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Mafie, l’equilibrio fra luci e ombre

Donatella D'Acapito il . Criminalità

poliziaMetti insieme due fatti che vanno in direzione opposta. Mettili insieme e cerca di capire quale quadro ne esce fuori. Devi guardare la figura per intero, cambiando di tanto in tanto angolazione. E devi capire, o almeno cercare di intuire, chi l’ha disegnata, quella figura, e perché.

Ecco, le cronache di questo aprile iniziato da poco più di dieci giorni portano a fare questo. Da una parte l’autobomba esplosa a Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, con cui lunedì 9 ha perso la vita Matteo Vinci; dall’altra, proprio il giorno successivo, il bilancio dell’azione della Polizia nel 2017. Due fatti opposti: la criminalità che continua ad operare con i suoi metodi e la risposta dello Stato (almeno di una parte di esso) che non si fa attendere.

Il Procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, commentando in una intervista rilasciata a “Il Messaggero” i fatti di Limbadi, non ha faticato a dire che la ‘ndrangheta “non vuole cedere un centimetro della sua area di influenza”, ma al contempo sostiene che “in un paio di anni lo Stato si impadronirà del territorio”. Parole consapevoli di chi ha fatto della lotta alla criminalità organizzata la propria ragione di vita, di chi sa che la guerra è in atto, anche quando sembrano esserci momenti di calma apparente, e che per questo punta dritto all’obiettivo e non vuol recedere di un solo passo.

E non lasciare campo all’avversario significa fare una analisi calibrata di numeri che potrebbero condurre ad atteggiamenti di trionfalismo. Perché se il rapporto divulgato dalla Polizia, in occasione del 166° anniversario della sua fondazione, parla di 954 arresti eseguiti nel 2017 per mafia e per reati ad essa connessi, ovvero una media di un arresto ogni dieci ore, e questi numeri non comprendono i provvedimenti eseguiti da carabinieri o guardia di finanza, vuol dire che lo Stato c’è, che lo Stato fa lo Stato.

Ma se nonostante le cifre la criminalità organizzata continua a proliferare, significa che il grado di pervasività che essa ha raggiunto è elevato. Non solo:  significa pure che la criminalità organizzata sta dimostrando una capacità di adattamento e di rigenerazione che riesce a tenere testa al contrasto messo in atto dalla parte sana delle istituzioni. Ne consegue quindi che, in una partita che i “buoni” devono assolutamente vincere, perché ne va del bene della collettività, spetta a loro tenere più alto il livello di guardia.

Renato Cortese, questore di Palermo, è un uomo che le mafie le conosce bene. Molti sono stati i latitanti (anche di grosso calibro) da lui catturati; uno su tutti: Bernardo Provenzano. Ed è lui che, partecipando alla festa della Polizia nel capoluogo siciliano, evidenzia come non si debba più immaginare una mafia incolta e grossolana, perché le cosche ormai si adattano ai cambiamenti sociali ed economici. Percepirne i mutamenti è dunque la sfida che le forze dell’ordine devono cogliere per adattarsi a loro volta al cambiamento delle strategie della criminalità. Bisogna allora saper leggere fra le righe, perché il problema maggiore è rappresentato dalle zone di sovrapposizione fra legalità e illegalità: “Dobbiamo tenere ben presente la letale pervasività di Cosa nostra – ha detto il questore di Palermo – che nel tempo, con duttilità, ha acquisito i know how per infiltrarsi non soltanto nei mercati illeciti, ma soprattutto, per propagarsi in quelli leciti producendo effetti devastanti, alterando le regole del mercato e portando al collasso le piccole imprese oneste”.

La criminalità organizzata sa rispondere agli arresti ridisegnando le alleanze sul territorio. Geometrie che, come si è visto bene fra i clan della camorra, perimetrano sodalizi spesso precari e proprio per questo più pericolosi, soprattutto se hanno al loro interno soggetti impazienti di scalare le gerarchie criminali approfittando del periodo di carcerazione dei boss storici.

Come influisce la detenzione, così accade lo stesso con le scarcerazioni ed è a questo proposito che l’allarme di Cortese si fa più vivo: “La mafia paradossalmente potrebbe arrivare a rivitalizzarsi grazie alla scarcerazione di una dozzina di elementi di spicco delle cosche tornati in libertà per scadenza dei termini o per avere scontato le pene. È a questo che dobbiamo essere pronti a dare una risposta”.

Risultati positivi, dunque, ma che sembrano sempre insufficienti. Ed è di questo senso di impotenza, di questa frustrazione, che le mafie si nutrono. Ma si nutrono soprattutto delle connivenze di chi non dovrebbe stare dalla loro parte e dei vuoti lasciati più o meno colpevolmente dallo Stato.

Giovanni Falcone aveva ragione a dire che la mafia è una cosa umana e che quindi, come tutte le cose umane, è destinata a finire, ma affinché ciò accada c’è bisogno che ciascuno faccia la sua parte.

Isaia Sales, storico delle mafie, sottolinea spesso che quando lo Stato (tutto lo Stato, precisiamo) deciderà di opporsi realmente alla mafia essa non potrà più sopravvivere. Se si guarda al dibattito pubblico o si pensa all’ultima campagna elettorale si vede come siano cambiati i nemici del sentire comune. Bisognerebbe riflettere sul perché ciò è accaduto e su chi ne ha tratto vantaggio. Bisognerebbe, però, anche soffermarsi su chi siano quei 954 arrestati per mafia, su cosa facciano ed è necessario anche ragionare sui provvedimenti emessi per reati che favoriscono il sopravvivere delle cosche.

La conoscenza è il primo tassello per la lotta alla criminalità. E a trascurare anche uno solo degli elementi che compongono il quadro, che si tratti della trama o di un colore, si rischia di alterarne la visone d’insieme…

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