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La speranza del Generale

Luca Cereda il . Lombardia

2018_Libera MI_dalla Chiesa_#1È proprio la speranza del Generale Dalla Chiesa il fil rouge del momento di memoria in Piazza Diaz, organizzato da Libera e introdotto da Lorenzo Frigerio, referente nazionale di LiberaInformazione. “L’allora Arcivescovo di Milano – dice Frigerio – Carlo Maria Martini, in occasione della messa esequiale del 5 settembre 1982 afferma: Il suo ottimismo di fondo, il senso del dovere, il fuoco che gli ardeva dentro, era più forte delle delusioni, più ardente delle minacce”.

È accerchiato il Generale nei suoi 100 giorni da Prefetto di Palermo. È debole sul fronte istituzionale come non lo era mai stato ai tempi della lotta al terrorismo. Il Prefetto Dalla Chiesa è segregato nella sfarzosa Villa Whitaker, sede della Prefettura palermitana, lui che l’Italia e il suo popolo lo ha conosciuto caserma dopo caserma, dalla valle del Belice alle Prealpi comasche, incarico dopo incarico. Con gli alamari cuciti sulla pelle.

Suona la musica, dolce come il suono della chitarra e profonda come le note del clarinetto. La musica introduce le letture dei ragazzi di UniLibera, tra cui un passo intero tratto dal libro Un Papà con gli alamari, di Simona, Rita e Nando, i figli del Generale: ‘Vi voglio bene, tanto, e in questo momento vi chiedo di essermi vicini; così come nei mesi e negli anni che verranno. Vogliatevi soprattutto e sempre il bene di ora! Quanto vi ho scritto, l’ho fatto a 7-8000 metri di altezza, in cielo, mentre l’aereo mi portava veloce verso Palermo. Vi abbraccio forte forte, il vostro papà (Carlo Alberto dalla Chiesa, Aprile 1982)’.
“Sopra gli alamari, la sua pelle, Carlo Alberto Dalla Chiesa, ha vestito l’abito del Prefetto e in quelle vesti – ricorda Frigerio – ha capito che la strategia di lotta alla mafia non poteva essere soltanto repressiva: si impegnò nelle scuole, davanti agli operai dei cantieri navali di Palermo, con le madri dei tossicodipendenti. Il Prefetto Dalla Chiesa con loro parlava di diritti, quei diritti che la mafia traduce in favori”.

Questa è la speranza del generale, la sua eredità. E in questo solco si inseriscono anche le parole del Tenente Colonnello Abrate, il quale si dice convinto che l’educazione alla legalità e alla cittadinanza deve iniziare sin dai ragazzini delle scuole.

Interviene quindi Armando Spataro, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino, il quale ricorda un’altra eredità importante del Generale, un lascito che testimonia la speranza che la sua determinazione ha lasciato allo Stato, a tutti noi: i suoi metodi investigativi e il suo intento di coordinare tutte le forze in campo, prima nella lotta al terrorismo, poi nella lotta alla mafia. “Una caratteristica del Generale – ricorda Spataro che collaborò con Dalla Chiesa nel periodo del terrorismo quando era Sostituto Procuratore della Repubblica di Milano – che testimoniano in tanti, era la sua capacità di suscitare stima ma anche tanto affetto, tanto nei suoi sottoposti quanto nei collaboratori e nei pentiti che aiutarono nella lotta al terrorismo. Essi ricordano l’attenzione che il Generale aveva per le loro famiglie”.
“Va ricordato che da Generale prima e da Prefetto poi, Dalla Chiesa non ebbe mai un atteggiamento retorico: non si pose mai sotto i riflettori come eroe dell’antiterrorismo o dell’antimafia. Da questa sua condotta dobbiamo trarre un insegnamento per l’oggi: bisogna spingere per un’analisi delle attività mafiose e una risposta nostra, dello Stato, dettata dalla ragione. Noto come ci siano delle criticità a partire dalla mia categoria, quella dei magistrati: ci sono magistrati che cercano il sostegno delle piazze, magistrati che si propongono come moralizzatori e storici del paese. Essi sostengono che se anche un processo non va fino in fondo e si conclude con la sentenza auspicata, si è contribuito a ricostruire la storia. Questa impostazione è sbagliata – sottolinea con fermezza Spataro – poiché, al contrario, è lo storico che si serve delle sentenze per ricostruire la storia. Il magistrato ricerca unicamente le prove di responsabilità sugli indagati su cui lavora: questo è il compito del magistrato. Questo atteggiamento retorico va condannato anche da parte di quella politica che usa la mafia e l’antimafia a seconda del momento e dell’interesse. Così come è da condannare l’atteggiamento dell’informazione che si occupa di celebrare sentenze senza condannare chi invece usa la lotta alla criminalità organizzata per pubblicizzare il suo lavoro. Ed infine è da biasimare la società civile che con certi atteggiamenti retorici lascia passare il messaggio che l’antimafia sia compito di una ristretta élite di eroi: non è così, perché ciascun membro della comunità deve avere l’impegno di prestare attenzione, un’attenzione che la mafia moderna impone a tutti e a trecentosessanta gradi. Ognuno nel suo campo quindi deve sapere ed essere pronto all’impegno”.

