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La dignità del lavoro in un’economia criminale

Sofia Nardacchione il . Emilia-Romagna

processo_aemilia_1È di questi giorni la notizia delle tre ordinanze cautelari scattate nei confronti di Giuseppe Arabia, già condannato per mafia a 10 anni e 8 mesi, il figlio Salvatore Arabia e Salvatore Spagnolo.

Tutti e tre provenienti da Cutro, e non sarebbe un fatto da specificare se la famiglia Arabia non fosse coinvolta nella guerra di mafia tra Antonio Dragone e Nicolino Grande Aracri, per il controllo del gruppo di ‘ndrangheta che ha iniziato ad espandersi in Emilia negli anni Ottanta.

I tre sono stati arrestati per violenza privata, lesione gravi, con l’aggiunta per Giuseppe Arabia di minaccia aggravata, per un fatto che risale al 24 giugno dell’anno scorso: un camionista era stato massacrato di botte sotto casa sua, in via Fratelli Cervi a Reggio Emilia. Un mese dopo gli era arrivata una lettera minatoria in cui c’era scritto: “Non hai ancora capito…Io ti brucio, ti vengo a prendere, non ho paura di te, della polizia e dei carabinieri né della tua denuncia…Ti vengo a prendere sotto casa”. E ancora, “ti brucio…Non ho paura”.

Secondo le ricostruzioni il camionista rivendicava un credito lavorativo di qualche migliaio di euro, che voleva riavere prima di lasciare quel lavoro. Una questione che doveva essere risolta con il formale datore di lavoro e che fu invece presa in mano dai tre cutresi.

Due sono i principali aspetti di questa vicenda, pur tenendo presente che le indagini sono ancora in corso.

Il primo aspetta riguarda lo sfruttamento del lavoro.

L’economia criminale nega i diritti fondamentali: lo abbiamo ripetuto quando le operazioni ci hanno continuato a mettere davanti questo dato. E’ emerso nel processo Aemilia con gli operai che lavoravano ufficialmente per la Bianchini Costruzioni s.r.l. nella ricostruzione post terremoto, ma che di fatto erano gestiti da Michele Bolognino, uno dei principali boss della ‘ndrina emiliana. I 13 operai non avevano tutele, non avevano diritto alle ore di riposo settimanale, gli venivano tolti soldi dallo stipendio che andavano ad alimentare le casse della ‘ndrina, insieme ai soldi guadagnati con il riciclaggio illegale di amianto e grazie ai materiali scadenti utilizzati per la ricostruzione.

Il secondo aspetto da tenere in considerazione è invece il fatto che il camionista non ha mai sporto denuncia, né dopo il violento pestaggio, né dopo le lettere intimidatorie.

Tornano alla mente le vicende dei processi di mafia in Emilia Romagna, con i “non ricordo” di coloro che erano chiamati a testimoniare contro le associazioni criminali, tornano alla mente le denunce sporte e poi ritirate, torna la paura negli occhi di chi, nell’aula di Tribunale, si trovava di fronte i mafiosi da cui erano stati minacciati, intimiditi, picchiati.

In questa vicenda ancora una volta abbiamo davanti un fatto: le mafie tolgono dignità al lavoro, ma tolgono dignità anche alla persona in sé. E fa paura pensare a quanto ancora questo fenomeno non sia controllabile e quanto tanto sia ancora da fare, per fermare il dilagare di una mentalità che non possiamo che definire mafiosa.

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