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Fiore per Fiore

Luca Cereda il . Lombardia

IMG_20180709_142555È passato più di un anno da quando a Lecco l’ex-pizzeria Wall Street, confiscata negli anni ‘90 alla famiglia ‘ndranghetista dei Coco Trovato, è rinata come Fiore – cucina in libertà attraverso l’associazione temporanea di impresa formata da Fabbrica di Olinda (capofila), ARCI Lecco e Auser Lecco. La cordata di queste realtà associative, vincitrice del bando di assegnazione a evidenza pubblica, gestisce il locale sulla base del progetto “I sapori e i saperi della legalità”.

Venerdì 7 luglio si è presentata un’occasione speciale per questo luogo, per questo progetto e per il territorio di Lecco: l’opportunità per Fiore e per la cittadinanza di dialogare e confrontarsi con Valentia Fiore, dell’ufficio di presidenza di Libera e del Consorzio Libera Terra Mediterraneo.

Lorenzo Frigerio di Libera Informazione, moderatore dell’incontro, apre questo momento suggerendo che esso racchiuda la possibilità unica di confrontare e di far crescere un progetto come quello di Fiore che condivide con Libera Terra la radice: l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie.

È proprio Valentina a descrivere e raccontare in che modo la comune radice del riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie unisca e concilii i percorsi di Libera Terra e di Fiore. È infatti da un terreno confiscato nei pressi di Corleone in Sicilia, che all’inizio degli anni duemila ha origine l’idea di Libera di fondare un consorzio che raccogliesse diverse cooperative sociali con lo scopo di ridare quel terreno, che una volta dava ‘frutti cattivi’ alla mafia dei corleonesi, ai Corleonesi, ai cittadini di quel territorio, affinché esso desse finalmente ‘frutti buoni’. Valentina sottolinea con energia e consapevolezza che quella la parola ridare non è una mera metafora: il concetto che fonda e che sta alla base di Libera Terra è che siano i soggetti locali, le persone e le cooperative, a coltivare quelle terre: per riscattare quel nome, Corleone, e per riscattare quella terra ostaggio di regole e corruzione mafiosa. Valentina descrive quest’idea come coraggiosa e folle allo stesso tempo: la follia non sta tanto nel progetto di coltivare una terra, quella terra che prima apparteneva alla mafia al fine di farle dare frutti buoni, coinvolgendo quella che prima era una comunità repressa e soggiogata dalla forza, dalla brutalità e dal silenzio omertoso. Per questo ci vuole il coraggio di un buon progetto. La splendida follia sta tutta nella legge 109 voluta e sognata da Pio La Torre, nel riutilizzare i beni confiscati per fini sociali: la vera follia è quella per cui il terreno prima in mano ai boss mafiosi ora è fulcro e radice di politiche sociali e comunitarie. Quel terreno è buono perché produce lavoro onesto: quella terra diventa un bene comune perché riesce ad agire sul quotidiano di ogni persona, sulle sue esigenze e sui suoi bisogni primari, poiché – rimarca Valentina – non si può parlare di diritti, non si può spezzare le logiche mafiose che corrompono le coscienze con favori in cambio di silenzio, se prima non si soddisfano le necessità primarie.

La follia del progetto di Libera Terra risiede nella sua azione quotidiana, come quello che portava avanti Placido Rizzotto, al quale è stata intitolata la prima cooperativa di Libera Terra nata proprio a Corleone, sua città natale, difendendo prima da partigiano i diritti civili e poi come sindacalista i diritti dei braccianti delle campagne siciliane. Proprio per questo fu ucciso dalla Mafia. La sua follia era quella di fare il suo lavoro tutti giorni, di spiegare ai coltivatori che le regole non erano quelle della mafia, ma quelle dello stato, della costituzione. Fare il proprio lavoro e farlo bene. Questo è quello che ha fatto nel 2001 una grande compagnia di assicurazioni, assicurando quando nessun altro lo voleva fare, i granai della nascente cooperativa di Libera Terra – Placido Rizzotto. Ci racconta Valentina che quando nessuno si esponeva per assicurare il loro operato, facendo semplicemente il proprio lavoro, questa grossa compagnia ha fornito un servizio che ha garantito al Consorzio di Libera Terra di avviare il suo piano d’impresa.

