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Indumenti e borsoni alla cocaina: nuovi modi per trafficare droga

Piero Innocenti il . Droga, Senza categoria

cocaina liquidaI narcotrafficanti utilizzano, in particolare nei lunghi tragitti, una vasta gamma di ingegnosi sistemi per nascondere la droga trasportata. Tempo fa a Zacatecas (Messico), furono scoperti 1.330kg di marijuana occultati nei rotoli di carta igienica mentre in Colombia veniva bloccato un carico di banane svuotate e riempite di cocaina destinate al mercato europeo.

Diversi anche gli episodi di protesi mammarie riempite di cocaina e persino di cani di grossa taglia operati presso centri veterinari clandestini in Messico e in Colombia, imbottiti di cocaina e spediti verso gli Usa, il Brasile e anche in Italia. Non sono mancati sequestri di bottiglie di tequila contenenti metamfetamina liquida. Anche nel polline di api è stato occultato lo stupefacente come accertato nel corso di un’operazione di polizia di alcuni anni fa. In quella circostanza fu necessario uno speciale procedimento chimico perché le analisi speditive con il narco test in dotazione alla polizia avevano dato esito negativo.

Non sono mancati casi di sequestri di droga (eroina) nascosta all’interno di comuni patate, nella frutta esotica (ananas), in capsule di integratori alimentari, all’interno di lecca-lecca , in confezioni di patatine e biscotti e persino all’interno di chicchi di caffè ( con quale paziente lavoro è facile immaginare) o in comuni stampelle per abiti.

Ci sono,poi, metodi più sofisticati come ricordano gli esperti della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga (DCSA) che prevedono l’uso di materiali assorbenti – come stoffe, cartone e libri – che con particolari procedimenti chimici riescono a trattenere lo stupefacente che viene poi recuperato con altri processi. Per confezionare capi di abbigliamento intrisi di cocaina occorre preparare una soluzione al 30% di cocaina base in alcol. L’indumento viene immerso in quella soluzione e successivamente estratto si lascia sgocciolare fino al completo essiccamento.

Altrettanto semplice il processo per recuperare la cocaina. Il capo di vestiario viene immerso in una bacinella con poca acqua e acido acetico e, quindi, viene pressato in modo da recuperare l’acqua del lavaggio alla quale si aggiunge ammoniaca. Si forma così nella soluzione una polvere bianca che resta sospesa nell’acqua e filtrata su di un telo. La polvere viene essiccata all’aria o al forno a non più di 30 gradi e la cocaina è così recuperata.

Ancor più ingegnoso l’occultamento di cocaina in piccole tovaglie da colazione spedite con pacco postale e intercettate grazie a “informazioni” ricevute dalle forze di polizia. Più complicato, invece, il recupero della droga. Le tovaglie presentavano entrambe le superfici  con un foglio apparentemente di plastica morbida di circa 2 mm di spessore ricoperto con due pellicole in plastica disegnate e colorate. Tolte le due pellicole il foglio di plastica messo a 50 gradi al forno perde la sua umidità e, una volta raffreddato, è possibile frantumarlo e macinarlo con un frullatore. I pezzetti vengono messi a macerare con alcol e, successivamente, viene filtrato dai residui e lavato tutto con poco etere per eliminare la colorazione. Da una tovaglietta del peso di circa 100 grammi furono ricavati circa 20 grammi di cocaina cloridrato.

La fantasia dei narcotrafficanti, insomma, non conosce limiti. Si è arrivati persino a confezionare borsoni da viaggio impregnati di cocaina. La “sacca”, parte in similpelle e parte in tessuto assorbente (feltro) incollate tra di loro con una colla speciale viene immersa in una soluzione alcolica concentrata (circa il 30%) di cocaina cloridrato quindi fatta essiccare. La parte in similpelle viene ripulita attentamente per togliere le eventuali tracce di cocaina rimaste attaccate. Il borsone viene , poi, completato con cerniere e cinghia. Anche in questo caso le “confidenze” fornite alle forze di polizia hanno consentito di scoprire tecniche di occultamento difficilmente individuabili.

Quantitativi molto più consistenti vengono trasportati su aerei, container, imbarcazioni, minisommergibili. In alcuni casi, anche nei porti italiani sono stati trovati, saldati allo scafo del natante, sotto il livello di galleggiamento, contenitori in metallo capaci di contenere ingenti quantitativi di stupefacente. L’utilizzo dei minisottomarini, invece, riservato per lo più ai narcos messicani, ha registrato negli ultimi mesi (luglio scorso) la novità di uno costruito, per la prima volta, con motori ad alimentazione elettrica, in grado di trasportare fino a 4 ton di cocaina e nella disponibilità del gruppo guerrigliero colombiano dell’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale).

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