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Nuovo patto ‘Ndrangheta-SCU: le mani dei Bellocco sull’economia tarantina

Antonio Nicola Pezzuto il . Dai territori

Tanto tempo è passato dal 1° maggio 1983, giorno in cui Pino Rogoli, con l’aiuto di “compari diritti”, fondava la Sacra Corona Unita nel carcere di Bari dov’era detenuto, come risulta da un’agenda trovata in suo possesso.

Originariamente quest’organizzazione criminale aveva i suoi interessi in tutta la Puglia ed era stata creata per arginare l’avanzata delle altre mafie sul territorio, soprattutto della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. La SCU, successivamente radicatasi nel Salento, nasceva con la benedizione di due storici boss della ‘Ndrangheta: Umberto Bellocco e Carmine Alvaro.

Dopo 34 anni, quasi a riavvolgere il nastro della storia, riemerge forte il legame tra le due consorterie criminali. Lo documenta l’indagine del Sostituto Procuratore Alessio Coccioli della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce e dei Carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale, coordinati e diretti dal Tenente Colonnello Gabriele Ventura, supportati dai Carabinieri di Massafra.

L’operazione, denominata “Lampo”, si è concretizzata nell’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Giudice per le indagini preliminari Edoardo D’Ambrosio. La misura coercitiva ha riguardato tredici soggetti di cui undici in carcere, uno ai domiciliari e uno con l’obbligo di presentarsi dalle 18.00 alle 20.00 alla Polizia Giudiziaria. Gli indagati sono in tutto ventotto, accusati a vario titolo dei reati di associazione per delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, danneggiamento e rapina con l’aggravante del metodo mafioso, detenzione illecita di armi da fuoco, trasferimento fraudolento di valori.

Genesi dell’indagine. L’incontro tra Umberto Bellocco e Cataldo Caporosso.

L’indagine nasce in seguito ad una segnalazione della Procura di Reggio Calabria a quella di Lecce. Al centro delle attenzioni degli inquirenti, la figura di Cataldo Caporosso. L’uomo è considerato il capo di un gruppo criminale appartenente alla Sacra Corona Unita, operante a Massafra e comuni limitrofi. Già condannato con sentenza definitiva della Corte d’Assise di Taranto per associazione a delinquere di stampo mafioso è stato, secondo il collaboratore di giustizia Marino Pulito, tra gli organizzatori, insieme alla cosca calabrese dei Bellocco, del sequestro di persona del giovane massafrese Cataldo Albanese.

I Carabinieri del ROS di Reggio Calabria, nell’ambito dell’inchiesta denominata “Sant’Anna”, il 27 aprile del 2014, avevano documentato un incontro tra Umberto Bellocco, vecchio “Patriarca” della ‘Ndrangheta e Cataldo Caporosso. Il dialogo, avvenuto presso l’abitazione del primo, era stato registrato da una microspia.

Sui rapporti tra il Caporosso e i Bellocco si era già espresso il collaboratore di giustizia Francesco Di Bari in un interrogatorio del 22 novembre 1994: «…il Caporosso mi diceva che era riuscito a raggiungere la posizione che attualmente occupava e che gli permetteva di dirigere i suoi traffici anche da detenuto, grazie alla protezione della famiglia calabrese dei Bellocco, ed in particolare di Umberto Bellocco, ritenuto capo ‘ndrina’ che era suo padrino e gli aveva dato la carica di capo famiglia».

Cataldo Caporosso conosceva bene la famiglia di Umberto Bellocco e durante l’incontro cercava di ricordargli fatti ormai sbiaditi dal tempo. L’esponente della criminalità pugliese era mosso dall’intento di entrare nuovamente in affari con la cosca di Rosarno, discutendo anche in modo esplicito di armi.

Umberto Bellocco, considerato il contenuto criminale degli argomenti trattati e nella rigorosa osservanza delle necessarie e sistematiche cautele, invitava l’ospite a proseguire il discorso con uno dei nipoti, espressamente indicato da lui come suo alter ego. Questi lo avrebbe accompagnato a pranzo perché il boss rosarnese riteneva di avere già parlato troppo in casa e non voleva partecipare al pranzo fuori dalla sua abitazione perché temeva di essere trovato in compagnia di pregiudicati considerato che era sottoposto alla sorveglianza speciale di Pubblica Sicurezza.

Nella parte conclusiva dell’incontro, Cataldo Caporosso chiedeva l’intercessione della famiglia Bellocco riguardo a un affare da portare a termine nell’ambito del mercato ittico con la “Calabria Pesca”, ovvero la “Calabria Pesca Srl”, il cui amministratore unico era Antonino Zappalà, fratello del ben più noto Santi Zappalà, condannato con sentenza della Corte d’Appello di Reggio Calabria il 26 febbraio 2013 per il reato di corruzione elettorale aggravata dalle finalità mafiose, nell’ambito del processo denominato “Reale”. Ed è proprio sul finire dell’incontro che Umberto Bellocco conferiva a Cataldo Caporosso il grado di “padrino” riconoscendolo quale referente criminale della ‘Ndrangheta sul territorio tarantino, con il mandato di curarne la gestione operativa, commerciale ed economica.

