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Lo Strappo a Brugherio con gli Scout del Clan Mistral

Luca Cereda il . Lombardia

IMG_9485_Libertà, informazione, in-giustizia, quotidianità. Queste sono le parole messe in scena dai ragazzi del Clan Mistral di Brugherio, organizzatori della serata presso l’auditorium civico del paese. Svelate, raccontate e poi squarciate a metà. Il significato simbolico è quello che bisogna oltre le parole, si deve andare alla radice dei concetti e del significato che si portiamo appresso, il bagaglio di vissuti ed esperienze che esse testimoniano. E su di esse non bisogna lasciar posare la polvere su di esse.

A questa rappresentazione teatrale, segue la visione de Lo Strappo – quattro chiacchiere sul crimine, il docu-film nato da un’idea dello psicologo Angelo Aparo, del magistrato Francesco Cajani, del criminologo Walter Vannini – tutti presenti nella sala dell’auditorium – e del giornalista Carlo Casoli. Il risultato è un’analisi dell’istante dello strappo, il momento in cui la violenza o il crimine irrompono improvvisamente nella vita di una persona, cambiandola per sempre. L’obiettivo è quello di offrire uno strumento per affrontare la complessità della questione criminale, per prevenire e non banalizzare, invitando lo spettatore a guardare secondo quattro diversi punti di vista della vittima, del reo, delle Istituzioni, dei mass media.

La lacerazione non è però riservata soltanto a queste quattro realtà: lo strappo penetra nel tessuto sociale, coinvolge tutti di tutti i giorni. Questa situazione è descritta in modo efficace dal quadro di René Magritte, La chiave dei campi, che raffigura una finestra, incorniciata da due tende rosse, che si affaccia su un paesaggio collinare. Il vetro della finestra è rotto e i frammenti, sparsi sul pavimento interno della stanza, riproducono ciascuno una parte del paesaggio. I vetri rotti ci portano a mettere in dubbio l’esistenza di un reale rapporto fra oggetto riprodotto e la sua riproduzione e, come diretta conseguenza, fra uomo e realtà. E nel caso dello strappo che segue un reato, la verità.

Il documentario spiega che dobbiamo prendere le distanze dal collocare la verità in uno o in un altro campo. La verità è il concerto di voci dai bordi che lo strappo crea, la verità è nelle relazioni umane che il lungo percorso di riparazione mette in campo.

Un lembo dello strappo è costituito dai rei: Adriano, detenuto da 20 anni per reati di Camorra nel carcere di Opera, 7 anni fa entra nel Gruppo della Trasgressione e da quel momento inizia a muovere i primi passi di presa di coscienza del suo passato e dei valori che lo hanno caratterizzato. “Sono entrato in carcere da colpevole – dice rivolgendosi ai ragazzi e a tutti coloro che cremivano l’auditorium – ma mi sentivo una vittima. Ora che ho preso coscienza che anche se ho ammazzato altri camorristi, ho commesso strappi irreparabili, mi rendo conto che il colpevole sono io”. “Ora che sono sottoposto all’articolo 21 della norma penitenziaria, posso lavorare fiori dal carcere dove compro frutta all’ortomercato di Milano per poi rivenderla nei ristoranti. Così facendo tento di ricucire lo strappo, non tanto con le vittime dirette dei miei crimini, ma con la società, anch’essa strappata dalle mie azioni”.

Alessandro, detenuto con Adriano racconta che non bisogna pensare che l’ambiente ‘difficile’ sia una scusa: è solo uno degli elementi che porta a compiere certe azioni. “Una volta in cercare e fatti certi percorsi di riflessione e pensiero, sono finalmente riuscito, per la prima volta, ad immedesimarmi nell’altro. E da quel momento ho capito che la bellezza della vita sono i rapporti, liberi: così ho deciso di investire la mia vita per raccontare ai giovani e a tutti la mia esperienza così  che loro potessero ricevere da me ma che io possa ricevere esperienze e valori da loro”.

