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Servono ancora le Commissioni parlamentari Antimafia?

Piero Innocenti il . L'analisi, Mafie

commissione-parlamentare-antimafiaE’ trascorso oltre mezzo secolo da quando, nel 1962, fu istituita la prima Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie.

Più di cinquanta anni nel corso dei quali, ad ogni Legislatura, si è avvertita l’esigenza, scontata, di nominare altre Commissioni parlamentari il cui ambito d’inchiesta si è venuto ampliando includendo “le altre associazioni criminali anche straniere”.

Un fenomeno criminale, dunque, che lungi dall’esaurirsi, ha accresciuto la sua pericolosità in un contesto generale che ha avuto momenti di minimizzazione del problema come quando, nel 1967, nella relazione inaugurale dell’anno giudiziario, il Procurare Generale di Palermo affermava che la criminalità mafiosa era entrata in una fase di “lenta ma costante sua eliminazione”. O quando, l’anno dopo, si raccomandava l’adozione della misura di prevenzione del soggiorno obbligato dato che “il mafioso fuori dal proprio ambiente diventa pressoché innocuo”.

E’ ben noto, invece, il processo di colonizzazione mafiosa che si è andato sviluppando negli anni in gran parte delle regioni italiane e che si è pure consolidato nonostante l’innegabile impegno, con risultati anche apprezzabili, delle forze di polizia territoriali, della DIA, della magistratura.

Diversi anni dopo (1991), alla rassicurante affermazione del giudice Falcone secondo cui la mafia “è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine” (a quei tempi non erano ancora note le “piccole mafie come quelle pontine, quella di Ostia, quelle pugliesi, mentre quelle straniere si sono evolute successivamente) seguiva, nel 2001, la sconcertante dichiarazione pubblica del ministro Lunardi secondo cui “con mafia e camorra bisogna convivere e i problemi di criminalità ognuno li risolve come vuole”.

Oggi, tuttavia, di fronte ad una complessiva disattenzione politica sulle mafie nel nostro Paese, ci si deve chiedere a cosa siano servite le tante proposte, denunce e articolate considerazioni fatte negli anni dalle varie Commissioni Antimafia contenute in relazioni inviate alle due Camere.

E’ incomprensibile questa generale disattenzione (con le dovute eccezioni) di gran parte di deputati e senatori sulla criminalità mafiosa, sulle sue penetrazioni nel tessuto economico e sociale, sui suoi condizionamenti su apparati amministrativi ed enti locali, sulle sue collusioni con logge massoniche segrete, con servizi segreti deviati.

Qualcuno dei parlamentari si è domandato come sia stato possibile che il nostro Paese sia diventato, tra quelli democratici, “quello più appetibile per i criminali”? Nessuno tra i parlamentari e uomini di Governo ha messo all’ordine del giorno la questione criminale mafiosa, un grosso fardello che ci portiamo dietro da molti anni e che è tra le cause della mancata crescita del Paese.

Cosa deve accadere di tragico perché si costituisca un fronte unico istituzionale-civico contro le mafie e le mafiette divenute metastasi anche in altri Paesi e Continenti?

Una rilettura-studio delle relazioni delle Commissioni può, forse, aiutare in una strategia antimafia chi ha responsabilità politiche, a cominciare dalle “conclusioni” della relazione della criminalità in Calabria (a cura del senatore Paolo Cabras) del 12 ottobre 1993 in cui si parlava chiaramente di “rapporti coperti tra massoni, uomini della ‘ndrangheta e uomini che rappresentano (..) il potere legale” e di come fosse “essenziale alla rilegittimazione delle  rappresentanze, dei livelli locali e quello nazionale” la battaglia per estromettere gli inquisiti dalla politica (tema, ancora oggi, di estrema attualità).

Si rileggano le relazioni di Chiaromonte del 5 giugno 1991 sullo stato della lotta alla criminalità organizzata in provincia di Catanzaro e sul grido di allarme che la Commissione lanciava  a quei tempi sulla situazione in Calabria e quella di Forgione del 20 febbraio 2008 in cui, tra l’altro, sottolineava, come “la mafia (..) è diventata essa stessa economia”.

Soprattutto, si studino le 550 pagine della relazione conclusiva (7 febbraio 2018) della Commissione Antimafia della passata Legislatura, quella presieduta da Rosy Bindi, a mio parere, la più completa e puntuale delle relazioni fatte.

L’“eredità” lasciata all’attuale Parlamento con questo documento non dovrebbe andare dispersa come, purtroppo, sta accadendo. Ma, forse, è un’eredità troppo ingombrante perché la “forza della mafia è anche fuori della mafia (..) in determinati territori o in spazi economici o amministrativi”.

Dove è sempre molto difficile penetrare anche per le complicità politiche che emergono quando si fanno accurate indagini.

I primi tre mesi della Commissione Antimafia

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