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Napoli è un “caso nazionale” purtroppo non da oggi, ma da anni

Piero Innocenti il . Campania, SIcurezza

disarmiamoLa recente sparatoria di piazza Nazionale a Napoli nel corso della quale è rimasta gravemente ferita una bambina di quattro anni, ha suscitato grande emozione, numerose polemiche sulla sicurezza e prese di posizione di cittadini, politici, magistrati.

Lo stesso Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho, in un’intervista su Il Mattino del 5 maggio scorso, ha sottolineato la gravità dell’episodio e l’esigenza di “passare da una strategia di attesa ad una di attacco perché Napoli diventi un caso nazionale”, sollecitando una maggiore prevenzione con controlli capillari sul territorio (“posti di blocco, anche con l’ausilio dell’Esercito (..) perquisizioni su blocchi di edifici”).

Intanto, si registra una manifestazione dei cittadini e di associazioni varie sul luogo della sparatoria nel pomeriggio del 5 maggio con l’assenza, stigmatizzata da alcuni giornali locali, di diversi parroci “impegnati” nelle celebrazioni delle messe domenicali. Evidentemente ci vuole ancora del tempo per rendere effettivo quel distacco totale dei preti che operano in territori di mafia come si è rilevato, in diverse circostanze, con processioni guidate dai mafiosi, funerali religiosi, comunioni e benedizioni impartite anche a latitanti mafiosi.

Napoli, comunque, lo ricordiamo, non è un “caso nazionale” da oggi ma da molti anni. E sarebbe bene rileggersi le tante relazioni periodiche che sono state redatte da diversi autorevolissimi organismi, su tutti quelle della Direzione Investigativa Antimafia (DIA)  e presentate al Parlamento (dove, forse, non tutti le hanno lette con l’attenzione dovuta).

Tutte le “aree” di Napoli (e provincia) sono sotto il controllo di almeno 63 clan (ben individuati con nome e cognome) che gestiscono diversificate attività criminali che vanno dalle estorsioni, all’usura, dal gioco alle scommesse, dal traffico allo spaccio di stupefacenti.

Le mire autonomistiche di alcuni delinquenti affiliati a consolidati e forti clan camorristici hanno portato anche a diversi episodi di sangue. Fatti di violenza attribuiti anche al “mutamento in alcuni clan che, privati di figure apicali di riferimento, sono gradualmente implosi, lasciando posto a gruppi composti da giovanissimi, dipendenti da famiglie camorriste del passato” (vedi la relazione DIA del secondo semestre 2015).

E questo è alla base di una sorta di “guerriglia” tra bande rivali che sta caratterizzando Napoli e dintorni. Influenze criminali che hanno determinato spesso invasioni nei settori amministrativi, economici e finanziari in tutta l’area napoletana, alla ricerca anche di “sostegni” di funzionari pubblici e di politici locali.

Una situazione che non si risolverà di certo con posti di blocco né con più perquisizioni (pure utili) o più repressione (le forze di polizia e la DIA fanno già molto) ma solo con quelle azioni di bonifica, trasformazione e costruzione che richiamava il papa Francesco incontrando, il 17 ottobre 2017, i membri della Commissione parlamentare Antimafia. Tutte attività finalizzate ad “una maggiore giustizia sociale (..) attraverso la correzione o la cancellazione di quei meccanismi che generano dovunque disuguaglianze e povertà”.

Punti sui quali buona parte della classe politica è ancora sorda salvo, poi, esternare quella (breve) commozione quando accadono gli ignobili fatti di Napoli.

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