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Emilia-Romagna, terra di mafie imprenditrici

Sofia Nardacchione il . Emilia-Romagna

dia-In Emilia Romagna, l’elevata propensione imprenditoriale del tessuto economico regionale è uno dei fattori che catalizza gli interessi della criminalità organizzata. A dirlo è l’ultima relazione della Direzione Investigativa Antimafia, relativa al primo semestre del 2018, che mette in evidenza anche un ricorso sistematico delle associazioni mafiose alle estorsioni, prime in assoluto tra i reati spia con 266 casi nel solo periodo in esame.

Ad avere una forte approccio imprenditoriale è, in particolare, la ‘ndrangheta, che in regione ha prediletto l’infiltrazione “sia del tessuto economico produttivo sia delle amministrazioni locali, aggredendo il territorio, non attraverso il predominio militare, ma orientandosi alla corruttela e alla ricerca delle connivenze, funzionali ad una rapida acquisizione di risorse e posizioni di privilegio”.

Il modello operativo dell’associazione criminale mafiosa, inoltre, si è agevolmente prestato a consolidare un “sistema integrato” di imprese, appalti ed affari, che ha creato un efficace humus con il quale avviare le attività di riciclaggio e di reinvestimento di capitali. Questo aspetto è emerso, da ultimo, con Aemilia, che ha fatto luce proprio sulla pervasività della cosca cutrese Grande Aracri nel contesto produttivo e imprenditoriale di Bologna e delle province di Reggio Emilia, Modena, Parma e Piacenza.

Come ricorda la D.I.A., nell’ambito del maxiprocesso alla ‘ndrangheta emiliana uno dei collaboratori di giustizia sentito in aula aveva affermato che “dal 2000 al 2006 con i soldi che sono entrati dal nord, la cosca Grande Aracri poteva dare fastidio al PIL italiano”.

Oltre agli sviluppi investigativi e giudiziari collegati all’operazione “Aemilia”, la regione è stata interessata anche da altre manifestazioni delle cosche calabresi. A gennaio 2018 c’è stata l’operazione “Scramble”, che trae origine dalle dichiarazioni rese da Nicola ‘Rocco’ Femia, in precedenza legato alla cosca Mazzaferro di Marina di Gioiosa Jonica, condannato in primo grado nel processo Black Monkey per associazione mafiosa e diventato collaboratore di giustizia nel 2017.

Parma è stata invece coinvolta nell’operazione “Stige”, dalla quale risulta essere l’area di riferimento per gli affari della cosca crotonese Farao-Marincola, gestiti in accordo con la cosca Grande Aracri. L’operazione è l’ennesima dimostrazione di come, negli anni, anche in Emilia Romagna la ‘ndrangheta abbia messo in atto, con pervicacia, un grave processo di commistione con l’imprenditoria.

Anche la presenza della camorra risulta connessa all’infiltrazione nell’economia legale e al riciclaggio di capitali. In particolare, “i monitoraggi delle attività imprenditoriali, propedeutici all’emissione delle interdittive antimafia o dell’iscrizione nelle cosiddette white list, hanno evidenziato infiltrazioni della camorra nel settore degli appalti pubblici, attraverso l’adozione di metodologie orientate a dissimulare gli interessi mafiosi”. La mediazione di imprenditori compiacenti per avviare investimenti fuori regione e aggiudicarsi le gare di appalto di opere pubbliche è risultata, infatti, un modus operandi ricorrente principalmente per il cartello dei Casalesi, presenti soprattutto nella provincia di Modena, con diramazioni nelle province di Ferrara, Ravenna, Reggio Emilia, Rimini e Parma.

Nel 2017, inoltre, con l’operazione “Omphalos” si è avuta un’ulteriore conferma dell’interesse della camorra ad operare in Emilia Romagna: l’attività d’indagine ha svelato l’attività di riciclaggio, realizzata attraverso ingenti investimenti immobiliari, con la partecipazione di diversi sodalizi campani grazie alla complicità di funzionari di banca e sindaci.

Per quanto riguarda la criminalità organizzata pugliese, la sua spiccata propensione a commettere reati contro il patrimonio fuori regione si conferma anche in Emilia Romagna. Non sono mancati, infatti, segnali di condotte finalizzate al reimpiego di capitali illeciti e, più in generale, di un interesse dei sodalizi pugliesi verso le imprese emiliane.

I gruppi criminali di matrice straniera, invece, sono coinvolti in “modelli di cooperazione tra sodalizi stranieri di diversa nazionalità, talvolta partecipati da pregiudicati italiani”. La criminalità maghrebina opera principalmente nel traffico e nello spaccio di sostanze stupefacenti, anche in collaborazione con italiani. La criminalità di origine albanese, contraddistinta da una notevole capacità organizzativa, oltre che nel narcotraffico risulta attiva anche nello sfruttamento della prostituzione, in particolare sul versante adriatico della Regione. Anche i gruppi rumeni e, più in generale, dell’est Europa, oltre allo sfruttamento di giovani connazionali, si dedicano a reati di tipo predatorio, in particolare ai furti in appartamento.

La criminalità nigeriana si conferma attiva nel traffico di stupefacenti e nello sfruttamento della prostituzione in danno di donne provenienti prevalentemente dalla Nigeria, nonché nella consumazione di reati a carattere predatorio e legati all’abusivismo commerciale, specie nelle zone del litorale adriatico. Infine, la criminalità di matrice cinese è attiva soprattutto nelle provincie di Reggio Emilia, Ferrara e Rimini, nel favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e nello sfruttamento della prostituzione e della manodopera irregolare.

Significativo, per quanto riguarda i gruppi criminali di matrice straniera, l’utilizzo dei termini della Direzione Investigativa Antimafia, che non parla di “mafie straniere”, ma di “criminalità”. Un dato importante che sarebbe importante si inserisse all’interno del dibattito che ha animato la politica locale in questi mesi, incentrato in particolare su quella che è stata definita “mafia nigeriana”.

Su questo aspetto, le statistiche relative ai delitti di tipo associativo commessi da appartenenti a gruppi criminali di matrice straniera riportate nella relazione della D.I.A. ci dicono che, nel periodo in esame, solo un nigeriano è stato condannato per reato associativo.

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