Luca, Laura ed Alice, i figli del fratello di Emanuela, Paolo Setti Carraro, leggono una lettera scritta da Paolo alla sorella. Una lettera che si propone di arrivare a lei attraverso l’ascolto di tutti noi, lanciando un messaggio indelebile, traccia di quella speranza che lei condivideva con il Generale: la speranza che attraverso l’impegno, lo studio e la conoscenza si potesse e si possa cambiare il mondo sconfiggendo ogni atteggiamento mafioso e di complice mafiosità.

La speranza contro la disperazione. La speranza che una donna come Emanuela Setti Carraro coltivava ogni giorno agendo come infermiera volontaria della Croce Rossa nell’ospedale chirurgico militare di Milano. “La speranza – rimarca Mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano – è un modo di guardare la vita. Non è un calcolo, una proiezione o un’aspettativa. La speranza viene da fuori di noi e può diventare storia solo se è coltivata insieme. La memoria delle vittime della lotta alla mafia, come Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro, Domenico Russo, può diventare storia solo se l’intera comunità si ritrova in essa. L’incontro della società civile nella memoria si deve però riflettere nella partecipazione allo Stato, in tutte le sue forme”.

Lo spunto di riflessione dell’Arcivescovo Delpini evidenzia l’importanza del fare memoria condivisa e collettiva, ma invita a fare un passo in più. Il passo successivo è quello di fare memoria istituzionale: memoria che diventa la storia dello Stato. Significa cioè che la famiglia che fa memoria non è solamente la famiglia Setti Carraro, la famiglia Russo o la famiglia Dalla Chiesa; non è neppure la famiglia allargata di una città o di una regione: è la famiglia Istituzione. È lo Stato che necessità di fare memoria.

Questo è un passo ulteriore che serve anche come antidoto. Nei reati mafiosi, dove soltanto il 20-30% delle vittime ha ottenuto giustizia e tutti gli altri ancora no, e visto che aspettano da 30 anni difficilmente l’avranno, la memoria condivisa collettiva dei familiari che diventa memoria istituzionale è un aiuto in più, non è solo un dovere civico nei confronti di chi è morto, ma è anche un antidoto immesso nella comunità nella lotta alla criminalità organizzata.

In serata, presso la Casa della Memoria, la Scuola di Formazione ‘A. Caponnetto’, in collaborazione con  Libera, ANPI e con la partnership di Radio Popolare, ha organizzato un incontro dal tema Storia di un generale, storia di un uomo: la storia del nostro paese. Il momento è aperto dalla lettura, curata da Filippo Ughi, di un’altra parte dalla lettera alla famiglia scritta dal neo-Prefetto Dalla Chiesa mentre si dirigeva in volo a Palermo, un’altra sezione del suo testamento spirituale: “Potere è un sostantivo nel nostro vocabolario ma è anche un verbo. Ebbene, io l’ho colto e lo voglio sottolineare in tutte le sue espressioni o almeno quelle che così estemporaneamente mi vengono in mente: poter convivere, poter essere sereni, poter guardare in faccia l’interlocutore senza abbassare gli occhi, poter ridere, poter parlare, poter sentire, poter guardare in viso i nostri figli e i figli dei nostri figli senza avere la sensazione di doverci rimproverare qualcosa, poter guardare ai giovani per trasmettere loro una vita fatta di sacrifici e di rinunzie. Poterci sentire tutti uniti in una convivenza, in una società che è fatta, è fatta di tante belle cose, ma soprattutto del lavoro, del lavoro di tanti”.

In questa lettera, l’amore per i cari si lega indissolubilmente al senso del dovere e della responsabilità che il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa sentiva verso lo Stato. Queste due facce della stessa medaglia emergono in modo deciso anche nell’intervista che il Prefetto Dalla Chiesa rilascia a Giorgio Bocca, uscita sulle pagine di Repubblica il 10 agosto 1982: Come combatto contro la mafia.

