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La mala degli animali

Ciro Troiano* il . Mafie

animal-cruelty10Presentato il Rapporto Zoomafia 2018

I combattimenti tra animali, le corse clandestine di cavalli e le truffe nell’ippica, il business dei canili e il traffico di cuccioli, il contrabbando di fauna e il bracconaggio organizzato, le macellazioni clandestine e l’abigeato, la pesca di frodo e le illegalità nel comparto ittico e l’uso di animali a scopo intimidatorio o per lo spaccio di droga, i traffici di animali via internet e la zoocriminalità minorile: questi gli argomenti analizzati nel Rapporto Zoomafia 2018 presentato l’11 luglio scorso presso la sede del Comando Unità Forestali e Agroalimentari Carabinieri (CUFA) nel corso di un convegno al quale hanno partecipato il generale C.A. Antonio Ricciardi, Comandante CUFA, Gianluca Felicetti, presidente LAV, Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Caponnetto; Diana Russo, pm della Procura della Repubblica di Napoli Nord, il generale B. Donato Monaco e Ciro Troiano, autore del Rapporto.

Negli anni, gli scenari e i traffici criminali a danno degli animali si sono trasformati, del resto, la criminalità organizzata è un fenomeno cangiante e totalitario e come tale tenta di monopolizzare e controllare qualsiasi condotta umana attraverso il controllo del territorio, dei traffici criminali, inclusi quelli legati all’ambiente e agli animali. È ormai un dato acquisito che nella questione criminale rientrano pienamente condotte delinquenziali che vedono gli animali come un mero strumento per introiti e proventi illeciti. In questo contesto, gli animali entrano prepotentemente nel discorso sulla sicurezza e, in generale, nell’analisi criminologica. Non sono un problema di sicurezza i combattimenti tra cani? La macellazione clandestina e la diffusione di sostanze alimentari di origine animale adulterate o non controllate sotto il profilo sanitario non mettono forse in crisi il senso di sicurezza? Le corse clandestine di cavalli organizzate su strade pubbliche o addirittura in autostrada non rappresentano forse, tra le altre cose, un pericolo per la sicurezza pubblica? E in ultima analisi, i proventi che le organizzazioni criminali ricavano dai traffici a danno degli animali e che contribuiscono a consolidare i loro introiti non si traducono in una questione di sicurezza? Tutto ciò rappresenta un serio problema di legalità che contribuisce ad alimentare nei cittadini il “sentimento di insicurezza”, già fortemente presente per altre cause.

Ma cosa emerge da questo nuovo Rapporto? Il primo dato che affiora è la conferma della capacità penetrante della criminalità organizzata in settori diversi e vari ma accumunati dal coinvolgimento di animali. Interessi che si intrecciano con le più tradizionali attività manipolatorie e pervasive come la corruzione, la connivenza con apparati pubblici infedeli, il perturbare gli appalti, il controllo delle attività illegali sul territorio. Segnali di questo tipo arrivano da diversi filoni, come il traffico di cuccioli, la gestione dei canili, il controllo dei pascoli.

Un altro dato da rilevare è la sempre maggiore gestione organizzata delle condotte zoocriminali. Sempre più spesso, infatti, si riscontrano reati associativi, perpetrati da gruppi di individui legati o dal concorso o da vero vincolo associativo.  Anzi, alcune tipologie di maltrattamento sono necessariamente, ontologicamente consociative e trovano la loro consumazione solo sotto forma di evento programmato e organizzato. Esse richiedono la formazione preliminare dell’associazione, senza la quale l’evento-maltrattamento non si può realizzare. Sotto questo aspetto, il sodalizio diventa il presupposto necessario per concretare il maltrattamento. L’analisi fa emergere l’esistenza di sistemi criminali consolidati, di veri apparati con connivenze tra delinquenti, colletti bianchi, amministratori e funzionari pubblici. Sistemi criminali a danno degli animali e, in generale, della società. L’interesse criminale per gli animali è eterogeneo, trasversale, complesso e multiforme, ed è organizzato in gruppi di individui dotati di strutture, regole, vertici e sistemi di controllo; gruppi che costituiti per commettere crimini, e in particolare crimini per fini di lucro. Quando parliamo di zoomafia, infatti, non intendiamo la presenza o la regia di Cosa nostra dietro gli scenari descritti, piuttosto ci riferiamo ad atteggiamenti mafiosi, a condotte criminali che nascono dallo stesso background ideologico, dalla stessa visione violenta e prepotente della vita.