Un altro lembo dello strappo si incarna nella serata brianzola nella storia e nel vissuto di Giorgio Bazzega, figlio del maresciallo dell’antiterrorismo Sergio Bazzega, ucciso dal brigatista Walter Alasia il 15 dicembre del ‘76. Dopo una ventina d’anni di ‘silenzio’ dentro e fuori la famiglia, Giorgio racconta di aver preso coscienza dello strappo che quell’evento della sua vita gli ha riservato: Giorgio sceglie per riempire la sua lacerazione la droga per alleggerire la sua anima e la vendetta dare uno scopo al corpo.

“I valori con cui sono cresciuto, i semi piantati da mio padre rivela Giorgio Bazzega – si sono presentati, come i vetri di Magritte che hanno intrappolato una certa immagine e la conservano. Essi hanno mostrato il reale e profondo motivo dell’odio e della rabbia che avevo dentro: il mio essere una vittima. Quando sei vittima il dolore ti porta a cortocirciuti strani: volermi vendicare della morte di mio padre per onorarlo era il contrario dei valori che lui mi aveva tramesso e che incarnava”. L’incontro con Manlio Milani, Fondatore de La casa della memoria di Brescia e marito di una delle vittime dalla strage di Piazza della Loggia del ‘74, è stato lo snodo che ha consentito a Giorgio di guardare finalmente ‘dentro’ il suo strappo. “Quel signore mi ha cambiato la vita perché mi ha permesso di stravolgere il mio punto di vista: la vittima non dev’essere passiva e in attesa di essere considerata o commiserata, non in cerca di vendetta. La vittima diventa parte attiva nel processo di avvicinamento dei lembi dilaniati dal dolore e dalla sofferenza dello strappo iniziale, violento.

Per 10 anni Giorgio intraprende un percorso di giustizia riparativa con un gruppo di vittime del terrorismo, della lotta armata e con ex-esponenti della lotta armata. “In questo percorso, dove i rei accettavano sulle loro spalle la sua rabbia e la sua sofferenza. I dolori sono trasversali: lo strappo dilania tutti, me come figlio di una vittima, ma esso si prende anche i figli e le figlie dei rei. Questo mi ha fatto capire che chiedere la “morte civile” per i fatti commessi, anche dopo lo sconto della pena, significa fare qualcosa di incostituzionale e di terribile, che non ricuce lo strappo, ma lo trascina e se possibile lo aumenta!.

La giustizia riparativa è sofferenza, vuol dire mettere sul piatto le proprie vite e da qualcosa di brutto e tragico e ritrovare qualcosa di bello. La giustizia riparativa non si pone il compito di portare indietro allo ‘stato di cose’ precedente allo strappo: cerca di valorizzare, attraverso gli incontri e le relazioni che si innestano sulle vite che sono proseguite, le situazioni che si vivono oggi. “La giustizia riparativa funzione come la colla che i giapponesi usano quando un vaso si rompe: essa non è invisibile e non cerca di nascondere la rottura e il restauro. Con una polvere d’oro invece ne accentua le discontinuità e la crepe perché esse fanno parte della storia di quel vaso, ne costituiscono un valore intrinseco”.

Angelo Aparo, fondatore del Gruppo della Trasgressione, conclude la serata interrogando in modo introspettivo i detenuti presenti, Giorgio, i ragazzi degli scout e l’intera platea: “A tutti noi, davanti ad una o più frustrazioni, viene voglia di ‘dimettersi’, viene voglia di concedere a se stessi una strada che porti ad un’appagamento immediato rispetto agli obiettivi che ci eravamo dati. I detenuti sembra che si siano dimessi dai loro ideali di partenza, violenti e criminali. Che cosa li fa ritornare in gioco, cosa permette loro di volere e di poter tornare in gioco.  Cosa permette a tutti noi di non dimettersi dalla vita portando avanti idee, senz’altro nobili, ma impegnative come la libertà, il riconoscersi nell’altro e il rispettarlo sempre”.

Adriano risponde che la forza per i detenuti sono coloro, all’interno dell’istituto carcerario e nella società  che non hanno accettato le loro dimissioni dalla comunità stesso. “È grazie a chi ha creduto in me, alla mia umanità sepolta sotto strati di sudiciume, e che mi ha riportato allo stadio ‘fanciullino’, all’età precedente alle dimissioni, aiutandomi da adulto a riconoscere la bellezza della  relazioni”.

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