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E!State Liberi! A Favignana: una settimana sull’isola di Macondo

Michele Lissoni il . Sicilia

libera Trappeto-2Favignana, isola maggiore dell’arcipelago delle Egadi. Non si trova lontano dalla costa della Sicilia: da Marsala e Trapani dista solo pochi chilometri. È proprio da Trapani che vi giungo, in aliscafo, un viaggio di circa mezz’ora che si conclude nel porto dell’isola, punto d’approdo per pescatori, ma soprattutto per visitatori e turisti. Mentre la nave riparte verso la poco distante isola di Levanzo, l’occhio cade sul Monte Santa Caterina, punto più alto della cresta che taglia in due Favignana. Qualche giorno dopo, sarà la visita al forte diroccato sulla sua sommità a mostrarmi con chiarezza i due lembi di terra che dalla cresta si estendono a ovest, verso l’isola di Marettimo, e a est, verso la Sicilia. Dai parapetti del forte sono ben visibili Trapani, Marsala e il Monte Erice; più vicino c’è il paese di Favignana, al cui centro si stagliano le mura del carcere; e appena fuori dall’abitato, si trova Casa Macondo.

Il campo si svolge lì, in una casa sequestrata agli imprenditori Francesco e Vincenzo Morici. In questi anni, il circolo di Legambiente dell’isola l’ha presa in gestione, assicurandosi che anziché cadere in rovina essa diventasse il fulcro di una rete di persone e associazioni che vogliono dare a Favignana un futuro diverso dallo sviluppo turistico incontrollato che desiderano molte forze politiche, imprenditoriali e mafiose. Di questa rete fanno parte favignanesi che hanno in Casa Macondo il loro punto di riferimento e attivisti di lungo corso, ma anche persone che arrivano qui per un campo di volontariato, tutti uniti in una comunità che è implicita nel nome stesso: Casa, da Casa B, spazio culturale e di formazione nato a Bogotà, Colombia, come alternativa al disagio sociale e alla violenza che caratterizzavano il quartiere di Belén; e Macondo, termine coniato da Gabriel Garcia Marquez, ma che a Favignana arriva passando per l’esperienza della comunità di Macondo creata a Milano negli anni ’70 da Mauro Rostagno.

Giunto a Casa Macondo conosco gli altri partecipanti al campo, ma incontro anche chi questo campo lo ha ideato e organizzato. Carmine è il responsabile formale ed è affiancato da Andrea e Valentina, tutti giunti qui anni addietro come volontari e da allora indissolubilmente legati a Casa Macondo da un profondo amore per questa terra. Michele è qui da più tempo, è stato uno dei fondatori di questa rete e il suo costante impegno per Favignana lo ha visto anche diventare consigliere comunale. Saranno presenze costanti anche Benny, altro volontario della Casa, e Gabriel e Boza, detenuti nel carcere dell’isola ma che da tempo collaborano ai progetti di questa comunità, di cui fanno indubbiamente parte a pieno titolo.

Comincia il campo. Siamo divisi in gruppi e ogni giorno c’è chi esce a lavorare e chi invece rimane, a pulire la casa e preparare i pasti. Sono paradossalmente questi ultimi i compiti più ardui; il lavoro vero e proprio, anche se impegnativo, dura in realtà meno di due ore al giorno… troppo poco, forse. D’altronde, però, il nostro lavoro ha anche, e forse soprattutto, un valore simbolico: il giorno in cui usciamo a pulire una spiaggia da mozziconi di sigaretta e frammenti di plastica il nostro compito non è tanto terminare la pulizia quanto piuttosto sensibilizzare i bagnanti al problema delle sostanze inquinanti e delle microplastiche liberate da questi rifiuti; in parte ci riusciamo, la gente ci nota, qualcuno, i bambini in particolare, ci danno una mano. Basterà?

L’altro lavoro che siamo chiamati a svolgere è dissodare un terreno confiscato vicino a Casa Macondo. Una volta appartenente al boss Vincenzo Virga e poi per molto tempo diventato discarica abusiva, il terreno potrebbe oggi diventare un orto biologico. Anche qui lavoriamo troppo poco per completare l’opera, ma i volontari dei campi successivi termineranno ciò che abbiamo cominciato. Spetta a noi, invece, piantare l’ultimo giorno sul terreno un ulivo, che dedichiamo all’appena scomparsa Rita Borsellino. Crescendo, l’albero terrà viva la memoria di questa persona straordinaria, ma rimarrà anche in ricordo di questo campo e di ciò che abbiamo fatto, appreso e condiviso.

