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Ricucire gli strappi per migliorare il domani

Giada Alzarem il . Emilia-Romagna

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Cosa succede quando avviene un reato?

A questo complesso interrogativo ha cercato di rispondere “Lo Strappo”, evento promosso a Piacenza dalle Associazioni Verso Itaca Onlus e Libera lo scorso 29 gennaio.

Il punto di partenza della serata è stata la visione di parti del documentario “Lo Strappo. Quattro chiacchiere sul crimine”.

“Il documentario” – ha spiegato Francesco Cajani, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano – “nasce dal mio incontro casuale con altre tre persone che insieme a me hanno voluto riflettere sui temi della Giustizia: Angelo Aparo, psicologo e coordinatore del Gruppo della Trasgressione nelle carceri di Bollate, Opera e San Vittore; Carlo Casoli, giornalista; Walter Vannini, criminologo”.

Dopo alcuni spezzoni del documentario, hanno iniziato ad alternarsi testimonianze da parte di colpevoli e vittime di reato, con Angelo Aparo come moderatore del discorso, il quale ha avviato la discussione con una domanda: “i detenuti come descrivono in tre parole la loro esperienza?”.

Molte sensazioni, quelle citate dai detenuti del carcere di Opera, tutte difficili da controllare: rabbia, solitudine, sconforto, smania di onnipotenza, bisogno di essere riconosciuti; senza contare i contesti complicati in cui quelle persone hanno vissuto. Molti anche i nomi, tutti, a parer mio, di eguale peso e dignità: Adriano, Alessandro, Roberto, Antonio.

Una testimonianza mi è rimasta particolarmente impressa: “Grazie a Dio mi hanno arrestato prima che arrivassi a uccidere qualcuno. Sono stato in galera venticinque anni. Sto ancora lavorando su di me. A parer mio non si nasce uomini, si diventa.”

Dopo i detenuti, la parola è passata a Margherita Asta, a cui la strage di Pizzolungo ha portato via la madre e i due fratellini quando aveva solo undici anni, oltre che l’infanzia. “Forse troverò la verità quando, oltre che ad avere giustizia per la mia famiglia, comprenderò perché è avvenuto lo strappo” – ha affermato la donna, continuando poi – “e come fanno i sarti con ago e filo, spetta a ognuno di noi contribuire a rimarginare le ferite.”

Poi è intervenuto Paolo Setti Carraro, fratello di Emanuela, moglie di Carlo Alberto Dalla Chiesa, che morì insieme a lui nell’attentato di via Carini. “La parte più difficile è stata stare zitto e andare avanti, come pretendeva la mia famiglia” ha dichiarato il chirurgo. “Emanuela veniva messa su un piedistallo, che in realtà non aveva: per me moriva ogni volta che era rappresentata erroneamente dai media. Ci ho messo trenta anni per trovare la forza di unirmi ai familiari di Libera, scoprendo di non essere solo. Ti rendi conto che il tuo dolore è condiviso”.

È poi venuto il turno di Marisa Fiorani, madre di Marcella Di Levrano, uccisa dalla Sacra Corona Unita, perché aveva osato affrontarla a testa alta. “Ricordo di aver provato rabbia e disperazione. Ci ho messo diciannove anni per farmi sentire, anche quando i miei familiari mi davano contro”. Dopo aver incontrato nel carcere di Opera coloro che, per i tanti omicidi commessi, si sono sentiti in parte responsabili anche per quello della figlia, ha chiesto “Come facevate a non fermarvi di fronte alla bellezza innocente di una ragazza?”. La loro risposta, spiazzante e cruda, è stata composta da due semplici parole: “Eravamo animali”.

“In quel momento”  – ha continuato Marisa – “non ho visto in loro mostri. Ho incontrato delle persone. Questo è uno dei motivi che mi fanno andare avanti”.

All’avvio della conclusione di questa serata ricca di storie ed emozioni, Angelo Aparo ha ripreso la parola, rivolgendo una domanda ai parenti delle vittime di mafia: “Cosa ci guadagnate in quello che fate?”.

Tre risposte diverse, tre risposte ugualmente valide.

“Quello che i mafiosi odiano di più è quando gli vengono strappati beni materiali. Strappare dalle loro grinfie tanti Adriano, Roberto, Alessandro, Antonio è la più grande vittoria” ha affermato, dalla sua parte, Marisa.

“Lo faccio perché sto bene con me stesso. È il motivo più egoista, ma anche il primo che ho. Non credo nella costruzione di muri. È necessaria un’altra possibilità, creare un dialogo” ha dichiarato Paolo.

“Non ci guadagno solo io, ma l’intera società” ha concluso Margherita.

Tante storie, tante sofferenze e tante ferite profonde. Ma queste persone mi hanno dato la certezza che tutto possa rimarginarsi, poco alla volta. E se possiamo davvero ricucire gli strappi, perché non possiamo migliorare il domani?

L’audio dell’intero incontro è disponibile sul sito lostrappo.net

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