Una delle classiche forme di maltrattamento organizzato sono i combattimenti tra animali. Ogni anno migliaia di animali in Italia sono vittime dei combattimenti clandestini. Si tratta di un fenomeno complesso che coinvolge soggetti diversi: i casi più diffusi fanno capo a delinquenti locali, teppisti di periferia, sbandati, allevatori abusivi di cani cosiddetti “da presa”. Non mancano però casi riconducibili alla classica criminalità organizzata: esiti giudiziari hanno accertato il coinvolgimento di elementi appartenenti alla camorra, sacra corona unita, al clan Giostra di Messina e ad alcune ‘ndrine.  Per contrastare il preoccupante aumento delle lotte clandestine è tornato attivo il numero LAV “SOS Combattimenti” tel. 064461206. Lo scopo è quello di raccogliere segnalazioni di combattimenti tra animali per tracciare una mappa dettagliata del fenomeno e favorire l’attivazione di inchieste giudiziarie e sequestri di animali.

         Altro settore che attrae gli sguardi dei malavitosi è quello dell’ippica. La presenza della criminalità nel mondo dei cavalli, corse e ippodromi è sempre stata forte. Recenti inchieste hanno confermato l’interesse di alcuni sodalizi mafiosi per le corse clandestine di cavalli, in particolare il clan Giostra di Messina, i Santapaola di Catania, i Marotta della Campania. A questi vanno aggiunti i Casalesi del Casertano; il clan Spartà e i “Mazzaroti” della provincia di Messina; i Parisi di Bari; i Piacenti-“Ceusi” di Catania; i “ Ti Mangiu” di  Reggio Calabria.

Ai cavalli che corrono clandestinamente sulle strade vengono dati nomi di battaglia che vanno da quelli dei boss Totò Riina, Provenzano detto Binnu u’ Tratturi, e Carmine Schiavone, detto ‘o Malese. Per questi campioni vengono scritti poesie e canzoni neomelodiche che accompagnano i video delle corse, diffusissimi sui social. La presenza di canzoni, di musica, di spettacolarizzazione, attesta che siamo di fronte non solo a fatti criminali, ma a una “cultura criminale”, molto radicata in determinati contesti, che si nutre di consensi e simpatie popolari. Non si tratta solo di tradizioni legate al cavallo, ma di cosciente partecipazione a condotte illegali, dell’aperta adesione ad attività delinquenziali e ai valori da esse espressi.

Quanto sia grave il fenomeno ce lo dicono i numeri: solo nel 2017: 15 interventi delle forze dell’ordine, 6 corse clandestine bloccate, 82 persone denunciate, di cui 61 persone arrestate, 20 cavalli sequestrati. In 20 anni, da quando abbiamo iniziato a raccogliere i dati per il Rapporto Zoomafia, ovvero dal 1998 al 2017 compreso, sono state denunciate 3484 persone, 1295 cavalli sequestrati e 122 corse e gare clandestine bloccate.

Secondo i dati ufficiali relativi all’elenco dei cavalli risultati positivi al controllo antidoping, ai sensi del regolamento delle sostanze proibite, 66 cavalli che nel 2017 hanno partecipato a gare ufficiali, sono risultati positivi a qualche sostanza vietata. Gare svolte in diversi ippodromi d’Italia, da Albenga a Napoli, da Aversa a Firenze, da Torino a Palermo, passando per Treviso, Montecatini, Milano, Siracusa. Queste, invece, alcune delle sostanze trovare nei cavalli da corsa nel 2017: Altrenogest, Benzoilecgonina (metabolita della cocaina), Caffeina, Capsaicina, Desametasone, Diossido di Carbonio (TCO2), Ecgonina Metilestere, Fenilbutazone, Procaina, Stanozololo, Teofillina, Testosterone.

