NEWS

La criminalità organizzata pugliese nella relazione della DIA 2017

Piero Innocenti il . Puglia

scuAnche in Puglia lo scenario criminale continua a presentare aspetti di particolare pericolosità dovuti alla presenza di “una pluralità di gruppi, per lo più organizzati su base familiare, privi di una strategia unitaria e protesi a dirimere le conflittualità interne con modalità violente”. È la relazione della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) – sulle attività svolte nel primo semestre del 2017 e presentata ai primi di febbraio scorso – a sottolinearlo, ribadendo quanto già detto nelle precedenti relazioni a proposito di un notevole ridimensionamento, nella provincia di Lecce, di quella struttura criminale “storicamente nota come sacra corona unita” e rilanciando l’allarme sulla emersione di formazioni malavitose con una forte componente di “giovani leve” che vanno ad aggiungersi ai gruppi dei Rizzo, dei Briganti e dei Torinese e che esercitano la loro influenza anche nei comuni di Vernole, Cavallino, Lizzanello, Melendugno, Merine, Caprarica, Calimera e Martano.

Ed è proprio la “ascesa” (e la “abbondanza”) di questi “giovani emergenti” che hanno rimpiazzato i più “anziani”, in parte neutralizzati dalle inchieste giudiziarie scaturite dalle indagini delle forze di polizia, che sta producendo nuove aggregazioni e “rigenerazioni” delle varie formazioni criminali di natura “profondamente mafiosa”. Gruppi per i quali i riti di affiliazione mafiosa rappresentano un punto fermo, il “collante su cui rendere più saldo il vincolo associativo”, una ritualità tradizionale che, come noto, contraddistingue mafie più antiche: quella calabrese e siciliana, quella cinese delle Triadi e quella giapponese della Yakuza, solo per citarne alcune.

Così, a Bari si assiste ad una proiezione della criminalità verso i Comuni dell’hinterland in uno scenario che vede protagonisti molte “giovani leve”, ma dove il clan Strisciuglio appare sempre quello più organizzato e numeroso nonostante l’azione di contrasto delle forze di polizia (per esempio l’operazione “Coraggio” del marzo 2017, con l’arresto di sette componenti di rilievo del sodalizio). Altre formazioni si contendono il mercato degli stupefacenti e il settore delle estorsioni e tra queste i clan Capriati, Campanale, Telegrafo, Mercante, Parisi-Palermiti, Di Cosola, Fiore-Risoli. Fibrillazioni anche in provincia (la DIA segnala la presenza di 18 clan)  ed in particolare ad Altamura dove si sono registrati contrasti tra i vari gruppi delinquenziali (tra cui il clan Nuzzi) in tema di traffico/spaccio di stupefacenti e a Bitonto, cittadina teatro di reati gravi compiuti anche con l’uso delle armi (l’ultima sparatoria, con due feriti, è del 23 febbraio scorso, tra i vicoli del centro storico dove il 30 dicembre era stata uccisa, per errore, una anziana) e dove il clan Modugno esercita un forte controllo.

Nella provincia di Barletta-Andria-Trani, i gruppi locali (una decina quelli segnalati dalla DIA), pur conservando una loro autonomia operativa in tema di estorsioni, reati predatori, riciclaggio e, soprattutto, traffico di stupefacenti, risentono delle “influenze criminali derivanti dai gruppi di Cerignola (FG) con cui, spesso, si associano”. Se Trani “continua a vivere una fase di instabilità criminale conseguente alla forte azione di contrasto giudiziario”, a Barletta, oltre al clan Cannito e al rivale gruppo degli Albanese, si continua a rilevare una forte presenza divenuta stanziale di elementi della criminalità albanese coinvolta nella gestione dei carichi di marijuana provenienti via mare dal loro paese.

La criminalità foggiana, per gli investigatori della DIA, resta quella che “desta maggiore allarme sociale” nella regione e sulla quale è necessario concentrare ancor di più gli sforzi investigativi. Anche per questo la DIA auspica “più investimenti in termini di personale da impiegare nel dispositivo di contrasto” ma, temo, che questo auspicio resterà lettera morta per le ben note carenze di personale delle forze di polizia che si trascinano avanti da anni. Il traffico degli stupefacenti anche in questa provincia (dove sono attivi numerosi gruppi albanesi oltre ad una trentina di quelli “locali”) “si conferma la principale fonte di guadagno” ma anche le estorsioni restano attività “predilette” dalla criminalità foggiana (nel capoluogo si annotano frequenti scontri tra i clan mafiosi dei Sinesi-Francavilla e dei Moretti-Pellegrino-Lanza). Il promontorio del Gargano è diventato, con il trascorrere del tempo, un territorio ad alta densità mafiosa.

