tutt’ora in corso. Nessuna assoluzione e nessuna condanna, ma “solo”  la possibilità di tornare nella sua terra, come anche di riabbracciare il padre, prima cosa che Lucano dichiara di voler fare una volta tornato a Riace.

Non aveva mai perso la speranza ed avrebbe aspettato anche 18 anni, tanti quanti furono quelli della prigionia di Nelson Mandela a Robben Island – come tante volte ha detto – non celando il visibile desiderio camminare ancora per le strade del Borgo.

Una libertà monca quella avuta dal giorno dell’arresto ad oggi, poiché “la libertà non è soltanto un luogo fisico, ma un luogo dell’anima”. Ed infatti, la possibilità di muoversi per tutto il mondo, ma di non poter mettere piede a casa col marchio presunto di chi aveva tradito i suoi concittadini per personali interessi, rappresentava uno stigma troppo grande. E forse proprio per questo senso di libertà fittizia, tra le tante porte che gli si erano spalancate, aveva scelto di trascorrere questo tempo tra Stignano e Caulonia, a distanza di qualche chilometro della Statale 106 e quei tornanti che scandivano l’impercorribile distanza dal “suo” Borgo.

In questo tempo era potuto tornare a Riace solo per votare in occasione delle scorse elezioni amministrative. Per sole due ore. Tanto gli era bastato ad esprimere il suo consenso nell’urna, non certo a contribuire alla campagna elettorale della lista di cui faceva parte e che forse, anche e soprattutto per questo, non ha ottenuto nemmeno un seggio in Consiglio Comunale.

E proprio quella tornata elettorale caratterizzata da delusione e rabbia, aveva decretato, a Riace, la vittoria della Lega alle europee e di Antonio Trifoli, esponente di quelle forze “opposte”, al Comune, anche se siamo ancora in attesa di conoscere il verdetto sulla sua possibile ineleggibilità. Sarebbe bastato questo, a chiunque, per voltare le spalle di rimando ad una terra che aveva espresso chiara la volontà di rinnegare l’esperienza vissuta fino a qualche tempo prima. Non a Mimmo Lucano, che non ha mai abbandonato la speranza di tornare. Che mai avrebbe voluto andarsene.

In molti gioiscono, oggi, perché Lucano è ormai diventato un simbolo di lotta e resistenza. Molti altri si indignano gridando al complotto delle forze di Sinistra – sì, ma quali? – che hanno innescato la solita “giustizia ad orologeria”.

La realtà però ci racconta tutt’altro. A Riace, di ciò che avevano costruito Lucano e i suoi, oggi, è rimasto ben poco. Le porte sono di nuovo chiuse, ed il silenzio si è sostituito al rumore dei giochi dei bambini per le strade. Riace vive un nuovo inverno e i “simboli” assumono oggi un rilievo solo strumentale in partite più importanti di quelle che possono giocarsi per le strade della ionica calabrese.

La storia di Riace non nasce, muore e si rigenera sulla base del Governo di turno, né ha trovato il suo naturale antagonista in questo piuttosto che in quel Ministro degli interni. La “politica” avrà tempo per ammettere ed espiare le proprie colpe, la giustizia per accertare la verità, sperando seguano percorsi sempre paralleli e mai coincidenti.

La vita reale, invece, richiede sempre un lento e costante cammino d’impegno. Si costruisce un passo alla volta. E di solito, il primo passo, è sempre quello sulla strada di ritorno verso casa.

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