Un settore relativamente nuovo ma che già vanta appetiti della criminalità organizzata è la tratta dei cuccioli. Argomento di studio ed analisi anche dei Vertici Nazionali Antimafia, di Contromafie e della Commissione Parlamentare. La tratta dei cuccioli dai Paesi dell’Est si conferma uno dei business più redditizi che coinvolge migliaia di animali ogni anno e che vede attive anche vere e proprie organizzazioni transazionali. L’analisi della nazionalità delle persone denunciate conferma la transnazionalità di questo tipo di reato: russi, ungheresi, bulgari, serbi, moldavi, ucraini, slovacchi, rumeni e, ovviamente, italiani. Spesso i trafficanti sono organizzati in vere e proprie associazioni per delinquere capaci di una notevole disponibilità economica. Posseggono mezzi e risorse umane e sono in grado di intrecciare rapporti scellerati con veterinari, negozianti e allevatori collusi. Costituiscono vere e proprie reti del malaffare, anche attraverso società di facciata. A fianco di questi gruppi vi è un traffico disorganizzato, portato avanti spesso da cittadini stranieri che vivono in Italia e che, fiutando l’affare, rientrano dai paesi d’origine con cucciolate per venderle nel nostro Paese. Secondo i dati che ci sono stati forniti dagli organi di Polizia Giudiziaria, negli anni 2015 e 2016 sono stati sequestrati 964 cani e 86 gatti (dal valore complessivo di 717.800 euro).

Il business legato alla gestione di canili “illegali”, così come il business sui randagi, mantiene intatto il suo potenziale criminale che garantisce agli sfruttatori di questi animali introiti sicuri e cospicui, grazie a convenzioni con le amministrazioni locali per la gestione dei canili. Anche i canili non sfuggono alle grinfie delle cosche come recenti inchieste, ancora in corso, dimostrano. Non è certo la prima volta che si registrano interessi da parte della criminalità organizzata per l’accaparramento delle convenzioni per i canili. Nell’inchiesta Mafia Capitale, ad esempio, è emerso che il sistema di controllo degli appalti aveva preso di mira anche la gestione dei canili e relative convenzioni con il Comune di Roma. Un affare di circa 4 milioni all’anno, per la custodia e il mantenimento degli animali ospitati nelle strutture pubbliche. Il business randagismo è una vera manna per trafficoni, imbroglioni e affini che mirano alle convenzioni con gli Enti locali. La situazione del randagismo in alcune aree della Penisola continua ad essere una vera emergenza, con conseguente allarme sociale e preoccupazioni vere o presunte per la sicurezza pubblica. Cani tenuti in pessime condizioni igieniche, ammalati e non curati, tenuti in strutture fatiscenti, sporche e precarie, animali ammassati in spazi angusti, denutriti: questi alcuni casi accertati.

         I legami tra i reati contro la fauna e la criminalità non sono stati ancora indagati a sufficienza. Vero è che nelle parti del Paese dove le organizzazioni malavitose sono forti e radicate, il contrasto degli illeciti è più difficile. Recenti inchieste hanno accertato gli interessi di alcune ‘Ndrine per la caccia di frodo e la vendita di fauna selvatica. Note le infiltrazioni, soprattutto al Sud, di personaggi malavitosi nella cattura e vendita di cardellini e altri piccoli uccelli. I mercati di fauna, il più noto è quello di Ballarò a Palermo, vedono sistematicamente attivi nugoli di pregiudicati.  In alcuni territori l’uccellagione e i traffici connessi o il bracconaggio organizzato con il mercato delle armi clandestine, sono sotto il controllo dei clan dominanti. Noti sono gli interessi dei sodalizzi camorristici nella gestione dei laghetti abusivi in Campania, come pure le infiltrazioni criminali nelle zone protette in Puglia.

Nel 2017 i Carabinieri della CITES hanno effettuato 18.797 accertamenti su animali vivi e morti, parti e prodotti derivati da specie tutelate dalla Convenzione di Washington. In particolare, i controlli su animali vivi hanno interessato le tartarughe di terra (4.823 controlli), i pappagalli (2.794 controlli), rapaci diurni e notturni (1.161 controlli), ibridi tra lupo selvatico e canidi (229 controlli), primati (scimpanzé, macachi, ecc.) (52 controlli), felini di grossa taglia (45 controlli), lupi selvatici (4 controlli). Nei controlli su parti e prodotti derivati le principali categorie merceologiche sottoposte a controllo sono state le pelli di rettili (420.837 controlli), il legname (1749 tra controlli e validazioni di licenze), zanne e oggetti in avorio di elefanti (143 controlli). A seguito delle attività di controllo e polizia sono stati sequestrati 8.868 specimen (animali vivi, morti o parti derivate), contestati 124 illeciti penali e 82 illeciti amministrativi per un ammontare di oltre 529.600 euro di sanzioni. Il valore di quanto sottoposto a sequestro è pari a 1.139.623 euro. Sono stati anche rilasciati 69.937 certificati (certificati di riesportazione, certificati comunitari, notifiche di import, certificati di mostra itinerante e certificati per proprietà personale).

