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Le “stravaganti” soluzioni per il controllo delle migrazioni

Piero Innocenti il . Migranti, SIcurezza

frontexLe soluzioni prospettate negli ultimi giorni da alcuni politici e rappresentanti istituzionali per “controllare” l’immigrazione nel nostro Paese, accompagnate da sconcertanti dichiarazioni, fanno accapponare la pelle.

Si va dall’idea di mettere filo spinato o comunque di costruire un muro al confine con la Slovenia (stile Orban in Ungheria e Trump al confine Usa-Messico) a quella, ancor più avvilente dell’On. Meloni, che definisce “pirata” la nave Ong Sea Watch, da affondare dopo aver fatto sbarcare tutte le persone a bordo (con i migranti soccorsi in mare da rispedire subito ai loro Paesi), ignorando tutte quelle norme del diritto interno, comunitario e internazionale che disciplinano la complessa materia dei soccorsi in mare, della tutela dei migranti, dei minori non accompagnati, delle persone vulnerabili, del divieto di respingimento.

In realtà, siccome nessuno pensa seriamente a governare un (fastidiosissimo) fenomeno che nessun Governo riuscirà a bloccare (in Italia, lo ricordiamo, da dodici anni non è stato più redatto il documento programmatico triennale sulle politiche migratorie del Governo previsto dall’art. 3 del Testo Unico sull’Immigrazione), continuando a metter “tappi” qua e là inevitabilmente si determineranno rigurgiti di flussi di migranti che, peraltro, già oggi stanno interessando nuovamente rotte già percorse in passato (per esempio la rotta “balcanica” come già aveva evidenziato nella informativa “Analisi di rischio 2019”, di inizio anno, l’agenzia europea Frontex). Così, si è arrivati alle “minacce” di questi giorni con l’ipotesi della sospensione del trattato di Schengen alla frontiera Slovena con il Friuli Venezia Giulia, al non inserimento nel sistema informatico europeo dei dati di identificazione degli stranieri sbarcati che consentirebbe loro di circolare ovunque negli Stati UE vanificando così  le regole di Dublino III che impongono al Paese di primo ingresso di accogliere lo straniero sino alla definizione del suo status.

Non mancano altre iniziative, per ora solo dai contorni vaghi come quella ventilata in Piemonte con un “progetto sperimentale” che prevede di dare una (modesta) somma di denaro per avviare un’attività lavorativa nel Paese di origine agli stranieri irregolari (o anche regolari) che vogliono farvi rientro. Un tentativo del genere fu fatto, diversi anni fa, anche in Toscana con risultati modesti (in alcuni casi si registrarono rientri in Italia, dopo mesi, di stranieri che avevano beneficiato di tale sistema).

In questo scenario dove si cerca di mantenere alta l’attenzione mediatica sull’immigrazione clandestina, in particolare quella via mare, fortemente diminuita rispetto agli ultimi anni, con il chiaro obiettivo di accrescere la “paura” e il consenso della gente, bisognerebbe rileggere (e rispettare) anche alcune disposizioni che regolano il contrasto all’immigrazione clandestina.

Tra queste l’art.7 par 1 del decreto interministeriale,ancora vigente, del 14 luglio 2003 del Ministro dell’Interno del tempo che prevede come tale azione debba sempre essere improntata alla salvaguardia della vita umana e al rispetto della dignità della persona (finalità che ha tenuto ben presente la testarda comandante delle Sea Watch).

Va anche detto, tuttavia, che nella vicenda della Sea Watch (la nave batte bandiera olandese) il menefreghismo dell’Olanda è stato vergognoso.

In realtà, il collegamento in mare tra una nave e uno Stato si attua attraverso il requisito di nazionalità espresso dalla “bandiera” del natante ( art.91 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare del 1982 entrata in vigore in Italia il 12 gennaio 1885 con la ratifica disposta dalla legge 689/1994).

I rimpatri degli stranieri irregolari

In questi ultimi giorni si è tornati a parlare della esigenza di incentivare i rimpatri degli stranieri irregolari – che presuppone accordi bilaterali (sollecitati dal Ministro dell’Interno con una nota inviata al Ministro degli Esteri) con i paesi di origine – ritenendo, con ciò, di dare ai cittadini un segnale politico di attenzione al “fastidioso” problema migratorio.

Fenomeno che, seppur notevolmente ridotto rispetto al 2018 (sono circa seimila i migranti marini soccorsi e sbarcati nel 2019, al 20 giugno) è sempre una fonte di apprensione (alimentata ad hoc da taluni politici per incrementare il consenso dei cittadini).

Non mancano, poi, perplessità sulle iniziative di “sostegno regionale” per i rimpatri volontari dei migranti annunciate dall’Assessore alla Sicurezza del Friuli Venezia Giulia dopo una riunione che si dovrebbe tenere a breve con un “gruppo tecnico del Ministero”, presumo dell’Interno (il  Gazzettino del Friuli, 26 giugno).

Al rimpatrio volontario assistito (art.14 ter del Testo Unico sull’Immigrazione) che riguarda gli immigrati che desiderano tornare in patria ma non hanno la possibilità di farlo, in effetti, provvede il Governo e questo provvedimento si distingue da quello adottato d’autorità (forzato) attesa l’esigenza di assicurare effettività alla misura di allontanamento.

Ci sono, inoltre , le “operazioni congiunte di rimpatrio” organizzate da Frontex, per ricondurre in patria, a bordo del medesimo vettore aereo, gli stranieri della stessa nazionalità espulsi da più Stati membri dell’UE (nel 2018 l’Agenzia ha coordinato il ritorno di 13.729 stranieri). Una funzione che viene assolta con molta attenzione e professionalità dal personale del Settore Rimpatri – una delle cinque articolazioni dell’unità Operations dell’Agenzia europea – sul piano operativo, fornendo un adeguato supporto tecnico ai Paesi coinvolti nelle operazioni congiunte e su quello informativo garantendo un rapido flusso in materia di rimpatrio tra i Paesi membri.

Uno specifico Fondo Europeo per i Rimpatri (istituito nell’ambito del  programma “Solidarity and Management of Migration Flow” del 2007), garantisce il cofinanziamento delle varie attività che i Paesi intendono realizzare a tal fine (e non si può dire che manchino adeguati fondi per tale obiettivo).

Un tempo Frontex provvedeva a noleggiare direttamente i velivoli per tali operazioni ma le difficoltà emerse, di natura pratica e giuridica (gare di appalto per il reperimento di tali vettori di durata lunghissima, anche di nove mesi), hanno portato alla decisione di provvedere al solo rimborso del costo dell’aeromobile noleggiato dal Paese organizzatore del volo charter.

Voli charter “dedicati” che il nostro Paese ha organizzato da circa diciannove anni, a cominciare dal 2000 quando i primi cinque voli riaccompagnarono complessivamente 433 stranieri nei loro paesi di origine per arrivare al picco di 2.297 stranieri nel 2002 (quest’anno, al 5 maggio scorso, sono già stati rimpatriati d’autorità 2.179 stranieri e 122 sono stati quelli “volontari assistiti”).

Certo, i voli charter sono più costosi di quelli di linea e questo trova una spiegazione nel particolare che le compagnie aeree non sono molto collaborative (non gradiscono) la presenza di immigrati da rimpatriare a bordo dei loro velivoli.

Si tratta, poi, di operazioni che vengono condotte con la presenza di adeguate scorte che vengono assicurate da personale della Polizia di stato che ha seguito appositi corsi di formazione. Servizi, insomma, particolarmente delicati per i quali occorre molta attenzione, sensibilità e rapida capacità di analisi e di intervento.

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