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In difesa di Domenico Lucano, della legge e della giustizia

Francesco Donnici il . Calabria

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La notizia sta scuotendo le coscienze dalle prime luci dell’alba di ieri, quando la Guardia di Finanza, nell’ambito dell’operazione Xenia, ha eseguito la misura cautelare degli arresti domiciliari richiesta dalla Procura di Locri ed applicata dal Giudice per le indagini preliminari nei confronti di Domenico Lucano, Sindaco di Riace, oltre che la misura del divieto di dimora per la compagna Tesfahun Lemlem.

Ne sta conseguendo uno scontato e dannoso dibattito mediatico che, suo malgrado, gravita attorno alle vicende del piccolo borgo calabrese rinato grazie all’accoglienza. Suo malgrado, perché del “modello Riace” non si leggerà solo nelle cronache giudiziarie o in qualche tweet, ma anche e soprattutto sui libri di storia delle generazioni future e maggiormente responsabili verso la tutela del bene comune, semmai alla storia ed ai suoi insegnamenti questa società sarà ancora capace di dare l’importanza che merita. Cosa tutt’altro che scontata.

Piero Calamandrei nel 1956 si poneva un interrogativo simile, anch’egli non celando una visibile fiducia nelle nuove generazioni, quando in difesa di Danilo Dolci chiedeva quale immagine, di quel processo, i Giudici avrebbero voluto consegnare ai posteri. E ancora, sosteneva Calamandrei che nel processo penale il pubblico concentra i suoi sguardi sul banco degli imputati, perché crede di vedere in quell’uomo, anche se innocente, il reo, l’autore del delitto: l’uomo che ha ripudiato la società, che è una minaccia per la convivenza sociale. Le richieste che risuonavano in quell’aula erano di ricercare chi fosse il delinquente, in cosa consistesse il delitto o perché un “disobbediente civile”, paladino della non violenza, fosse stato rappresentato nella requisitoria del Pubblico Ministero come un individuo dalla “spiccata capacità a delinquere”.

Dov’è il delitto? Nei confronti di Mimmo Lucano è stato aperto un anno fa un fascicolo d’indagine sulla base di una serie di accuse tra cui associazione a delinquere, falso in corruzione, abuso d’ufficio, malversazione, fino ad arrivare all’emissione di fatture false ed alla truffa aggravata. La misura cautelare eseguita ieri, provvedimento che limita provvisoriamente la libertà del soggetto in attesa dell’eventuale processo, è stata però applicata sulla base di sole due accuse: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. Tutte le altre sono state rigettate dal GIP.

Dalla ricostruzione, sarebbe emersa una particolare spregiudicatezza da parte del Primo cittadino riacese nel perpetrare tali attività anche in danno al proprio Ufficio. Sono riportati estratti di alcune intercettazioni dove Lucano, parlando con la compagna, cerca di spiegare perché una cittadina proveniente dalla Nigeria ed alla quale era stato negato per tre volte il permesso di soggiorno, dovesse lasciare il paese. “Io la carta d’identità gliela faccio, ma sono un fuorilegge perché dovrei avere un permesso di soggiorno in corso di validità”, si sente nelle parole del Sindaco che proporrebbe come ultima soluzione per la permanenza della donna sul territorio, quella del matrimonio con un cittadino italiano. “Proprio per disattendere queste leggi balorde vado contro la legge”. Dall’altro capo del telefono c’è la compagna, Lemlem, che solo qualche mese fa ci raccontava dell’inferno libico fatto di torture ed abusi, luogo dei respingimenti e dei rimpatri, lontano e diverso da quella “casa loro” alla quale non è permesso tornare per via dei conflitti in atto.

C’è probabilmente una trasgressione alla legge, ma anche un doveroso bilanciamento morale ed etico di fronte al quale la “legge” stessa, per essere espressione della giustizia, dovrebbe soffermarsi. Eppure si legge dell’organizzazione di “matrimoni di comodo” – ma non vi sono riferimenti a richieste di denaro da parte del Sindaco – dove Lucano risulterebbe quasi aver strutturato un sistema atto a lucrare sul suo ruolo di amministratore della cosa pubblica. Ma probabilmente, riprendendo le parole di don Luigi Ciotti, non è stato altro che “un eccesso di generosità”.

Altra accusa è quella dell’affidamento diretto, in maniera fraudolenta, del servizio di raccolta e trasporto rifiuti senza eseguire le necessarie procedure di gara previste dal codice degli appalti. Nello specifico, i servizi sarebbero stati affidati a due cooperative sociali (la Ecoriace e l’Aquilone) iscritte in un apposito albo comunale istituito dal Sindaco stesso, ma non in quello regionale come richiesto per legge. Nemmeno in questo caso vi è riscontro, nella ricostruzione della Procura, di un interesse personale (ed a scopo di lucro) legato all’attività ritenuta illecita.