         Del cosiddetto bracconaggio ittico nelle acque interne si parla poco. Eppure, si tratta di un fenomeno in forte espansione e che crea allarme e preoccupazione. In alcune province del Nord, i fiumi, grandi e piccoli, sono saccheggiati da bande di pescatori di frodo “paramilitari”, quasi tutti stranieri dell’Est Europa, strutturati in modo gerarchico per zone, con centinaia di “addetti”, che agiscono in squadre, e che dispongono di mezzi e risorse. Questi soggetti usano, spesso, intimidazioni e minacce nei riguardi degli addetti ai controlli. Oltre alle violazioni in materia di pesca vi sono violazione alle norme sanitarie, evasione fiscale, scarico abusivo di liquami, abusi edilizi, furti.

Anche l’ingerenza nel settore agro-silvo-pastorale costituisce storicamente per cosa nostra un importante centro di interessi criminali. Il problema delle infiltrazioni criminali nel comparto degli allevamenti, della pastorizia, della macellazione e distribuzione della carne non è nuovo e trova conferma nei dati giudiziari: terreni, allevamenti di bovini e ovini, caseifici, aziende bufaline, sequestrati o confiscati. Ogni anno scompaiono nel nulla circa 150.000 animali. L’abigeato, reato da sempre sottovalutato, è in realtà un vero business per alcuni gruppi criminali. La mafia, si sa, è nata nelle compagne, negli allevamenti, tra i pascoli e non ha mai reciso il cordone ombelicale che la lega alle sue origini territoriali. Anzi, non è un caso che proprio nel territorio di origine trovano rifugio e protezione i boss latitanti. Non è solo una questione di sicurezza: stare nel proprio territorio significa controllarlo, non perderne il dominio, far percepire la propria presenza e ricordare, semmai ce ne fosse bisogno, chi comanda. Controllare i pascoli significa sì assicurarsi in modo fraudolento i fondi europei, ma significa anche controllare il territorio e esercitare un dominio sociale. Tipico esempio è rappresentato dalle “vacche sacre”, bovini, perlopiù non anagrafati e di provenienza ignota, che vengono lasciati pascolare senza alcun governo nei fondi altrui. Fenomeno radicato fortemente in Calabria, ma presente anche in altre regioni. Non si tratta solo di una mera questione di pascolo abusivo: dietro le mandrie vaganti ci sono ben altri interessi. Interessi che possono spingere ad uccidere. Il potere su un territorio lo si esercita anche con animali liberi di entrare nei terreni altrui; animali, loro malgrado, simboli viventi della tracotanza criminale. Le vacche che girano per boschi e fondi ricordano chi comanda, chi è il padrone, chi decide tutto e a chi manifestare la propria riconoscente sottomissione.

Pure il comparto ittico non è immune dalle infiltrazioni malavitose. Recenti operazioni di polizia attestano queste infiltrazioni: come quella contro il clan Rinzivillo di Gela che ha portato a 37 arresti e al sequestro di beni per 11 milioni. Una rete internazionale che gestiva estorsioni, traffico di stupefacenti e infiltrazioni nel mercato del pesce della Sicilia ma con interessi anche su quelli di Roma e di Milano. Secondo quanto emerso dalle indagini, in Sicilia ci sarebbe un vero e proprio “patto mafioso sul commercio di pesce”; un patto tra famiglie mafiose per dividersi i proventi derivanti non solo dalla commercializzazione dei “prodotti ittici” in Sicilia, ma anche in altre regioni italiane e all’estero. Scenari simili si registrano in Calabria con il clan Muto, in Campania, in Sicilia e in Puglia, dove a Taranto è stata sgominata un’associazione per delinquere finalizzata all’estorsione ai danni di titolari di impianti di mitilicoltura situati nel Mar Piccolo e titolari di pescherie tarantine, e al furto aggravato di “prodotti ittici”.

