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La grande confusione della politica sull’immigrazione

Piero Innocenti il . Migranti

immigrazione99-625x350Sulle strategie da adottare in mare per controllare il flusso migratorio e cercare di contrastare i trafficanti di esseri umani c’è sempre una grande confusione della politica alimentata ogni giorno dai due Ministri dell’Interno e della Difesa.

Il primo, che già alla fine del 2018 aveva deciso di sospendere la missione aeronavale europea, a guida italiana, Sophia di EunavFor Med con la semplicistica affermazione che era “inutile e dannosa” perché “portava i migranti in Italia”, oggi è in contrasto con l’idea della Trenta di ripristinare i controlli in mare con navi militari italiane salvo, poi, rilanciare, dopo la riunione del Comitato Nazionale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica dell’8 luglio, l’utilizzo di un dispositivo aeronavale (unità della Marina Militare e della Guardia di Finanza) per “contrastare l’immigrazione clandestina”.

In questo scenario di divergenti valutazioni dei due Ministri il Presidente del Consiglio, opportunamente, convoca per la giornata del 10 luglio un vertice politico per cercare di tracciare una linea politica unica su di un tema così delicato e complesso.

Pensare, tuttavia, di contrastare i trafficanti di migranti schierando di nuovo assetti navali (costosissimi, si ricordi Mare Nostrum di alcuni anni fa) è fuori dalla realtà e non realizzerebbe gli obiettivi richiesti.

La stessa EunavFor Med – Sophia, sospesa anche per il ritiro della Germania che aveva criticato aspramente l’atteggiamento “intransigente” del nostro Governo sulla questione migranti, non aveva portato che a modesti risultati nel contrasto alla tratta di esseri umani.

La missione Sophia, lo ricordiamo, doveva realizzarsi attraverso tre fasi. Alla fase uno, terminata nel’ottobre 2015 e finalizzata “alla individuazione e monitoraggio della rete di migrazioni attraverso la raccolta di informazioni e il pattugliamento in alto mare di imbarcazioni sospette di essere usate per il traffico e la tratta di esseri umani” era seguita la fase due che consentiva “di procedere a fermi, ispezioni, sequestri e dirottamenti in alto mare di imbarcazioni sospettate di essere utilizzate dai trafficanti”. Alla fase tre, che avrebbe consentito di svolgere le suddette attività forse in modo incisivo nelle acque territoriali e interne di uno Stato dopo un’eventuale risoluzione delle Nazioni Unite (mai adottata) o con il consenso dello Stato costiero (mai concesso), non si è mai arrivati.

La conclusione è stata che non sono state monitorate e scoperte reti di migrazioni per il banale motivo che queste sono operative sulla terraferma, in Libia e in diversi Paesi, anche del Centro Africa, strutture che godono, spesso, di complicità politiche e istituzionali locali come ben sanno tutti coloro che, esperti dell’immigrazione e dell’intelligence di vari Paesi europei, seguono queste vicende da anni.

Le varie cellule che compongono l’articolato sistema criminale che si occupa di trasferire decine di migliaia di migranti da un Paese all’altro, si possono individuare soltanto con lunghe, difficili indagini di polizia giudiziaria (non certo con servizi di pattugliamento in alto mare) e con la collaborazione (sempre modesta, spesso assente) dei paesi di origine e di transito dei migranti.

Nella stessa Libia ma anche nel Niger, Ciad, sono spesso i vari capi tribù locali a “dirigere” i flussi dei migranti dietro pagamento di adeguate “tariffe”.

Più semplice, alla fine, arrestare gli “scafisti” enfatizzando mediaticamente tali fatti. In realtà, si tratta di stranieri (in prevalenza gambiani e tunisini) che hanno pilotato le imbarcazioni e qualche volta loro stessi migranti che si sono resi disponibili a tale servizio non avendo denaro sufficiente per pagare la “traversata”.

Difficile individuare i capi della organizzazioni, i facilitatori, gli addetti alla vigilanza a terra ecc..

A poco servono i numeri dei cellulari (le schede, spesso intestate a nomi fittizi, vengono usate per un paio di giorni e poi buttate) contattati dai migranti per richiedere il “servizio di trasporto” in mare. Tutto maledettamente complicato e destinato a diventarlo ancor di più se non si affronta il grande problema delle diseguaglianze tra i Paesi ricchi e poveri.

Navi Ong e migranti, il macabro gioco della politica

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