Nel comunicato diramato ieri dalla Procura si legge che “sulla ricostruzione delle circostanze, il GIP del Tribunale di Locri ha tuttavia affermato che “ferme restando le valutazioni espresse in ordine alla tutt’altro che trasparente gestione, da parte del Comune e dei vari enti attuatori, delle risorse erogate per  i progetti S.P.R.A.R. e C.A.S., ed acclarato quindi che tutti i protagonisti dell’attività investigativa conformavano i propri comportamenti ad estrema superficialità, il diffuso malcostume emerso nel corso delle indagini non si è tradotto in alcuna delle fattispecie delittuose ipotizzate”.

Nell’ordinanza del GIP, inoltre si legge in riferimento all’attività d’indagine relativa al secondo capo d’accusa che “pur volendo ipotizzare che fosse intenzione degli inquirenti rimproverare agli indagati l’affidamento diretto dei servizi […] il mero riferimento a ‘collusioni’ ed ‘altri mezzi fraudolenti’ che avrebbero condotto alla perpetrazione dell’illecito si risolve in una formula vuota”.   

Nel leggere queste righe desta ancor più perplessità la decisione dello stesso GIP di applicare una misura limitativa della libertà personale (e dalla notevole risonanza mediatica in questo momento storico) ad una persona che, probabilmente, nel voler garantire la libertà di un altro essere umano, ha in parte ecceduto. Ancor di più se si considera che tali misure sono previste dal nostro ordinamento giuridico qualora vi siano particolari esigenze di tutela della persona offesa o, comunque, della comunità.

Dov’è il delinquente, se il delinquente è essenzialmente un infelice esiliato nel suo sfrenato egoismo, un solitario incapace di vivere nella società? Si chiedeva ancora Calamandrei.

Il sistema Riace non è perfetto, ma funziona, soprattutto sul piano umano e per questo è divenuto modello. Lo stesso Lucano non ne ha mai fatto mistero, ma si è sempre battuto per preservarlo.

La Procura è stata chiamata all’arduo e – date le influenze politiche sulla vicenda – anche un po’ “ingrato” compito di comprendere se le portata delle violazioni di legge, ove concretamente riscontrata, sia tale da dover arrivare alla chiusura di questo sistema. Le strumentalizzazioni non si sono fatte attendere, espresse anche in forma miope da parte di chi ha etichettato Riace come esempio (negativo) di “business dell’accoglienza” senza magari approfondire la lettura degli atti giudiziari dai quali emerge chiaramente che nessuno si è illecitamente arricchito, ma che proprio a fronte del mancato riscontro di elementi in tal senso, l’intero impianto accusatorio risulta fortemente vacillante.

Non possiamo cambiare le leggi a nostro piacimento. Questo è certo. Ma ci sono leggi che ancora oggi ostacolano un’organica tutela dei diritti fondamentali; leggi scritte da quelle stesse correnti politiche che hanno fatto delle manipolazioni normative i loro kit di sopravvivenza. Come società civile siamo dunque chiamati a valutare questa vicenda nella sua complessa interezza. Siamo chiamati a capire, ad esempio, se può essere considerato colpevole di reati atti a danneggiare il bene comune e la pubblica amministrazione, una persona che ha contribuito a favorire la rinascita di una comunità morente.

Dove sta, se esiste, il valore della disobbedienza civile? La legge è chiamata ad orientarci nelle nostre scelte, ma è tale solo se la società che contribuiamo a costruire cambia in meglio.

La Giustizia, dal canto suo, ha un compito tutt’altro che semplice, poiché chiamata a consegnare ai posteri la verità. Ma come noi è umana e dall’umano non può prescindere. Non è “eletta” da nessuno, ma è sembianza della nostra fede.

Oggi come non mai siamo chiamati ad avere fede nella giustizia, fatta di molteplici aule, volti e procedimenti che dovrebbero portare passo dopo passo verso la verità. Parrebbe a tratti azzardato l’accostamento alla vicenda giudiziaria di Danilo Dolci, anche per la fase procedimentale nella quale ancora siamo, ma il richiamo fin da oggi è ad un interrogativo, sempre di Calamandrei, che dobbiamo rivolgere a noi stessi in quanto “giusti”: In che modo gli imputati avevano offeso il diritto altrui; in che senso avevano offeso la solidarietà sociale e mancato al dovere civico di altruismo?

Riace, un altro modo è possibile

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