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Ostia fra cronaca e Commissione Parlamentare Antimafia

Donatella D'Acapito il . Mafie

ostia antimafiaL’ultima certificazione di mafiosità per i sodalizi criminali di Ostia è arrivata una decina di giorni fa, quando la Cassazione ha confermato la condanna per intestazione fittizia con l’aggravante mafiosa per sette prestanome del clan Fasciani, oltre che allo stesso Carmine e alla moglie Silvia Bartoli, e ha attestato in via definitiva il ruolo apicale all’interno del sodalizio di don Carmine.

Criminalità organizzata col bollino anche a Ostia, dunque. Una mafia tornata prepotentemente alla ribalta per le inchieste fatte dalla collega de “la Repubblica” Federica Angeli e per l’episodio di violenza di cui si è reso protagonista Roberto Spada con l’aggressione al collega di “Nemo” Daniele Piervincenzi. La relazione della Commissione Parlamentare Antimafia diventa allora l’occasione per ricostruire storicamente gli ultimi anni di malaffare alle porte di Roma. Da queste pagine due sono le cose che maggiormente fanno riflettere: il grado di pervasività che questa mafia ha avuto nei confronti dell’amministrazione locale e dei processi economici del luogo; la fluidità dei rapporti di forza fra i due gruppi egemoni (i Fasciani e gli Spada da una parte e i Triassi, proiezione nel Lazio degli agrigentini Cuntrera – Caruana dall’altra) all’indomani dei numerosi arresti degli ultimi mesi.

Già nel febbraio 2014, poco prima che arrivasse “Mondo di Mezzo”, l’audizione in commissione del Procuratore Capo di Roma Giuseppe Pignatone e del sostituto Michele Prestipino, aveva permesso di delineare la complessità della criminalità organizzata a Ostia. Una complessità che giustificava l’applicazione di metodi investigativi propri di zone storicamente mafiose (Reggio Calabria in primis) o che forse si è riusciti a delineare proprio per l’applicazione di questi metodi.

Metodi che hanno permesso di rileggere in chiave organica fatti precedentemente analizzati in maniera parcellizzata e che, insieme al contributo di alcuni collaboratori di giustizia, hanno consentito di tracciare l’orizzonte attuale della criminalità lidense. E allora le intimidazioni, i danneggiamenti o gli atti incendiari che si sono susseguiti fra il 2007 e il 2012, culminati poi nel duplice omicidio di Giovanni Galleoni e Francesco Antonini, appaiono in modo chiaro come il frutto del riposizionamento delle locali gerarchie mafiose e, in particolare, della scalata degli Spada.

Arriva l’ordinanza “Mondo di Mezzo”

Ma se fino a quel momento i clan locali mostrano i muscoli seguendo una strategia primaria di violenza classica, è con la prima ordinanza di “Mondo di mezzo”, a fine novembre 2014, che si scoperchia il vaso di Pandora della debolezza istituzionale che ha fatto del municipio capitolino affacciato sul mare il perfetto terreno di conquista della mafia.

Dopo l’ordinanza l’allora sindaco Ignazio Marino decide di nominare un assessore alla legalità, individuato nel magistrato Alfonso Sabella che, a seguito delle dimissioni rassegnate dal presidente del X municipio di Roma Daniele Tassone (poi risultato coinvolto nell’inchiesta e condannato in primo grado per corruzione), viene designato quale delegato sul litorale di Ostia, con specifica competenza sulle spiagge. Nel frattempo, il Ministero dell’Interno aveva nominato la Commissione di accesso presso Roma Capitale, guidata dal prefetto Marilisa Magno. La Commissione evidenzia fin da subito “la particolare fragilità della macchina amministrativa di Ostia, la permeabilità del territorio agli interessi illeciti dei gruppi criminali, il condizionamento da parte dei clan dell’azione municipale, la diffusa assenza di legalità”. Una situazione, questa, che porterà poi scioglimento del municipio il 27 agosto del 2015 e alla nomina di un commissario.

Nel novembre 2015 la Commissione parlamentare convoca l’assessore Sabella che aggiunge una sfumatura in più a quanto sottolineato degli uomini della Magno: l’ex magistrato, audito a San Macuto, parla di “una gestione deficitaria ancor prima che corrotta” e di un livello di controlli carente dei settori economici, in particolare per quel che riguarda la gestione del litorale e delle concessioni balneari, che rappresentano il core business economico della criminalità di Ostia e il centro degli interessi mafiosi.

A spianare la strada era stata la scelta fatta anni prima dal sindaco Alemanno di affidare direttamente al decimo municipio la competenza esclusiva per le concessioni sul litorale e per il verde, che venivano così gestite direttamente. Situazione questa che il Sindaco Marino ha cercato di risanare ma, che la fine anticipata della sua Giunta ha bloccato lasciando non approvata la modifica necessaria allo statuto.

