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Vibo, dove lo Stato è in trincea

Fabrizio Feo il . Calabria

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La ‘ndrangheta ha purtroppo dimostrato di conoscere mille modi per disfarsi degli avversari, dei nemici, di chi è scomodo. E non le sono mai mancati mezzi e manovalanza. Per Matteo Vinci, ex candidato alle elezioni comunali, informatore scientifico, e suo padre Francesco, è stato scelto hanno deciso di usare una bomba, e per giunta attivata da un comando a distanza invece di, che so,  una raffica di mitra o una fucilata. L’esplosione e le fiamme invece di una scarica di proiettili, che in quella strada di campagna, non molto distante da Limbadi, ma comunque fuori mano, nessuno avrebbe sentito. Si è scelto il metodo più complesso, un modo che, per così dire, “parla”. E contiene non uno ma, probabilmente, molti messaggi, che forse non sono legati nemmeno strettamente alla vittima e a suo padre.

Limbadi è il cuore del potere del clan Mancuso, una famiglia di ‘ndrangheta con molti rami, una delle più potenti e pericolose della mafia calabrese, anche su scala internazionale. In provincia di Vibo gli equilibri tra clan – quelli ostili ai Mancuso o, viceversa, le formazioni satelliti della famiglia – si riscrivono continuamente. E sanguinosamente. E comunque i Mancuso non perdono mai il controllo della situazione, degli affari, del territorio. E con i Mancuso, con Rosaria Mancuso, sorella di Giuseppe, Pantaleone, Diego e Francesco, la vittima e il padre erano in lite – e da tempo – per una questione apparentemente banale, che comunque, a guardar bene, tale non è: contrasti per questioni di confini e terreni.

Nell’inverno scorso una rissa era anche degenerata ed erano stati fermati, e poi rilasciati, sia Vinci che la Mancuso. I Vinci, in sostanza – questa l’ipotesi subito più accreditata-potrebbero aver pagato a caro prezzo proprio il loro rifiuto a cedere un terreno confinante con un appezzamento di proprietà della famiglia Mancuso.

Se è vero che quella legata ai contrasti tra la vittima e Rosaria Mancuso é,  per gli investigatori che indagano su autori e movente, la prima pista da prendere in considerazione, è altrettanto  vero che un atto così eclatante pone una quantità di domande. La Procura di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, sicuramente non ha alcuna intenzione di tirare semplicemente le somme in modo spiccio. Qualunque sia la mano che ha piazzato l’ordigno, l’origine della decisione, chiunque abbia dato l’ordine di uccidere padre e figlio, è certo che la modalità  scelta dice molte cose. E ha grande rilievo per l’indagine in se ma anche per comprendere quello che potrà accadere ancora. In provincia di Vibo, la ‘ndrangheta ha legami fortissimi con la massoneria deviata e si infiltra in molti settori delle istituzioni, come dimostrano scioglimenti di consigli comunali, ispezioni, commissioni di accesso, amministratori e politici sotto processo. Per non parlare dei tentativi, a volte coronati da successo, di arruolare amici sinceri ed informatori solerti tra le forze dell’ordine e l’apparato giudiziario, o anche della disponibilità di colletti bianchi e professionisti di tutti i settori. Come dimostra la storia di molti processi del distretto.

E poi, contro chi non si piega, contro chi il suo dovere vuol farlo sul serio, si usano armi collaudate: partono campagne di denigrazione, di intimidazione, o minacce aperte (è avvenuto perfino in aula nei confronti di pubblici ministeri) o si progettano attentati, come è accaduto per una caserma dei carabinieri. Magistrati e investigatori che non sono avvicinabili finiscono nel mirino.

Per questo quella bomba non ha solo ucciso Matteo Vinci e ferito il padre: è scoppiata molto vicino all’orecchio dello Stato. Non lo Stato che abita in Procura a Catanzaro, alla distrettuale antimafia, in Prefettura, nelle caserme di Vibo .Quello Stato è già in trincea.

No, parliamo dello Stato che è a Roma. E una domanda qui diventa necessaria. Se ne accorgerà prima che le bombe comincino a scoppiargli in faccia ?

Nota stampa di Libera sui fatti di Limbadi

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