Filippo Ughi legge per intero il resoconto dell’incontro: “I Cavalieri catanesi (i rappresentanti delle quattro più grandi imprese edili di Catania) con il consenso della mafia palermitana, oggi, lavorano a Palermo. La mafia quindi è forte anche a Catania”. Queste le parole del Generale, che anche se non più in divisa ma con l’abito del Prefetto cittadino, restava un uomo con la schiena dritta denunciando anche a connivenza delle banche che proteggevano i loro clienti in combutta con la criminalità organizzata. “L’Italia per bene sbaglia – continuava Dalla Chiesa – a disinteressarsi di quello che sta accadendo in Sicilia”. È un messaggio che lancia a tutta la nazione. Perché ormai la mafia non era più solo in Sicilia. Era già dappertutto.

“La presenza dello stato dev’essere visibile e l’arroganza della mafia dev’essere repressa”. È con queste parole che Giuseppe Teri della Scuola di Formazione ‘A. Caponnetto’ apre il suo intervento. Teri ricorda anche che in qualità di Prefetto Dalla Chiesa non chiedeva ‘leggi speciali e poteri ad hoc’: domandava allo Stato la possibilità di coordinarsi con le altre prefetture perché combattere la mafia – diceva il Generale a Bocca – soltanto nel ‘pascolo palermitano’ significa tempo. La mafia va combattuta in tutta Italia. ‘Credo di aver capito la nuova regola del gioco. Si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale: è diventato troppo pericoloso, ma si può uccidere perché è isolato’. Nella lotta all’antiterrorismo il Generale era sostenuto dalle istituzioni ed aveva dietro l’opinione pubblica e gambizzati eccellenti. Da Prefetto invece no. Della mafia non se ne occupava nessuno; o meglio, nessuno se ne voleva occupare. Per paura, per convenienza o per collusione.

Dalla Chiesa aveva inoltre già capito allora come la mafia operasse nelle grandi città, come fosse entrata nell’economia e come riciclasse denaro, agendo sotto la copertura di prestanome in modo da rafforzare il suo potere. Dalla Chiesa voleva conoscere a fondo e scardinare questo meccanismo. E per questo è stato ucciso.

Roberto Cenati, Segretario Provinciale dell’A.N.P.I. di Milano, ripercorre i passi che compì Dalla Chiesa, da sottotenente dei Carabinieri di istanza a San Benedetto del Tronto, diventando un carabiniere-partigiano. Dall’8 settembre 1943 Carlo Alberto Dalla Chiesa venne ‘iscritto’ alla lista nera delle SS ed entrò in clandestinità salvando ebrei e prigionieri inglesi dalle rappresaglie naziste.

“Il futuro Generale operò nella zona di Ascoli Piceno ed è lì che apprese le tecniche della guerriglia ed organizzò gruppi armati con i quali gestiva le attività di lotta contro l’Italia occupata dal nazifascismo”.

Prendendo la parola la Dottoressa Alessandra Dolci, Procuratore aggiunto della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, si domanda e chiede a tutti noi: “Le ambizioni di lotta alla mafia di Dalla Chiesa sono state battute e sconfitte dal suo eccidio dell’82? ‘Tutti, dopotutto, hanno fallito contro la mafia. Perché lei no, Generale?’. Questa è anche la domanda che Giorgio Bocca rivolgeva a Dalla Chiesa nell’agosto ‘82. Il Generale però era un soldato. Non si chiedeva quale fosse il fine ultimo delle sue  azioni: prese in dote quello che sarebbe stato il suo dovere e lo portò avanti fino alla fine. Nelle Odi di Orazio viene detto che ‘è dolce e dignitoso morire per la patria’. Questo atteggiamento valeva per lui ieri e deve valere per chi rappresenta oggi lo Stato, per i magistrati che indagano contro la mafia”.

La dottoressa Dolci sottolinea però, con evidente rammarico, come in Italia ci sia bisogno di ‘scosse emotive’ per far approvare norme e leggi pronte già da anni, efficaci sin da subito. Il 13 settembre 1982, venne approvata la legge n. 646/1982, conosciuta come legge Rognoni-La Torre. È la norma che riconosce l’associazione a delinquere di stampo mafioso e che introduce misure di prevenzione patrimoniale come il sequestro e la confisca dei beni posseduti direttamente o indirettamente dal soggetto indagato per mafia. Queste legge è stata approvata soltanto dopo il 30 aprile e il 3 settembre ‘82: dopo gli omicidi di Pio La Torre e di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Due uomini di Stato e per lo Stato.

Il Procuratore ritorna ancora a parlare della situazione di oggi, qui, a Milano: “‘Il mondo si divide in due – dice Dolci riprendendo l’intercettazione ottenuta dal dialogo tra due affiliati alla ‘Ndrangheta, l’organizzazione criminale di stampo mafioso più potente nel nord Italia – quello che è Calabria e quello che lo diventerà’. La mafia al Nord attecchisce e crea consenso perché risolve i problemi: recupero crediti, prestiti non concessi dalle banche, ottenimento di appalti o subappalti. Per togliere il potere alla mafia bisogna dare ai cittadini quelli che sono i loro diritti. Diritti che per la latitanza dello Stato, la mafia può vendere come piaceri. Questo era anche l’obiettivo e l’impegno di Dalla Chiesa, il quale aveva lottato come partigiano per ottenere la Costituzione e che si è speso poi come difensore e garante dei suoi diritti contro gli attacchi del terrorismo e delle mafie”.

