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Riace, dalla rinascita di una comunità alla lotta per la “Città Futura”

Francesco Donnici il . Calabria

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Politica, legalità, giustizia sociale. Percorriamo lunghi viaggi gravati dal fardello di interrogativi resi insolubili dalla difficoltà – talvolta indotta – di conciliare le risposte teoriche con quelle pratiche. Eppure, potrei dire di aver trovato risposta a questi interrogativi in un’Utopia, così tangibile da smentire la sua stessa immaginifica essenza.

Il Comune di Riace, infatti, esiste. E tale constatazione non è così scontata come sembra. Esiste perché nel dramma di un costante ed ineluttabile spopolamento ha saputo trovare la forza ed il coraggio per rigenerarsi rifiutando le mortifere istanze che inibiscono i rapporti civili ed il progresso di quei territori. Esiste perché ha saputo esaurire lo scopo di mantener viva la storia dei suoi antichi Borghi, attraverso la realizzazione un’idea di accoglienza ed integrazione che si è fatta spazio per le strade del paese e nel cuore della gente. Esiste (e resiste) soprattutto grazie ad una persona: Domenico Lucano, detto “Mimmo”, Sindaco quasi alla fine del suo terzo ed ultimo mandato, la cui idea politica ha dato origine ad un “modello” osservato, studiato e talvolta mutuato su scala mondiale. Un modello sul quale si sono accesi riflettori così luminosi da attirare anche le attenzioni non richieste di coloro i quali si insinuano nelle zone grigie dell’accaparramento di un consenso socio-politico facile o manipolato.

Esiste, e da molto più tempo di quanto ultimamente siamo portati a credere.

Questa storia ha inizio nel 1998, con lo sbarco di una nave con circa duecento profughi provenienti dal Kurdistan.

L’idea originaria che aveva portato alla nascita dell’associazione “Città Futura” – dedicata alla memoria di Don Pino Puglisi ed ispirata all’opera “La Città del Sole” di Tommaso Campanella – era di rilancio del centro storico attraverso il recupero delle vecchie strutture abbandonate per adibirle a progetti di turismo responsabile, ma il caso volle che quegli stessi immobili, donati dai proprietari per un recupero ed una destinazione a fini sociali, divenissero le prime strutture di accoglienza sul territorio.

Così fino al 2001, quando verrà introdotto il PNA (Programma Nazionale Asilo) che evolverà in una serie di ulteriori strumenti tra cui l’odierno Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) introdotto per proporre, oltre alle misure di assistenza e di protezione ai beneficiari, il processo di integrazione sociale ed economica realizzatosi poi a Riace.

Centinaia di rifugiati non soltanto hanno la possibilità di creare un riscatto sociale subito dopo aver guardato la morte negli occhi, ma trovano una nuova casa. Integrazione è una parola che spesso viene utilizzata in modo approssimativo e non se ne comprende la portata che dovrebbe farne un sinonimo di cambiamento inteso, soprattutto, come progresso. Quello stesso progresso che forse intendeva la lista elettorale “Un altro viaggio è possibile” che si contrapponeva, prima ancora che ad altre correnti politiche di diverso colore, ad istanze culturali che fino ad allora – e in alcune zone ancora oggi – avevano reso deboli ed esanimi quei territori. E così, nel 2004, Mimmo Lucano diviene Sindaco e la nuova Riace riparte da lì.

Si crea un laboratorio politico aperto e grazie ai progetti di accoglienza inizia una costante rigenerazione del paese attraverso la creazione dei servizi più svariati: bisogna avere un’altra idea della società, un’altra dimensione degli spazi pubblici, quindi bisogna comprendere davvero cosa significhi appartenenza al territorio, dice Mimmo seduto a terra ed attorniato dalla gente, come spesso accade in questi giorni. Non si nega mai; i suoi uffici nel Municipio sono sempre aperti con tutta la documentazione a disposizione di tutti. Una realizzazione del concetto di trasparenza amministrativa così pura da mettere a nudo la coscienza di qualsiasi interlocutore. E quando le coscienze vengono messe a nudo, si può decidere di guardare dentro di noi per indagare le colpe della deriva sociale e culturale del nostro paese, per capire se potevamo fare qualcosa di più per evitarla, oppure possiamo scegliere di tacere e puntare il dito contro il prossimo, soprattutto se più debole.

Ad un certo punto della storia, le politiche dell’accoglienza che avevano ridato vita ad una comunità e ad un paese – come ce ne sono tanti sulla costa ionica calabrese – altrimenti divenuto fantasma, arrivano al centro del dibattito politico nazionale. Riace diviene un esempio tanto virtuoso da essere scomodo: questo, per me, è un esempio di orgoglio e penso debba essere così per chiunque, ma mi rendo conto che non può esserlo per tutti. Oggi si tende a costruire coscienze aggressive, alimentate da una necessaria e spesso immotivata sete di “pulizia”. Io mi chiedo, se questo territorio venisse ripulito da queste persone, cosa rimarrebbe se non la desolazione che c’era prima che arrivassero?

I problemi per Riace e le molte incongruenze nel trattamento e nell’attenzione rivolta da parte degli apparati istituzionali, iniziano già da prima della formazione dell’attuale Governo.  La burocrazia è il dardo ideale per colpire al cuore questa realtà dinamica e dunque, per antonomasia, imperfetta, ma funzionante, soprattutto dal punto di vista concreto; soprattutto dal punto di vista umano.