Peraltro, lo ricordiamo, forse non si sarebbe arrivati a parlare di “mafia garganica” se, molti anni fa, si fosse dato ascolto a quanto asseriva l’allora procuratore della Repubblica di Lucera, Domenico Seccia (attuale procuratore della Repubblica di Fermo) che sollecitava maggiore attenzione in quell’area per una “mafia innominabile” (come la definì il magistrato) già spiccatamente aggressiva, dedita alle estorsioni e al traffico di stupefacenti. Così, oggi, tutto lo “sperone” è in gran parte sotto il controllo del clan dei Montanari, ma altre compagini criminali sono particolarmente effervescenti a Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Mattinata, determinando conflittualità violente tra i vari gruppi criminali, in particolare, per il controllo della zona costiera (Vieste, Rodi Garganico, Vico del Gargano) che è interessata dagli sbarchi di ingenti quantitativi di marijuana provenienti dall’Albania. Il contesto criminale del Tavoliere è, tuttavia, quello che desta forte preoccupazione. È qui che alcuni dei gruppi sanseveresi (Testa-Bredice, Russi, Palumbo, Nardino) stanno cercando nuovi assetti organizzativi per affermarsi su altre compagini. Se la città di San Severo “si conferma crocevia per l’approvvigionamento di armi e droga dell’alto Tavoliere” contando anche sulla presenza di esponenti della criminalità organizzata albanese, anche Poggio Imperiale e Apricena ricadono sotto l’influenza della criminalità sanseverese. Se, poi, a Lucera, frantumati i clan storici, hanno preso il controllo del territorio “piccoli gruppi, non meglio strutturati e composti in gran parte di giovanissimi”, nel basso Tavoliere è la mafia cerignolana con i clan Di Tommaso e i Piarulli-Ferraro, quella che appare più solida ed anche la più impermeabile all’azione di contrasto delle forze di polizia.

Una criminalità, peraltro, come sottolinea la DIA, che si caratterizza non solo per il traffico di stupefacenti ma anche per attività illecite di natura predatoria (furti e rapine ai tir, anche fuori regione) collocandola come “..il fulcro della ricettazione a cui le bande delle province di Foggia, Bari e Barletta/Andria/Trani tendono a rivolgersi”. L’influenza della criminalità cerignolana si estende anche nelle cittadine di Orta Nova, Ordona, Carapelle, Stornara e Stornarella dove pure sono operativi gruppi autonomi. A Brindisi continua la “fase di non belligeranza” tra i due sodalizi dei Vitale-Pasimeni-Vicentino (clan mesagnese) e i Campana-Rogoli-Buccarella (clan tuturanese) i cui capi son stati condannati a lunghe pene detentive. Il traffico degli stupefacenti anche da queste parti resta il principale business che vede coinvolti sempre molti albanesi. Taranto, infine, è “divisa in zone, tendenzialmente coincidenti con i rioni o i quartieri, all’interno dei quali i gruppi criminali (..)non desistono dal traffico di sostanze stupefacenti, dal racket estorsivo e dalla pratica dell’usura..”. Una decina i gruppi criminali censiti dalla DIA nel capoluogo ai quali si affiancano “consorterie minori (..) espressione dell’ambizione di giovani leve che si dimostrano spregiudicate, violente”. Bande che, tuttavia, sottolineano ancora gli esperti della DIA, “non risultano ancora in grado di mettere in discussione il carisma criminale degli esponenti degli storici clan”. In provincia si segnalano i Cagnazzo, i Locorotondo (attivi da Lizzano fino al brindisino), Stranieri (a Manduria), i  Caporosso-Putignano (operativi nelle zone di Massafra e Palagiaro).

Un quadro generale sulla criminalità pugliese a dir poco angosciante al quale si aggiunge il “profilo evolutivo”, davvero poco rassicurante, tracciato dagli attenti analisti della DIA che prevedono l’espandersi anche oltre regione (in alcune indagini, già accertate sinergie tra gruppi tarantini e campani) “contaminando” anche la vicina Basilicata “terra che già subisce le influenze della camorra e della ‘ndrangheta”. Scenario preoccupante egualmente segnalato nella ultima relazione presentata il 20 febbraio scorso dal Dipartimento Informazioni sulla Sicurezza (DIS) che segnala “i livelli di diversa pericolosità e strutturazione” che caratterizzano i sodalizi criminali pugliesi, “espressione talvolta di forme mafiose arcaiche e poco evolute, ma, in altri casi, anche di modelli più organizzati e adattivi, come, ad esempio, i clan salentini e alcune compagini baresi e tarantine”. Verrebbe voglia di augurarsi l’intervento di un “Santo in Paradiso” per scongiurare questo ulteriore pericolo. Un santo, sia chiaro, che non sia quell’amministratore del Comune di Parabita (Lecce), sciolto per infiltrazioni mafiose, che si autodefinì il “santo in Paradiso dell’associazione malavitosa”.

La criminalità organizzata siciliana nella relazione della DIA (parte terza)

 

Trackback dal tuo sito.

Premio Morrione

Premio Morrione Finanzia la realizzazione di progetti di video inchieste su temi di cronaca nazionale e internazionale. Si rivolge a giovani giornalisti, free lance, studenti e volontari dell’informazione.

leggi

Narcomafie

La rivista, realizzata in collaborazione con l’associazione Libera, è stata fondata nel febbraio del 1993, all’indomani delle stragi di Capaci e di via D’Amelio

Vai

Articolo 21

Articolo 21: giornalisti, giuristi, economisti che si propongono di promuovere il principio della libertà di manifestazione del pensiero (oggetto dell’Articolo 21 della Costituzione italiana da cui il nome).

Vai

I link