Da questi indicatori appare chiaro come la gestione di Ostia sia stata condotta per troppo tempo “al di fuori da ogni regola”: mai una concessione è stata revocata, sebbene venissero riscontrate delle violazioni spesso legate alla presenza di numerosi abusi edilizi; mai è stata abbattuta una costruzione abusiva, una su tutte il famoso “lungomuro” che impediva il libero accesso alle spiagge. In sintesi, non erano mai state applicate le norme vigenti in materia. Certo, la scusa di aspettare la pronuncia del Campidoglio sulle richieste di condono che i titolari di concessione avevano presentato rappresentava una scusa burocraticamente accettabile; ma pensare che Roma Capitale potesse condonare le strutture abusive insistenti nella tenuta di Castel Porziano, e quindi area demaniale, o in una zona vincolata, rappresentava una utopia.

In un quadro in cui le regole non si rispettano o i gangli amministrativi sembrano essere utili solo a giustificare uno status quo, l’incapacità dell’ente locale di rispondere alle pressioni della criminalità, generava nei cittadini la convinzione che a Ostia tutto fosse possibile. E se tutto è possibile, è allora possibile tollerare che gli Spada gestisca la palestra Femus, situata in un immobile del Comune abusivamente occupato; oppure tollerare che le cosiddette “concessioni francobollo”, chiamate così perché riguardavano piattaforme di 20 mq in cui poteva essere autorizzato un chioschetto per vendere bevande o altri servizi, si mutassero abusivamente in concessioni balneari. Per capire l’impatto di quanto descritto, basti pensare al caso del chiosco Hakuna Matata, situato all’interno di una piattaforma di proprietà della famiglia Balini, presidente del porto, gestita da Cleto Di Maria, pregiudicato coinvolto, anni prima, in un traffico di stupefacenti, arrestato in Brasile in quanto trovato a bordo di una nave che trasportava 200 kg di cocaina.

Infine, se tutto è possibile, è possibile tollerare che, sul versante degli appalti, i lavori vengano affidati direttamente con finte procedure negoziate in cui venivano invitate ditte selezionate.

Dopo Mafia Capitale

Alla luce del quadro complessivo, l’unica risposta possibile da parte dello Stato, all’indomani di Mafia Capitale, è quindi quella di pensare a un cambio totale dei vertici tecnici e amministrativi del municipio. Un cambio di rotta che la criminalità organizzata locale non digerisce bene, soprattutto considerando il grado di “persuasione” che i clan sanno di avere sul territorio. Così si passa dalle rimostranze contro i cittadini più difficili da convincere – tipologia d’azione, questa, che non viene mai abbandonata – agli atti intimidatori e di violenza contro i nuovi responsabili tecnici e amministrativi.

Quanto fosse forte il radicamento della mafia nel territorio lo dimostrano anche le audizioni in Commissione di Fabrizio Fumagalli, presidente del sindacato italiano balneari Lazio, quella del presidente dell’associazione Volare e responsabile Caritas, don Franco De Donno, e del referente per Roma di Libera, Marco Genovese. Ognuno dei tre lo fa a modo proprio: Fumagalli – che ha negato di aver subito un incendio nel suo stabilimento – sostenendo di non avere mai riscontrato nelle concessioni demaniali infiltrazioni di malavita che, invece, devono essere distinte dalle irregolarità mafiose da quelle amministrative; De Donno, invece, ricordando come da più di dieci anni parlasse di una mafia sotterranea a Ostia; Genovese parlando degli attacchi via web – e non solo – scatenatisi a seguito della vicenda del Faber Beach.

La Commissione sa che su Ostia bisogna vigilare, così il 9 dicembre del 2015 torna sul litorale. Stavolta è il prefetto Vulpiani – a guida della commissione straordinaria per la gestione del municipio nominata dopo lo scioglimento – a sottolineare “l’opportunità di un ricambio complessivo della struttura amministrativa di Ostia, troppo legata al territorio, la carenza di posizioni organizzative, nonostante l’elevato numero di dipendenti e, soprattutto, segnalava le difficoltà gestionali addebitabili anche alla competenza concorrente di più enti che non consentiva piena autonomia decisionale sui vari aspetti”.

E se tre mesi dopo dal punto di vista amministrativo qualche passo lo si comincia a fare, lo stesso non si può dire, alla luce delle azioni investigative, della situazione generale. Come a dire che se lo Stato si sembra essere risvegliato dal torpore del marino, di certo la mafia non ha iniziato a dormire.

Così, dopo la sentenza di condanna nel gennaio del 2015 per diciannove soggetti riconducibili sia al clan Triassi che a quello dei Fasciani, arrivano nell’aprile dello stesso anno altri dieci arresti, questa volta a carico esclusivo di persone vicini al clan Spada. E gli alleati dei Fasciani, senza nessun riguardo delle gerarchie e dei patti, stavano facendo carriera soprattutto nel racket delle assegnazioni delle case popolari. Si legge nella relazione: “la famiglia Spada è una realtà criminale emergente e attualmente dominante in quel territorio, sia per lo stato di detenzione dei principali componenti della famiglia Fasciani, sia per il ridimensionamento, realizzato con azioni di inaudita violenza, del gruppo criminale Cardoni/Galleoni (conosciuti come i Baficchio con riferimento al ruolo di vertice rivestito da Giovanni Galleoni), gruppo che, dopo l’uccisione di appartenenti alla banda della Magliana, aveva preso il loro posto, in Ostia, nel traffico di droga e nel racket dell’usura e dell’estorsione”.