Infine, la zoocriminalità minorile, ovvero il coinvolgimento di minorenni o bambini in attività illegali con uso di animali o in crimini contro gli animali. La cultura in cui si sviluppano forme di violenza contro gli animali, e in particolare la zoomafia, ha come riferimento un modello di vita basato sulla prevaricazione, l’aggressività sistematica, il disprezzo per le ragioni altrui. I valori di riferimento sono l’esaltazione della forza, la mascolinità, il disprezzo del pericolo, il potere dei soldi. In questa dimensione valoriale, le corse clandestine di cavalli o i combattimenti tra cani trovano una facile collocazione. I bambini e gli adolescenti coinvolti vengono proiettati in un mondo adulto, “virile”, dove la sicurezza individuale e la personalità si fucinano con la forza, con l’abitudine all’illegalità, con la disumanizzazione emotiva. Inquietanti e preoccupanti i casi elencati nel Rapporto: un gattino preso a calci come un pallone; un cigno preso a sassate da un gruppetto di ragazzi; un ragazzino che spara nel bosco con il fucile del padre.

Il nuovo Rapporto Zoomafia – che ha avuto il patrocinio del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, con cui la LAV ha siglato un Protocollo d’Intesa per rafforzare prevenzione e contrasto dei reati a danno di animali, e della Fondazione Antonino Caponnetto-, come ogni anno, fa luce su crimini contro gli animali, spesso sistematici e seriali, commessi in Italia analizzando i dati relativi ai crimini contro gli animali dalle Procure italiane al fine di avere una visione dettagliata dei vari reati consumati nel nostro Paese. Esaminando i dati emerge che i procedimenti nel 2017, rispetto al 2016, sono aumentati del +3,74% mentre gli indagati sono diminuiti del -1,08%. Questo è un dato interessante poiché in controtendenza rispetto alla diminuzione del 10% circa del totale reati registrati nel 2017 secondo i dati del Censis. La diminuzione del numero degli indagati registrata nel 2017, nonostante l’aumento del numero dei procedimenti a carico di soggetti noti (127 in più), può significare che nel 2016 sono sopravvenuti più procedimenti per fatti commessi da più persone e questo può indicare una flessione nella repressione dei reati contro gli animali perpetrati in modo organizzato o con il concorso di più persone.

Proiettando i dati delle Procure Ordinarie su scala nazionale, tenendo presente le dovute variazioni e flessioni, possiamo stabilire che nel 2017 si sono aperti circa 26 fascicoli al giorno, uno ogni 55 minuti, per reati a danno di animali e una persona è stata indagata ogni 90 minuti circa. Sempre proiettando la media dei dati pervenuti, si può stabilire che nel 2017 in Italia c’è stata un’incidenza pari a 15,38 procedimenti ogni 100.000 abitanti con un tasso di 9,60 indagati ogni 100.000 abitanti.

Un fenomeno criminale complesso multiforme e plurioffensivo come quello zoomafioso richiede, per essere aggredito in tutti i sui molteplici aspetti, una dettagliata analisi, una minuziosa conoscenza e lo sviluppo di professionalità e competenze ad hoc. L’azione di contrasto deve orientarsi verso l’adozione di metodologie investigative tipiche di quelle usate per contrastare la criminalità organizzata.

La diffusione della criminalità zoomafiosa è favorita anche da un sistema normativo repressivo non sempre efficace. Auspichiamo che si arrivi finalmente al varo di alcuni provvedimenti legislativi, come il potenziamento della normativa sulla tutela penale degli animali, le disposizioni sul doping e le corse di animali su strada, prevedendo apposite sanzioni sotto forma di delitto, la rivisitazione della legge sulle scommesse. Per contrastare il bracconaggio è necessario istituire i delitti contro la fauna selvatica. Occorre prevedere la confisca obbligatoria, così come avviene per la normativa antimafia, dei proventi e dei beni accumulati con le attività organizzate a danno di animali. Inoltre, poiché notoriamente questi reati sono accompagnati spesso da fenomeni di corruzione e di falso documentale, va rafforzata la normativa contro la corruzione e previste aggravanti per il coinvolgimento collusivo di pubblici ufficiali in questi reati, perché sono proprio loro che, di fatto, rendono possibile con la loro malafede, la realizzazione del reato.

*Ciro Troiano, criminologo, responsabile dell’Osservatorio Nazionale Zoomafia LAV e autore del Rapporto.

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