Al contempo, la Procura di Locri apre un fascicolo di indagine nei confronti di Mimmo Lucano. Diventa a poco a poco un gioco al massacro che innesca inesorabilmente la macchina del fango: perché mai una persona, un rappresentante dello Stato, dovrebbe avere a cuore il bene comune? Ci soffermiamo spesso sul livello superficiale delle questioni al fine di liquidarle più facilmente attraverso il solito pensiero del “sono tutti uguali”. Nell’applicazione di questa ragionevolezza inversa, non ci rendiamo conto che tale equazione porta a considerare immutabili e quindi normali le cose, “anche quelle più brutte”. Non serve molto per capire che il pensiero primo ed il fine ultimo di Mimmo Lucano e del suo sogno politico, sono le persone.

Dove sta la legalità? Dove, la verità? Questi interrogativi che originano dalla nostra interiorità, si innescano nelle pieghe del dibattito sulla sopravvivenza dell’odierna Riace.

Alla burocrazia esasperata e ad una politica contaminata da istanze filo-repressive, si vuol cercare di contrapporre qualcosa di vivo e concreto. Colpisce leggere alcune relazioni ispettive della Prefettura di Reggio Calabria così diverse tra loro. Da un lato un impatto burocratizzato, seccamente formale, ed eccessivamente repressivo. Quello stesso impatto che, ad esempio, per motivi quali la mancata rendicontazione dei fondi relativi ai suddetti progetti (ma non ancora incassati) sanziona il Comune che oggi esige a titolo di credito una cifra di poco superiore al milione di euro.

Tutto è in fase di stallo: da un lato la speranza, ancora viva negli occhi della gente che in questi giorni si è sentita attorniata dalla solidarietà del mondo ed ha abbandonato l’abito della paura e della rassegnazione che come spettri si fanno sempre più incombenti nelle case del paese; dall’altro le crescenti difficoltà di un circuito socio-economico ormai ingessato, che aspetta solo il momento per scrivere la parola fine su questa bella storia.

Quelle case, prima vuote, poi riempite della luce di vite salvate da morte certa, potrebbero nuovamente svuotarsi. E con loro anche il paese: se gli immigrati se ne vanno, Riace torna ad essere un paese fantasma.

Mi chiedo, chi governerà dopo di me; chi, richiama la legalità e mi incolpa di non aver seguito le regole alla lettera, che vantaggio trarrà dal governare un paese fantasma? I paesi limitrofi, hanno tutti ricevuto i fondi dovuti dallo Stato, Riace no. Magari, a livello formale avremo avuto qualche mancanza, dovuta anche alla positiva ed esponenziale crescita del progetto, ma la verità è che questo ostracismo nei nostri confronti è legato al fatto che qui, a differenza che in altri posti vicini, chi viene integrato diventa protagonista della comunità e questo a qualcuno inizia non andar bene. Integrazione è riconoscere nelle persone la dignità umana e tutti i diritti sociali, civili e politici.

Il modello Riace è in pericolo, ma così non dovrebbe essere. Dalla’altra parte, un’altra relazione prefettizia dello scorso gennaio 2017, resa nota dopo una richiesta di accesso agli atti da parte del Comune, inizialmente negata. Una relazione che ha ben poco di burocratico e dove, attraverso le parole dei funzionari pubblici, viene descritta un’altra realtà: si ritiene che l’esperienza di Riace sia importante per la Calabria e segno distintivo di quelle buone pratiche che possono far parlare bene di questa regione. (…) La circostanza che i pagamenti per il sistema Riace siano stati bloccati da circa un anno, ha comportato difficoltà considerevoli per chi ancora oggi permette che lo stesso sistema possa proseguire. Si ritiene, pertanto, debba essere corrisposto immediatamente un acconto sul complessivo (debito da parte dello stato, ndr) ciò permetterà la prosecuzione di una esperienza che rappresenta un modello di accoglienza, studiato (come fenomeno) in molte parti del mondo.

Il Ministero dell’Interno continua a minacciare la revoca totale del contributo ed a negare la propria presenza sul territorio. Mimmo Lucano non ci sta ed insieme ad altri, supportato dalla costante vicinanza di Padre Alex Zanotelli, Gino Strada e di Re.Co.Sol. (Rete dei Comuni Solidali) inizia uno sciopero della fame, poi divenuto a staffetta tra più persone.

Lo scorso 9 agosto, sono state inviate, al Ministero, le controdeduzioni del Comune a fronte dei punti di penalità irrogatigli. Col fiato sospeso si attende, ma di certo non passivamente.

Se oggi, ancora oggi, Riace esiste, è per merito dell’orgoglio, della “capa tosta”, del carattere coriaceo e della “calabresità”, dei sogni e delle idee di persone come Mimmo Lucano. Non vuole proprio saperne di sponsorizzare il fondo di solidarietà istituito per Riace perché Riace, oggi, esige un diritto. Diritto che dovrebbe prima ancora essere un riconoscimento, in un mondo dove le buone pratiche sono premiate, anziché represse.

Un modello, un orgoglio nazionale su scala mondiale, viene rifiutato dall’ordierna Italia che crolla su se stessa schiacciata dal peso dei luoghi comuni e di un malaffare con radici così salde da intaccare nel profondo il terreno dove sorgono le opere più imponenti, e, ancor peggio, il senso e l’etica del nostro vivere comune.

La nostra speranza nel domani (anche di Riace) non può prescindere dal nostro rimboccarci le maniche perché la penna che scriverà la parola fine su questa favola, in un certo senso, sarà impugnata anche da noi e dalla nostra incapacità di proteggere questa realtà quando ancora era possibile.

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