Il progetto di Libera Terra Mediterraneo ha portato il Consorzio, ricorda con orgoglio Valentina, ad essere un marchio che contraddistingue i prodotti biologici che vengono realizzati dalle materie prime che provengono dalle cooperative sociali che operano sui beni confiscati, oggi non solo in Sicilia, ma in tutto il sud Italia. Prodotti buoni, frutto di terre coltivate sulla base di un’etica dell’impegno e della costante ricerca: c’è bisogno, testimonia Valentina di essere stimolati dall’impulso di interrogarsi di continuo, di non sentirsi mai arrivati, sia per non dare mai per scontato che il riutilizzo dei beni confiscati sia un diritto ormai assodato e garantito. Inoltre, programmare e progettare un’impresa che guarda sempre avanti, diventa un mattone per costruire domani nuove regole sempre più trasparenti e funzionali per il tessuto sociale, come l’assegnazione per il riutilizzo sociale di dei beni sequestrati, e una certezza per far fronte alla mafiosità del linguaggio e degli atteggiamenti che sono il nuovo metodo della mafia per screditare il lavoro delle cooperative e dei gestori dei beni assegnati: anche per questo Libera, così con Fiore come nel 2001 con le terre di Corleone, ha fortemente voluto che l’assegnazione fosse fatta attraverso un bando di evidenza pubblica, così che tutto il territorio potesse conoscere le regole e potesse guardare attraverso le pareti, anche quelle spesse ed in cemento armato dell’ex- Wall Street.

I tanti punti di contatto tra l’esperienza di Libera Terra e di Fiore sono riconosciuti e descritti da Valentina e da Thomas Emmenegger, presidente di Olinda, cooperativa nata per superare l’ex ospedale psichiatrico di Milano Paolo Pini e capofila dell’associazione d’impresa che gestisce Fiore. Innanzitutto il riuso sociale di un bene confiscato come l’ex-pizzeria Wall Street, è così diverso d quello messo in atto sui terreni di Libera Terra, ma che con essi condivide la stessa natura, gli stessi fini: l’attenzione alla qualità e agli ingredienti dei prodotti, la cura della soddisfazione di clienti, l’affidabilità e la serietà nell’attività commerciale, per far si che scegliere Libera Terra o scegliere Fiore, non sia solo una scelta politica e sociale, ma che sia una scelta di bontà, di piacevolezza e di buon rapporto qualità-prezzo. Questo è l’unico modo per rendere credibili entrambi i progetti.

L’idea che Olinda e Fiore portano avanti – aggiunge Thomas – ha quel seme di quotidiana follia che anche Valentina considera necessario per pensare e nutrire il progetto di Libera Terra: il confine tra realtà e finzione sia penetrabile, che le fantasie e i desideri possano diventare materiali, che le materie e le pratiche di lavoro diventino occasione per sognare, che una persona in difficoltà, tanto un malato mentale quanto un ragazzo che cerca lavoro per mettere in pratica la sua preparazione di aiuto-cuoco, possa diventare protagonista della propria vita, possa cambiare il quotidiano e costruisce così la propria identità. Per questo c’è bisogno di un progetto collettivo, di un’impresa sociale. Un’impresa che deve interessare il territorio e agire su di esso: Thomas infatti racconta come al suo coinvolgimento, più di un anno fa, nella nascita di Fiore, aveva trovato il progetto “I sapori e i saperi della legalità”, che lo stesso Lorenzo Frigerio, allora referente di Libera Lombardia e dell’allora coordinatore di Libera Lecco Paolo Cereda, scomparso prematuramente a settembre, avevano redatto, come un binario saldo che insieme alla mano di Libera hanno accompagnato il percorso che ha portato a questo folle sogno prima anche solo difficile da immaginare, tra tutto quel cemento.

Lorenzo, infine, ricorda che nel percorso, tracciato tanto da Fiore a Lecco, quanto da Libera Terra nel sud Italia, Libera non è il fine, Libera è il mezzo: il fine resta la liberà e la dignità delle persone.

Bisogna infatti ricordare che si è liberi con gli altri e per gli altri e che la forma più alta di libertà è quella
di impegnare la propria per gli altri, attraverso il lavoro quotidiano, attraverso i sapori di Fiore, ma anche e soprattutto mediante la cultura, i saperi, un prezioso strumento, la chiave di cui disponiamo, diceva Don Pino Puglisi, per contrastare le mafie, ma sopratutto la corruzione e la mafiosità degli atteggiamenti.

Olinda è tra Le Città Invisibili di Calvino, una città del tempo: “A Olinda, chi ci va con una lente e cerca con attenzione può trovare da qualche parte un punto non più grande d’una capocchia di spillo che a guardarlo un po’ ingrandito ci si vede dentro i tetti le antenne i lucernari i giardini le vasche, le vie, i chioschi nelle piazze. Quel punto non resta lì: dopo un anno lo si trova grande come un mezzo limone.  Ed ecco che diventa una città a grandezza naturale, racchiusa dentro la città di prima: una nuova città che si fa largo in mezzo alla città di prima e la spinge verso il fuori”. Olinda è un punto di partenza e di arrivo. Come la città invisibile di Olinda, così i beni confiscati alla mafia e restituiti alla collettività, Fiore e le terre di cui ci ha raccontato e testimoniato Valentina Fiore, si riscoprono consapevolmente luoghi d’inizio ma anche mete d’arrivo per un’etica della ricerca e dell’impegno sociale.

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