Al lavoro si alternano i momenti liberi, che la maggior parte di noi sfrutta per recarsi al mare. Alcune spiagge, come la Cala Azzurra, sono completamente invase dai turisti, rammentandoci della minaccia dell’eccessivo turismo che grava sull’isola, sul suo ecosistema e sui suoi abitanti. La Cala Rossa, qualche giorno dopo, è molto più tranquilla: bellissima, circondata dalle antiche cave di tufo, con alcuni cunicoli raggiungibili solo a nuoto, essa ci regala uno stupendo pomeriggio.

Ma nessun campo di volontariato di Libera può fare a meno delle formazioni, imprescindibili momenti di apprendimento e condivisione. Alcune di queste sono dedicate a Favignana e al territorio trapanese. Ce ne parla Michele il primo giorno, prosegue poi Marco, giornalista freelance e videomaker, col suo docufilm Ciapani, e conclude infine Carmine con L’Isola di Macondo, il libro che ha recentemente scritto per raccontare Casa Macondo, ma anche per descrivere il circostante contesto e i personaggi e le forze contro cui questa comunità deve lottare. Da parte di costoro c’è stata resistenza a questa pubblicazione ed è anche per evitare querele che Carmine chiama ogni personaggio e organizzazione con uno pseudonimo… ma tutti, a Favignana, sanno di chi si sta parlando.

Dalle formazioni emerge come la figura chiave resti quella di Matteo Messina Denaro, l’ultimo latitante della stagione delle stragi. Le imprese della zona sono spesso controllate da suoi prestanome, ad esempio Giuseppe Grigoli, titolare dei supermercati Despar in mezza Sicilia, falliti, come tante aziende mafiose, dopo la confisca. Una storia positiva è invece quella della Calcestruzzi Ericina, ditta mafiosa che dopo la confisca ha saputo ritornare sul mercato, anche grazie all’interesse di Fulvio Sodano, prefetto a Trapani dal 2000 al 2003. Centrali, in entrambi i casi, i dipendenti: nel caso della Despar essi rimangono in buona parte devoti al vecchio proprietario mafioso, sotto cui l’azienda andava apparentemente bene; i dipendenti della Calcestruzzi si sono invece riorganizzati in cooperativa e hanno salvato l’azienda. Per quanto riguarda Sodano, egli fu trasferito nel 2003, pare per intervento del potente politico trapanese Antonino d’Alì, tutt’ora sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Oggi è scomparso, ma a lui resta intitolato il presidio di Libera di Favignana.

Non tutte le formazioni riguardano questo luogo. Marco ci mostra anche un secondo documentario, La forza delle donne, scaturito dal suo lavoro in Libano e sul fronte di Mosul in Iraq. Un pomeriggio a parlare è invece Rachid, palermitano, che partecipa al campo con noialtri ma che è venuto a Favignana con una storia da raccontare, la sua storia di atleta che ha corso per l’Italia alle Olimpiadi di Sydney 2000, ma soprattutto la storia del suo più recente impegno per i ragazzi del quartiere ZEN di Palermo, a cui Rachid tenta di dare la possibilità di praticare sport nella speranza che questo diventi uno strumento di riscatto sociale. L’ultimo giorno, infine, Andrea discute con noi delle migrazioni, illustrando come le disfunzionali norme sui visti per motivi di lavoro agevolino il caos nel sistema delle richieste d’asilo e la situazione di irregolarità di molti stranieri, che ne favorisce lo sfruttamento.

Non si può non menzionare la visita all’ex stabilimento Florio, dove avevano in passato sede le tonnare di Favignana, un tempo settore economico principale dell’isola. Qui, oltre alla visita guidata allo stabilimento, entriamo nel centro di primo soccorso per le tartarughe marine, che spesso vengono ritrovate nei mari vicini, agonizzanti a causa dell’ingerimento di plastica o ami da pesca, e che qui vengono curate per poi essere liberate; praticamente nessuno può resistere a una foto con le due tartarughe che il centro ospita in quel momento.

Il campo si conclude con la restituzione finale. Ognuno di noi descrive la sua esperienza, mettendo in luce quelli che sono stati a suo avviso gli aspetti positivi e negativi del campo. È anche l’occasione di donare un libro alla biblioteca della casa, un patrimonio costruito dai volontari che qui si sono susseguiti e che con l’apporto di alcuni di noi continua a crescere.

Quando infine arriva il momento della partenza, ce ne andiamo arricchiti dai legami che abbiamo instaurato tra noi e consapevoli di essere entrati a far parte della comunità di Casa Macondo; sono certo che tutti noi ne serberemo per sempre il ricordo.

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