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Donadio e le stragi in Commissione Antimafia

Davide Mattiello* il . Istituzioni

capaciL’altro giorno la Commissione Antimafia, ascoltando il dott. Donadio per quattro ore e ha messo ulteriore “fieno in cascina” per una inchiesta che potrebbe essere decisiva sulla lunga fase stragista, che ha seminato morti e terrore in Italia almeno fino al 1994.

Il dott. Donadio ieri sera ha insistito molto sull’analisi della tecnologia adoperata nelle stragi del ’92, una tecnologia molto sofisticata, che per esempio consentiva già allora ai mafiosi di clonare i telefoni cellulari per schermarli. Ha insistito sul ruolo accertato di una donna almeno negli attentati del ’93, così come sul ruolo tante volte evocato da collaboratori ritenuti attendibili, alcuni dei quali ammazzati, di Giovanni Aiello, recentemente morto. Ha insistito il dott Donadio sul prezioso contributo a suo tempo dato dal dott. Di Legami della Polizia di Stato e dall’ing. Naselli, nell’ipotizzare il “secondo cantiere” a Capaci. Ha insistito sui legami con l’estrema destra eversiva, mettendo in evidenza la continuità culturale tra i settori della mafia più coinvolti nelle stragi e l’ideologia nazi-fascista. Ci ha sollecitati a guardare al perimetro ampio nel quale quei fatti sono maturati che ricompense anche la sigla della “Falange Armata”, adoperata, parrebbe, da un “consorzio” vasto di criminali, la “banda della Lancia Terminca”, le Leghe meridionali indipendentiste, Gladio, il Sismi e la massoneria del GOI, con le denunce di Di Bernardo e le sue dimissioni nel ’93.

Un perimetro che comprende anche il grande business della droga, dominato almeno fino al ’93 da Cosa Nostra, e degli enormi flussi di denaro da riciclare che conducono al nord, al ruolo della Banca Rasini, di Mangano e di Dell’Utri. Un perimetro che ricorda molto quello della OCC “‘ndrangheta stragista” della DDA di Reggio Calabria della estate scorsa, che non a caso pare essere stata fino a qui la Distrettuale che meglio ha saputo fare tesoro dei 36 atti di impulso che la DNA aveva prodotto negli anni in cui è stata guidata dal dott. Grasso, che aveva delegato proprio il dott. Donadio sulla materia. Un perimetro che ha un significato molto più pregnante rispetto alle pure gravissime e qualificate ipotesi di reato per le quali si procede nel così detto “processo Trattativa” in corso a Palermo: la mafia, unita nella strategia, non soltanto trovò in alcuni ambienti politico istituzionali orecchie sensibili ai propri lamenti, ma non fece tutto da sola, ci fu una concreta convergenza non soltanto di interessi, ma di uomini e mezzi estranei alla mafia.

Forse i tempi sono maturi per una ricomposizione storica e politica di quei fatti e di quelle responsabilità, ma se vale il criterio seguito dalla Commissione Parlamentare Antimafia in questi 4 anni di non interferire con i processi aperti, allora bisognerà capire cosa succederà a Reggio Calabria, a Palermo, a Firenze e anche a Roma, in DNA, ora che a guidarla c’è proprio l’ex Procuratore di Reggio Calabria Cafiero De Rato e che lì potrebbe tornare a lavorare proprio il dott. Donadio.

Ci sarà il tempo per la verità storica, ma oggi è ancora il tempo della verità processuale, dell’azione penale e delle condanne cui potrà portare. Certamente la verità è già una forma di giustizia, ma quando la verità illumina un crimine odioso è bene che la giustizia abbia anche la forma della punizione. Come è accaduto in Argentina.

*Componente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie

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