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Augusta, madre senza giustizia

Nando dalla Chiesa il . Sicilia

augusta-schiera-750x450E chi l’ha detto che per parlare bisogna usare la voce o i gesti?

Augusta parlava con un silenzio siderale. Teso, impenetrabile. E con la scelta di portarlo in giro, quel silenzio, senza risparmio. E di affiancarlo a quello del marito, l’uomo dalla lunga barba bianca che chiunque poteva e può riconoscere in mezzo a mille persone, anche da lontano. Finché si è spenta, nel silenzio.

Chi sa appena qualcosa della lunga storia del movimento antimafia in Italia avrà già capito chi è Augusta. Il destino le aveva riservato la parte di madre del poliziotto Antonino Agostino. Uno di quei ruoli che nessuno vorrebbe mai indossare nella vita.

Il figlio venne ucciso a Palermo nell’estate del 1989, in circostanze fetide, misteriose. Insieme alla giovanissima moglie incinta, come a rendere il delitto ancora più orribile e definitivo. Prese corpo la sagoma dei servizi, e dentro quella sagoma si disegnò una figura speciale, quella del “mostro”, personaggio dal viso deturpato che si dice apparisse ogni volta che a Palermo si celebrava l’unione di mafia e misteri di Stato.

Antonino aveva indagato sul fallito attentato dell’Addaura contro Giovanni Falcone, che andò al suo funerale con Paolo Borsellino. E nelle indagini si era incontrato con quelli che ci siamo abituati a chiamare i servizi “deviati”. Nessuno sa che fili avesse toccato o visto. Fatto sta che quella stessa estate i killer vennero a giustiziarlo a Villagrazia di Carini. Augusta Schiera perse insieme figlio, nuora e nipotino.

Fu da quell’ improvvisa palla di violenza che nacque il bisogno disperato di giustizia di marito e moglie. Vincenzo, il padre, un omone grande con gli occhi azzurro mare che hanno solo certi siciliani, gridò la sua richiesta di verità e giustizia e annunciò che si sarebbe fatto crescere la barba finché non le avesse ottenute. Mantenne la sua promessa fino a oggi, purtroppo.

Perché quella verità, come tante altre, non è mai venuta. E la lunga barba bianca finì per diventare un contrassegno del movimento antimafia, attrazione a ogni corteo per fotografi e cronisti in cerca di immagini forti. Augusta lo accompagnava. Alto e imponente lui, piccola e racchiusa lei. Lui il bianco della barba, lei il nero del lutto. Affettuosa con gli altri familiari, che per quella coppia dignitosa e stremata di dolore hanno sempre avuto un rispetto sacrale, facendone il simbolo di una vicenda collettiva. Un bacio su una guancia e sull’altra a ogni incontro, la domanda su come vanno i figli. Poi il silenzio, con quell’altro nipotino che le cresceva accanto, e diventava sempre più grande a ogni manifestazione, pieno di affetto ammirato per i due nonni indomiti.

Erano loro ad aprire la manifestazione di Libera del 21 di marzo, la giornata nazionale della memoria e dell’impegno, che quest’anno avrà una memoria speciale in più da onorare. Dietro lo striscione, e con la loro foto grande al collo: “Poliziotto ucciso: segreto di Stato”, stava scritto negli ultimi anni. Antonino vi era sempre ritratto con Ida, la giovane sposa, nel giorno della felicità, gli abiti del matrimonio. Sorridenti con il viso rivolto verso il fotografo.

Tutto questo dovette concentrarsi nel cuore di Augusta un tardo pomeriggio di marzo a Genova, era il 2012, quando la messa in ricordo delle vittime innocenti si celebrò nel duomo di San Lorenzo. Officiava il cardinale Bagnasco, forse non del tutto consapevole del patrimonio immenso di ricordi e sentimenti che stava amministrando. Quando sull’altare fu terminata la lettura dei nomi delle vittime, centinaia di familiari si alzarono di scatto tutte insieme. Vedevo, dalla loro sinistra, Augusta e Vincenzo. Quasi diedero il via. Un applauso infinito e sommergente percorse come un’onda la navata centrale verso l’altare. La donna silenziosa batteva le mani senza smettere, rendeva omaggio al figlio, alla nuora, al bimbo mai nato. Durò tutto cinque minuti almeno. Il cardinale, quasi colto di sorpresa, si levò lo zuccotto in segno di rispetto. Il mattino dopo gruppuscoli di antagonisti ebbero fischi per quel corteo che sapeva troppo di divise.

Eppure Vincenzo e Augusta non hanno mai fatto sconti allo Stato in nome dello Stato. Lo Stato per loro era soprattutto il figlio. Rivedo lo scorso anno a Bari papà Vincenzo tuonare come mai contro le istituzioni che negano verità e giustizia. Duro, esasperato, come mai lo avevo sentito. Augusta lo guardava dalla prima fila senza parlare ma tutto approvando immobile con lo sguardo.

Perché davvero, per parlare, e per parlare al cuore, non sono necessari né la voce né i gesti.

* Pubblicato da Il Fatto Quotidiano in data 4.3.2019

Il viaggio di Augusta verso la verità

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