Anche Carlo Alberto Dalla Chiesa, figlio di Nando Dalla Chiesa, secondogenito del Generale, interloquisce con la sala della Casa della Memoria, gremita di persone e affollata da tanti giovani, domandando: “Perché sembra che nel Generale e in tanti magistrati ci sia la predisposizione al sacrificio per lo Stato? Perché e per che cosa lo fanno?

Non per combattere. Quel fuoco dentro non è una forza autodistruttrice, non è forza suicida. È una forza che deriva dall’importanza degli affetti e delle relazioni che ognuno di loro, e che ognuno di noi, possiede e coltiva ogni giorno. Relazioni che si affermano attraverso le leggi e grazie ai diritti e alle libertà che la Costituzione ci garantisce. È questo aspetto che ha spinto il Generale, e come lui tanti magistrati, a tutelare questi diritti e perfino a morire per essi. Perché così facendo non sarebbero diventati eroi ma avrebbero protetto e garantito ciò in cui credevano a coloro ai quali, più di ogni altro, volevano bene.

Fare memoria del Generale significa trasmettere e tramandare due concetti, due elementi che hanno sempre contraddistinto mio nonno: autorevolezza e comunità. L’autorevolezza è un organo vitale per un comunità che oggi sempre più mai stiamo invece facendo morire. Nella magistratura, come nell’informazione, così come in ogni ambito non c’è più autorevolezza e per questo motivo si sfilaccia la comunità.

Dell’attuale organigramma va ripensata innanzitutto la giustizia perché essa è troppo spesso solo qualcosa di teorico: la magistratura sottolinea come ‘tutti, in uno Stato di Diritto, dovrebbero denunciare’. Ma se denuncio, oggi, è perché posso permettermelo. Posso permettermi di attendere anni senza perdere tutto, senza chiudere la mia impresa, senza perdere il patrimonio di una vita.

Denunciare e fare il proprio dovere civico, se è un lusso, non è più un diritto. E allora la mafia vince, la comunità perde.

Per tornare comunità dobbiamo unirci per proteggere le cose belle: i nostri diritti, i nostri cari. Abbiamo bisogno di autorevolezza, di ritrovare la credibilità della magistratura, dell’informazione e della stessa società civile e abbiamo bisogno che lo Stato riottenga il potere, potere effettivo. In conclusione, Lorenzo Frigerio torna a parlare della speranza del Generale Dalla Chiesa: “la sua speranza era quella di uno ‘stato nuovo’, l’idea di una comunità che legasse la sua identità all’inverare quello che c’era scritto nella Costituzione. In ogni azione di Carlo Alberto Dalla Chiesa è presente il fil rouge della Costituzione. Nei 100 giorni di Palermo un uomo dagli alamari cuciti sulla pelle, uomo della repressione, fu un uomo della prevenzione. Il Prefetto Dalla Chiesa ebbe un’intuizione decisiva per la lotta alla mafia. Il 17 maggio il Prefetto è a Corleone, località scelta come ritrovo per i quindici sindaci della provincia di Palermo, per dimostrare che lo Stato è al loro fianco. Da lì in poi incontra gli studenti nelle scuole e nei licei e racconta ai ragazzi della mafia intorno a loro. Il prefetto incontra oltre agli studenti, i loro genitori e le madri dei tossicodipendenti sul tema della droga, dicendo: “Si parli di fatti, si predispongano ed attuino cambiamenti”. La repressione soltanto non è sufficiente: in quei 100 giorni parla con i cittadini, con gli imprenditori, coordina finanza, polizia di stato e carabinieri. Il Prefetto Dalla Chiesa è figlio del Generale: lui la mafia l’aveva incontrata anni prima, reprimendola. Da Prefetto la affronta in modo differente, non lasciandosi andare alla disperazione di una missione impossibile o quasi, ma affidandosi alla speranza che valesse la pena lottare, partendo dall’educazione dei più giovani”.

Questa è la speranza che Carlo Alberto Dalla Chiesa lascia a tutti noi nella forma di un sentimento potente. Ma – scrive Nando Dalla Chiesa – “Alla gratitudine dei sentimenti si deve accompagnare l’incisività delle opere quotidiane”.

Milano ricorda Carlo Alberto dalla Chiesa 

Palermo, Festa dell’Onestà

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