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Il vantaggio di essere “buoni”

Pierluigi Ermini il . Migranti

forza buoni“Forza buoni”, è il titolo di una delle ultime copertine dell’Espresso, e leggendola ho pensato che non c’è niente di male nello scoprirsi “buoni” se questo nasce da valori e ideali che sono insiti nel profondo della propria coscienza.

Qualcuno magari potrà disprezzarlo o non dargli valore, ma penso che ci sono un sacco di vantaggi nel sentirsi così se si parte da una semplice constatazione: l’altro, il diverso da me (tutti siamo diversi, anche tra connazionali) ha il mio steso diritto di vivere una esistenza dignitosa.

Si perché la dignità di ogni persona è il punto da cui partire; dignità della storia di ciascuno, dignità che si impara a rispettare e riconoscere attraverso le relazioni.

Per questo motivo fa tristezza il vice sindaco di Trieste che getta via i vestiti di un povero straniero, perché non ha dignità di se stesso, del ruolo istituzionale che riveste e non riconosce la dignità della persona a cui ha tolto un riparo dal freddo.

Dignità e rispetto per gli uomini e le donne, vengono prima del  decoro esteriore di una città, anzi ne sono la premessa necessaria. Non esiste decoro senza rispetto e dignità verso l’umanità, qualunque volto essa abbia.

Ed ecco allora uscire la bellezza del “buono di turno” che a Trieste chiede scusa al povero e sostituisce quel cappotto gettato nell’immondizia, dando lezione di umanità (e anche di valori costituzionali) a un vice sindaco che sarà ricordato da molti da qui in avanti per questo brutto gesto e non magari per le cose buone che può  aver fatto in questi anni per la sua comunità.

E qui si impara l’altra lezione dell’essere “buoni” in questi tempi di “cattiveria” che pare piacere ai più: la libertà di pensare con la propria testa e di seguire la propria coscienza, e non le finte politiche di legalità che non possono essere positive se ciò che si calpesta è  la dignità dei più deboli.

Una libertà che nasce dal capire che, ci piaccia o non ci piaccia, con il fenomeno della migrazione, fatta delle tante storie di queste persone che fuggono dalla fame e dalla morte, dovremo continuar a fare i conti e che  non ci sono alternative (pena anche la distruzione della nostra civiltà) a individuare le necessarie forme di convivenza rispettose della dignità di tutti, che rappresenta il senso stesso della storia della nostra umanità.

Io questa libertà  l’ho imparata da mio padre che se oggi fosse vivo non voterebbe certamente a sinistra, come del resto non credo abbia mai fatto nella sua esistenza.

L’ho scoperta quando al mare, lui uomo comunque curioso, ha iniziato a stringere amicizia giorno dopo giorno con un giovane senegalese che veniva lungo la spiaggia a vendere i suoi prodotti.

Alla fine di quella vacanza loro erano già  amici, e quel rapporto é durato tanti anni, con Omar e Oliviero che ogni giorno nel mese di giugno parlavano insieme  e si raccontavano le loro storie lungo la spiaggia di San Vincenzo.

Ogni anno era così, con noi figli, nipoti, che respiravamo quell’aria di conoscenza e di amicizia.

Ci hanno raccontato che quando hanno detto ad Omar che Oliviero se ne era andato ha pianto. Son certo che mio padre avrebbe fatto lo stesso.

Si perchè la conoscenza dell’altro, le relazioni, il chiamare l’altro con il suo nome e ascoltare la sua storia, cambiano le carte in tavola, e il colore della pelle, la sua religione, perdono di significato.

La libertà è fatica, così come decidere con la propria coscienza, perchè presuppone lo sforzo di dare una chance all’altro, vuol dire instillare dentro di me il dubbio che le cose possono avere una facciata anche diversa, che non sono il depositario della verità, perchè me lo dice la mia parte politica o per propria opportunità  personale. E alla fine conta soprattutto cosa ci fa stare più in pace con noi stessi.

E mentre riflettiamo su questi temi ci siamo trovati in queste ore tutti a seguire il cammino in mare dei 49 disperati nel nostro mediterraneo che nessuno nella nostra Europa sembrava volere.

Ci piaccia o non ci piaccia oggi ci rimane  impresso soprattutto i paesi  che si sono resi disponibili alla loro accoglienza (i buoni di turno), perché  se ci fermiamo un attimo a riflettere e a pensare con una mente libera, non c’era  nessuna valida ragione al perché  non si dovesse trovare una soluzione al dramma di queste persone.

Spesso la forza che si vuole dimostrare, si rivela invece come una estrema fragilità di idee e relazioni, incentrata più alla futile vittoria del giorno dopo che non a gettare le basi per la costruzione di uno sviluppo sociale ed economico rivolto al futuro, che dovrebbe essere il vero compito della politica.

Ma non dobbiamo perdere la speranza, perché  in un tempo in cui sembra dominare la forza e la chiusura si nota una forma di ribellione democratica che giorno dopo giorno apre brecce lungo i muri che si sono costruiti anche nei nostri cuori e nella nostra mente.

Sono le brecce che vengono per esempio dalla rivolta delle famiglie di Lodi che hanno portato alla fine delle disparità di trattamento nella mensa di quel comune, dalle coperte messe a disposizione a Trieste del povero senza tetto, dai sindaci di diverse città che si stanno rendendo conto delle conseguenze sociali e di insicurezza che il creare migliaia di nuovi clandestini porterà all’interno delle nostre comunità, dal ricorso alla Corte Costituzionale presentato da alcuni governatori di regioni contro alcune norme del decreto sicurezza, dal mondo dell’associazionismo che si interroga su quanto sta accadendo in termini di perdita di valori e di condivisione di ideali, dal mondo della Chiesa che arriva addirittura ad ipotizzare la possibilità  dell’obiezione di coscienza contro norme definite inumane (per bocca di un cardinale come Bagnasco che non si può  certo identificare come un cattocomunista).

E queste azioni emergono anche grazie al contesto giuridico e normativo presente nel nostro paese che si basa sui valori della nostra Costituzione, che hanno resistito anche ai tremendi anni di piombo e che neanche un governo può permettersi di cambiare o modificare a suo piacimento.

Si perché  alla lunga tutte le forme di chiusura contro gli uomini e i loro diritti non pagano, fanno paura a tutti coloro che in qualche modo hanno il coraggio di interrogarsi e aprono al dubbio la loro coscienza.

E io credo che alla fine molti avranno il coraggio di interrogarsi su questi temi e di scegliere forme condivise e regolamentate di convivenza basate sul rispetto della dignità di ogni persona, anziché percorrere strade che non portano da nessuna parte e che ci isolano nel mondo e nelle relazioni tra i popoli.

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