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Una nuova Scampia sta vincendo

Sandro Ruotolo, Luca Delgado e Arnaldo Capezzuto* il . Campania

scampia nuovaQuando ci siamo salutati nel cuore di Scampia ci siamo detti: dobbiamo scrivere e fissare queste sensazioni, riportare ciò che abbiamo ascoltato, parlare di questa energia che sprigionano le donne e gli uomini che abbiamo incontrato, i dolenti, i R-esistenti del quartiere più raccontato d’Europa, assurto a simbolo del male assoluto.

Noi tre, gli autori di questi appunti a sei mani, scritti mentre ancora portiamo avanti il nostro lavoro di Comitato di inchiesta sui fenomeni della camorra, corruzione e illegalità, abbiamo imparato tanto e abbiamo avuto l’opportunità di approfondire la conoscenza di questo quartiere ascoltando i racconti di chi ci vive e ci lavora da anni. Un coro di voci libere che senza ubbidire alla bacchetta di un maestro, da punti diversi del quartiere, schiettamente e spontaneamente esprime all’unisono concetti che attraverso queste righe proveremo a far risuonare, talvolta riproponendone le parole, proprio per restituirne fedelmente tutta l’estensione vocale.

Che “Scampia è capovolta”, tanto per cominciare. E che Gomorra è dormiente.

No, non lasciatevi fuorviare dalle polemiche che da troppo tempo prendono forma tra i detrattori e i fan di un genere narrativo che va di moda. Polemiche cicliche, che ricompaiono e vanno via come un’influenza di stagione, che a conti fatti però tengono in ostaggio un intero quartiere, da oltre dieci anni. Quel coro di voci nelle ultime settimane ci ha ripetuto che a Scampia siamo da tempo “oltre Gomorra”.

Quanta strada è stata percorsa in questi quattordici anni? Di quante piazze e quanti luoghi ci siamo riappropriati? Quante piazze di spaccio sono state chiuse e quanti presidi di legalità sono stati aperti? Quando imperversavano le guerre nel sistema criminale, quando i R-esistenti sembravano accerchiati, erano piccoli sparuti avamposti di democrazia.

Agli inizi degli anni 2000, quando imperava la dittatura di una camorra fordista, i cittadini che abitavano le strade del quartiere si sentivano impauriti, braccati, isolati. Non hanno mai mollato. Oggi le parti si sono invertite, le isole di un tempo sono diventate terra ferma e gli uomini e le donne del sistema criminale sono diventati gli assediati. Sono in ritirata, la repressione sta funzionando, ma soprattutto funziona un’idea di democrazia dal basso, di organizzazione e messa a sistema delle esperienze, di desiderio di contribuire al cambiamento: quei ragazzi e ragazze a cui la camorra ha scippato una parte della loro infanzia e della loro adolescenza si riappropriano di territori e piazze, e danno luogo a questo nuovo tempo di cui vogliamo cominciare a parlare.

Non siamo diventati matti se vi diciamo che Scampia vive un nuovo corso e può anzi diventare un modello vincente nella lotta alle camorre.

Quando ascolti insegnanti, dirigenti scolastici, associazioni impegnate sul territorio, suore, sacerdoti, dirigenti di Asl, investigatori e amministratori, attivisti e volontari, insomma l’universo mondo che vive in questo quartiere che ha la popolazione di una città media italiana, prendi atto e registri che la narrazione di Scampia difetta, che la cronaca o l’opera d’ingegno non ne colgono la complessità (non può essere altrimenti) e che l’operazione da compiere è invece quella di provare finalmente a tracciare una linea di demarcazione tra ciò che è presente e ciò che dobbiamo cominciare a definire passato.

È un operazione di verità necessaria, parallelamente e successivamente alla quale vanno fatte ulteriori riflessioni.

Che il presente di Scampia, in questa nuova era, è nelle mani di quella parte sana che è sempre stata maggioranza silenziosa ma che finalmente è la parte più rappresentativa del quartiere. Che questa maggioranza chiede di essere raccontata, che la si smetta al contempo di usare il quartiere come riferimento immediato della grammatica della malavita.

Scampia, il quartiere più verde di Napoli, si dice pronta a fiorire. Che adesso, però, si diano risposte concrete ai bisogni della comunità.

Ed è a questo punto che quel coro diventa un grido, una denuncia, la denuncia di chi sa che sta vincendo una battaglia, ma che sa anche che c’è una guerra in corso che possiamo ancora perdere.

Quelle voci ci raccontano della mancanza di un diritto fondamentale, quello che a ben guardare da queste parti manca da sempre, il diritto al futuro.

È necessario creare le condizioni affinché i giovani possano trovare degli sbocchi di lavoro al termine degli studi dell’obbligo o del liceo o dell’università o di una detenzione.

È indispensabile continuare a puntare sull’associazionismo, sostenendo quelle persone, quegli uffici, enti, scuole affinché possano continuare a lavorare e in condizioni migliori di quelle attuali. E che non ci si limiti a un assistenzialismo a intermittenza, al contrario, che si programmino, si organizzino investimenti sul territorio, che ne consentano questo tanto agognato futuro.

Perché se vogliamo che nessuno per assurdo rimpianga il passato, bisognerà fare in modo che nessuno a Scampia rimpianga il presente.

Ecco, possiamo e dobbiamo lasciare alle spalle quel mondo di mezzo. Quelli del sistema criminale sanno che a Scampia sono sul ciglio della sconfitta e che oggi non ci sono le condizioni per un ritorno al passato.

La direzione che prenderà il futuro, quella, dipende da tutti noi.

*Pubblichiamo volentieri, con il consenso degli autori, l’intervento apparso su La Repubblica – ed. Napoli in data 12 aprile 2018

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