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‘Ndrangheta in Emilia e sindrome di Grimilde

Sofia Nardacchione il . Emilia-Romagna, Mafie

grimildeL’Emilia che, quattro anni dopo l’operazione Aemilia del 28 gennaio 2015, era tornata nel suo torpore e nella sua tranquillità si è svegliata di nuovo. Scossa dall’operazione Grimilde, che il 25 giugno ha portato all’arresto di 16 persone e a 76 indagati, accusati di far parte del sodalizio ‘ndranghetistico dei Grande Aracri operante in gran parte del territorio dell’Emilia, in particolare nelle province di Reggio Emilia, Parma, Piacenza.

L’associazione era dedita ad una serie nutrita di attività criminose, anche di natura imprenditoriale, con un’espansione anche al di fuori dell’Emilia e del territorio nazionale. Le accuse sono associazione mafiosa, estorsione, tentata estorsione, trasferimento fraudolento di valori, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, danneggiamento, truffa aggravata dalle finalità mafiose.

Che la ‘ndrangheta emiliana non si fosse fermata dopo Aemilia era stato più volte messo in evidenza: dalle sentenze, dalle nuove operazioni continuamente in divenire, dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Ma serviva un’altra operazione ancora – dopo Aemilia, Aemilia bis, Aemilia Ter, Aemilia 1992, Operazione Reticolo – per far capire la portata attuale della ‘ndrangheta in Emilia Romagna.

Spiegando che cos’è la “sindrome di Grimilde”, da cui prende il nome l’ultima operazione, Franco Roberti, ex procuratore nazionale antimafia, nel suo libro “Il contrario della paura”, spiegava: “Passata l’indignazione del momento, passa anche l’attenzione e dunque la lotta. Questo è possibile proprio per via della «sindrome di Grimilde». Allontanarsi dallo specchio è un modo per scansare il problema. E raccontarsi una bugia”. E, aggiungeva, corruzione e criminalità organizzata “sfruttano la nostra allergia a guardarsi allo specchio, è la «sindrome di Grimilde»”.

Tra coloro che sono stati colpiti dalle misure di custodia cautelare su ordine della Procura della Bologna ci sono Francesco Grande Aracri e i due figli, arrestati a Brescello, il primo – e per ora unico – comune sciolto per infiltrazioni mafiose in Emilia-Romagna proprio per i legami tra la famiglia di ‘ndrangheta e l’amministrazione comunale.

Ma c’è anche un politico, Giuseppe Caruso, al momento dell’arresto presidente del consiglio comunale di Piacenza. Le indagini delle Squadra Mobile di Bologna partono, nel 2015, proprio da lui: in qualità di responsabile dell’area assistenza e informazioni agli utenti dell’Agenzia delle Dogane di Piacenza, secondo l’accusa, accettava promesse di soldi in cambio di comportamenti contrari ai doveri d’ufficio.

Seguendo il reticolo relazionale di Caruso, gli investigatori hanno verificato uno stretto rapporto tra lui e Salvatore Grande Aracri, figlio di Francesco e nipote di Nicolino Grande Aracri, considerato il capo della ‘ndrangheta emiliana al momento dell’operazione Aemilia. La consorteria ‘ndranghetista, utilizzando metodi tipicamente mafiosi, effettuava una serie di investimenti, apriva e chiudeva società di comodo e faceva affari anche con imprenditori di primissimo livello nazionale.

In mezzo ci sono truffe ai finanziamenti europei, sfruttamento lavorativo, minacce: nel giugno del 2017, spiegano gli investigatori, Francesco Grande Aracri e il figlio Salvatore avviano un progetto di costruzione di 350 appartamenti a Bruxelles. E, per i lavori, cercano operai da sfruttare, con turni di lavoro anche di quindici ore al giorno, senza il riposo settimanale, con una paga di 8/9 euro l’ora.

Sembra di tornare indietro di qualche anno, quando nella ricostruzione dopo il terremoto in Emilia del 2012 le condizioni degli operai che lavoravano per un’azienda del modenese in mano alla ‘ndrangheta erano le stesse, senza alcun diritto. Le modalità rimangono simili: violente, di sfruttamento, di caporalato, di calpestamento dei diritti. Ma non mancano le evoluzioni: si passa anche ai fondi europei. Il gruppo mafioso, secondo gli investigatori, ha ingannato i referenti della società Riso Roncaia, che aveva vinto un bando europeo per la fornitura di riso, facendogli credere di poter far ottenere loro una linea di credito di 5 milioni di euro e l’apertura di conti correnti bancari presso banche compiacenti.

La violenza colpisce anche chi non c’entra niente, come gli operai ingaggiati per la costruzione degli appartamenti a Bruxelles e come un ragazzo che per portare una pizza “invade” la zona controllata dall’organizzazione mafiosa e riceve subito un avvertimento: “qua non hai capito che ti spariamo”, gli dicono. Il ragazzo avrebbe poi subito denunciato l’accaduto: forse lui non è stato colpito dalla “sindrome di Grimilde”, non si è girato dall’altra parte e non si è fatto intimidire.

In troppi altri l’hanno fatto, minacciati o per convenienza. E chissà, guardandosi allo specchio, cosa hanno pensato.

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