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Caporalato emiliano

Sofia Nardacchione il . Emilia-Romagna

Dossier FotoIl Rapporto di Liberaidee ci dice che solo secondo il 5,9% delle 674 persone che hanno risposto al questionario sulla percezione della presenza mafiosa in Emilia-Romagna la mafia toglie lavoro: per la maggior parte dei rispondenti la mafia toglie la libertà, la giustizia e la sicurezza. Ma i dati e i casi avvenuti in regione ci raccontano un’altra realtà: le mafie tolgono il lavoro, tolgono sicurezza, tolgono soldi, tolgono, soprattutto, la dignità del lavoro.

E’ da questo aspetto che parte il dossier “Caporalato emiliano”, a cura di Libera Bologna e Libera Informazione, presentato nella terza edizione del Festival dell’Informazione Libera e dell’Impegno.

Il dossier – il secondo dei dossier R.I.G.A. Report e Inchieste di Giornalismo Antimafia, dopo “Bologna crocevia dei traffici di droga” – raccoglie casi, testimonianze, dati su un fenomeno che ancora troppo spesso si ritiene appartenere al Sud e a un solo settore, quello agricolo.

Un fenomeno che rende le persone merce sfruttata, da organizzazioni criminali e da singoli, da chi ci vede convenienza, possibilità di guadagno maggiore. A finirci in mezzo è quella “manodopera più disponibile, meno costosa e meno garantita”, di cui ha scritto la Direzione Investigativa Antimafia, dietro alla quale c’è un ricatto: è il ricatto che appartiene a chi non può permettersi di lamentarsi, di chiedere di più, è il ricatto di chi ha bisogno del permesso di soggiorno, di chi ha bisogno di mangiare, di chi ha bisogno di mantenere una famiglia e non ha nessun’altra possibilità.

Questo è caporalato, ed esiste anche in Emilia: dai lavoratori senza volti del Processo Aemilia, sfruttati dalla ‘ndrangheta emiliana nella ricostruzione post-terremoto, ai trenta rifugiati pakistani sfruttati dal caporale connazionale a Castello D’Argile, in provincia di Bologna, a tutti quei lavoratori vittima del nuovo caporalato del settore carni, a Modena. Sono queste alcune delle storie raccontate nel dossier e che ci dimostrano come i lavoratori diventano troppo spesso, e troppo spesso nell’indifferenza di chi sta intorno, un mero prodotto del mercato illegale, un bene materiale e funzionale agli interessi economici e finanziari delle organizzazioni criminali.

Caporalato, lavoro sfruttato, lavoro nero sono tutte facce di un sistema difficile da mettere in luce, in cui i limiti tra legale e illegale si sfumano e in cui il silenzio viene mantenuto anche da chi è oggetto di quello sfruttamento, perché non ha alternative.

Sono cinque le storie di “normale sfruttamento” raccolte nel dossier, storie non di caporalato ma che ci fanno vedere quanti meccanismi di disuguaglianza bisogna affrontare in una realtà nella quale, come scrive Lorenzo Frigerio nella pubblicazione, “il lavoro nero diventa la migliore espressione di un’economia che, prima ancora di essere criminale, si dimostra del tutto fragile, perché non ha in sé possibilità di sviluppo e tende ad arretrare progressivamente, innanzitutto sul piano della tutela dei lavoratori in essa impiegati”.

I casi presentati nel dossier – pochi come poche sono le situazioni che escono dall’ombra di un vero e proprio sistema criminale – ci dimostrano che sfruttamento lavorativo e caporalato si reggono, in tutti i casi, su una altissima ricattabilità, su una mancanza di solidarietà e di altre possibilità. Scompaiono in fretta, così, il diritto al lavoro e alla giusta contrattazione, il diritto alla libera concorrenza, il diritto all’ambiente, il diritto a salute e sicurezza.

Scompaiono dietro a ditte fantasma, dietro ad aziende compiacenti con mafiosi o sfruttatori, o spesso gestite direttamente da questi ultimi, dietro ad appalti e subappalti.

Per scaricare il dossier completo: Caporalato emiliano.

Di P.A.S.saggio: lavoro agricolo stagionale nel saluzzese

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