Dopo il commissariamento

Gli Spada, dunque, sembrano essere lanciati nel dominio del territorio, sebbene gli altri clan non abbiano la minima intenzione di stare a guardare. Finita la fase di commissariamento si arriva alle elezioni del 2017, con la coda della testata a Daniele Piervincenzi e il portato delle minacce a Federica Angeli. La Commissione, a dicembre, è di nuovo nel municipio soprattutto per dire ai cittadini che lo Stato c’è. In audizione sfilano il prefetto Paola Basilone, il questore di Roma Guido Marino, il comandante provinciale dei Carabinieri, il generale Antonio De Vita, il comandante provinciale della Guardia di finanza, il generale Cosimo Di Gesù e il capo del centro operativo della DIA di Roma, colonnello Francesco Gosciu; nello stesso giorno, vengono auditi anche Michele Prestipino e Giuliana Di Pillo, da poco eletta presidente del municipio X di Roma Capitale, accompagnata dal direttore del municipio, arch. Cinzia Esposito.

Le più incisive, anche stavolta, sono le parole di Prestipino: il procuratore, nel segnalare come i gruppi criminali operanti a Ostia siano veri e propri sodalizi mafiosi, li descrive come non solo caratterizzati da una “solida strutturazione e organizzazione, dal controllo, più o meno efficace, di sacche del territorio lidense e dalla commissione di delitti soprattutto in materia di stupefacenti, usura ed estorsione, ma andavano individuate anche e soprattutto nella loro capacità di relazionarsi con il mondo politico, amministrativo ed economico al fine di acquisire il controllo di attività imprenditoriali lecite dove investire il denaro ricavato dalle loro operazioni criminali e nella loro elevata capacità di creare consenso tra la cittadinanza, non solo attraverso la gestione illecita delle occupazioni delle case popolari del comune e dell’ATER (in alcuni casi anche con materiale e violento sfratto dei precedenti inquilini), ma anche mediante un sapiente uso della comunicazione”.

E a riprova del peso che la comunicazione sta assumendo per la criminalità, c’è l’episodio del maggio 2015 in cui molti cittadini si sono ritrovati in piazza per opporsi alla chiusura della palestra. Un tamtam di solidarietà che è arrivato anche sui social network e che è stato sostenuto anche da alcuni politici locali e da una parte della cosiddetta “società civile”.

Non solo social a sostegno: la Ostia criminale si era attrezzata anche con la diffusione di fake news, perché in fin dei conti non c’è niente di più potente per sconfiggere un avversario che l’insinuare il dubbio sulla credibilità di chi cerca di lavorare per cambiare le cose.

La mafia deve farsi vedere e deve avere una propria vetrina. Il passaggio al condizionamento 2.0 non ha però impedito i messaggi classici, quelle delle epifanie pubbliche.

Come quando l’ex direttore del municipio, Alpo Papalini, abusando del proprio potere, avrebbe espropriato una attività balneare per lasciarla alla gestione degli Spada. E per far sì che il messaggio fosse chiaro a tutti, si sarebbe recato “plasticamente sul lido accompagnato da uno degli esponenti del clan”.

Dal punto di vista economico, il controllo del territorio si evince dall’alto numero di provvedimenti per intestazione fittizia. Basti pensare che negli ultimi tre anni ben il 20% dei beni sequestrati nella provincia di Roma riguardasse il territorio ostiense.

Si era detto all’inizio che a preoccupare è la fluidità dei rapporti vigenti fra i vari clan: le ultime operazioni delle forze dell’ordine hanno scosso i clan con la conseguente necessità di ristabilire gli equilibri, causando così anche una situazione di incertezza fra la cittadinanza che – sebbene non lo ammetta chiaramente – ha bisogno di capire da chi e come si deve difendere. La relazione parla di una “situazione inquietante anche sul piano degli attuali rapporti di forza tra gruppi criminali che avevano trovato, come ha riferito il dott. Prestipino Giarritta, un primo momento di equilibrio nel 2007, grazie alla mediazione del noto boss di Afragola Michele Senese, e che si erano consolidati, dopo il duplice omicidio di Giovanni Galleoni e Francesco Antonini del 22 novembre 2011, allorquando il clan Spada, che lavorava “in piena sinergia criminale con i Fasciani”, aveva praticamente soppiantato gli epigoni della banda della Magliana nella gestione del traffico di stupefacenti e assunto il controllo di Nuova Ostia”.

Una Ostia a due velocità, in cui la marcia più alta la ha innestata il clan degli Spada. E mentre la pubblica amministrazione deve fare i conti con una burocrazia lenta che insinua il dubbio sulla riuscita di cambiamento, la mafia continua a tenere il passo dei tempi mutando di volta in volta pelle. Proprio come il migliore degli animali a sangue freddo.

Ostia, cosa succederà dopo gli arresti degli Spada?

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