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Scarcerazione del boss Gallico: lo Stato intervenga in maniera decisa

Antonio Nicola Pezzuto il . Criminalità

carabinieri-gioia-tauro-evidenzaSette ergastoli per altrettanti omicidi, una condanna di 25 anni per un delitto commesso da minorenne e altre per mafia e reati connessi. Questo, in sintesi, il curriculum criminale di Domenico Gallico, efferato e potente boss della Piana di Gioia Tauro che nel novembre del 2012 aggredì il Sostituto Procuratore Giovanni Musarò fratturandogli il naso. Un agguato maturato in uno scenario assai  inquietante nel carcere di Viterbo, in occasione di un interrogatorio, con il personale della Polizia Penitenziaria stranamente distratto. Solo per puro caso il Magistrato, all’epoca dei fatti in servizio presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, riuscì a sopravvivere alla furia del suo aggressore.

Domenico Gallico è attualmente detenuto al 41 bis nel carcere di Sassari, dove sono rinchiusi i più pericolosi esponenti delle organizzazioni criminali, ma potrebbe presto usufruire di un permesso concessogli dal magistrato di sorveglianza Luisa Suez con l’avallo del Procuratore di Sassari Giovanni Caria per andare a trovare la madre novantunenne, anche lei condannata all’ergastolo per associazione mafiosa e omicidio. La donna, da un po’ di tempo, è tornata a casa per ragioni di salute e vive in un palazzo sottoposto a confisca.

La sconcertante decisione ha suscitato allarme negli apparati dell’antimafia e il livello di allerta è massimo alla luce della conversazione telefonica intercorsa tra Domenico Gallico e suo fratello Carmelo lo scorso 17 febbraio.

I due sono stati intercettati, come da regolamento, dal personale addetto che ha trasmesso i contenuti ai vertici dell’amministrazione penitenziaria.

I contenuti della telefonata sono a dir poco inquietanti. Domenico Gallico, dopo aver chiesto notizie sulle condizioni di salute della madre, comunica al fratello che “a breve arriverà il permesso e di non farsi trovare impreparati”, chiedendogli “come si sta organizzando” e “di non aspettare l’ultimo momento”. Carmelo Gallico risponde che sta pensando a tutto e di aver avvisato anche gli avvocati.

Frasi allarmanti, considerato lo spessore criminale dei due. L’incontro dovrebbe avvenire proprio nella villa di Palmi confiscata su richiesta del PM Giovanni Musarò, che con quell’atto, dall’altissimo valore simbolico, consegnava allo Stato un bene simbolo della ‘ndrangheta. Un vero e proprio sfregio nei confronti del potere criminale. Ora, in quel luogo, vive la madre del Gallico, Lucia Giuseppa (condannata ottantenne per aver fatto da tramite di un ordine di morte da un figlio detenuto ai killer della cosca) insieme al figlio Carmelo, proprio quello protagonista della telefonata (già latitante per sette anni e sorvegliato speciale dopo aver scontato due pene per associazione mafiosa), e il cognato Gesuele, marito di Teresa Gallico, anche lei detenuta al 41 bis.

Nei sotterranei di quella villa, in passato, è stato scoperto un bunker per nascondere i latitanti e si temono altri atti eclatanti.

Il Questore di Reggio Calabria, Raffaele Grassi, ha chiesto per iscritto di fare avvenire l’incontro nella caserma dei Carabinieri, mentre il Procuratore Aggiunto di Reggio Calabria, Gaetano Paci (alla guida della Procura in attesa della nomina del nuovo Procuratore) chiede la revoca del provvedimento al Tribunale di Sorveglianza pur condividendo l’esigenza di “non rendere il trattamento penitenziario contrario al senso di umanità”, comportamento evidentemente contraddittorio.

Da sottolineare che lo stesso giudice, nel decreto con il quale ha autorizzato la visita, ha scritto che la madre del Gallico non corre “imminente pericolo di vita”, anche se le sue condizioni “possono peggiorare con evoluzione sfavorevole in qualsiasi momento”.

Questa sconcertante vicenda porta ad amare considerazioni e rischia di diventare un pericoloso precedente. Fa venire i brividi pensare che un boss spietato e intelligente come il Gallico dia ordini a suo fratello pur sapendo di essere intercettato. Una vera e propria esternazione di arroganza e onnipotenza del potere mafioso che sfida le Istituzioni.

Non ci sono alternative, è necessario revocare il permesso. Così deve rispondere lo Stato, in maniera decisa, ferma e determinata. Ne va della sua credibilità.

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