“Da oggi in poi gli dovete dire che avete il ‘padrino’ e ve l’ha dato Umberto Bellocco, senza nessuna…perché sono all’altezza di darvelo io personalmente. Oggi stesso!”, esclamava il boss di Rosarno.

“Una promozione, si evince, ricevuta sul campo dal Caporosso, come segno di riconoscenza per la particolare attenzione avuta nei riguardi del capocosca rosarnese, ‘attenzione’ che altri delle organizzazioni mafiose della Piana avevano invece tardato a manifestare”, scrivono i ROS di Reggio Calabria nell’informativa del 30 giugno 2014.

L’operatività del Caporosso nel settore ittico era confermata da uno specifico accertamento effettuato dal NORM della Compagnia Carabinieri di Massafra il 18 giugno 2014, data in cui si certificava la sua presenza all’interno della pescheria “Da Graziana”. Caporosso veniva osservato mentre era impegnato in operazioni di coordinamento delle attività di alcuni dipendenti. Egli si era dedicato da poco al commercio di prodotti ittici tramite il citato esercizio commerciale che risulta di proprietà di Graziana Boccuni, figlia del pregiudicato Michele Boccuni, detto “il pollaro”.

Dopo l’incontro con il Caporosso, Umberto Bellocco faceva il punto della situazione già prevedendo per sé una parte degli introiti che sarebbero arrivati dal mercato del pesce.

Il 28 aprile 2014, giorno successivo alla visita del Caporosso al Bellocco, Giuseppe, nipote di Umberto, tornava sull’argomento chiedendo notizie. Umberto Bellocco scendeva allora nei particolari, spiegando ai presenti, tra i quali c’era Salvatore Barone, il vero scopo della visita da parte del pugliese.

“Lui è un pisciagliolu (pescivendolo, ndr) ha le cose, alla grande no commercia pesce all’ingrosso… voleva una raccomandazione qua a Bagnara per dirgli noi se può fare… noi con questo di Bagnara siamo amici, gli ho detto io di andare là di fargli il nome mio se lo può favorire per pagare a tratte (pagare a rate, ndr)”, affermava il Bellocco evidenziando i suoi interessi in caso di successo: “…e poi quando stabiliscono il lavoro se prendono veramente il lavoro, l’appalto regolare, a noi ci deve dare il trenta per cento…”. Salvatore Barone aggiungeva, a sostegno dei progetti del Bellocco: “Qua c’è il business… Qua, adesso io ti dico che, d’adesso in poi sarebbero i momenti buoni se uno sa agire”.

Il 29 aprile 2014 l’argomento tornava ad essere oggetto di dibattito tra Umberto Bellocco e un certo Mimmo che si era recato a Bagnara Calabra per prendere contatti allo scopo di veicolare utilmente la richiesta del Caporosso. Nell’occasione emergeva che erano stati presi contatti con un soggetto volutamente mai menzionato, e non era stato escluso, come già emerso precedentemente, il coinvolgimento di Carmela Bellocco per la buona riuscita della transazione.

L’influenza di Carmela Bellocco, espressione della omonima cosca su quel territorio, era stata già evidenziata nel corso di un colloquio in carcere avvenuto il 27 marzo 2013 con Umberto Bellocco. Nell’occasione la donna dapprima mostrava al fratello maggiore un tatuaggio e poi esternava la sua soddisfazione per la fama e il rispetto che era riuscita a conquistare nel comune tirrenico.

L’infiltrazione di Cataldo Caporosso nel mercato ittico tarantino  

In seguito a quanto riscontrato dai ROS di Reggio Calabria, sono state sottoposte ad intercettazione le utenze telefoniche riconducibili a Cataldo Caporosso e posizionate microspie all’interno delle autovetture usate da lui e dal suo stretto collaboratore Cristiano Balsamo. Le attività di captazione confermavano quanto sospettato dagli investigatori circa l’inserimento occulto del Caporosso nel sistema economico tarantino e nel traffico delle sostanze stupefacenti, coadiuvato dai suoi sodali, tra i quali Cristiano Balsamo e Tommaso Putignano.

In particolare, le indagini hanno consentito di appurare, innanzitutto, il modo in cui Caporosso sia riuscito a infiltrarsi nel mercato ittico tarantino attraverso l’acquisizione di fatto di alcune pescherie. Infatti, come già scritto, il 18 giugno 2014 i Carabinieri di Massafra avevano notato la sua presenza all’interno della pescheria “Da Graziana”, intestata alla giovane Graziana Boccuni, figlia di Michele Boccuni, detto “il pollaro”, situata a Massafra, mentre era impegnato a coordinare il lavoro di alcuni dipendenti della pescheria.

Dall’attività investigativa è emerso, inoltre, il diretto interesse di Cataldo Caporosso nella gestione della vendita all’ingrosso di pesce con magazzino di stoccaggio ubicato presso il mercato rionale di Taranto (Mercato Ittico Galleggiante), già di proprietà di Vincenzo Basile, storico operatore del settore.

Secondo il Pubblico Ministero Alessio Coccioli, l’inserimento del Boccuni e del Caporosso nella gestione dell’attività del Basile sarebbe conseguente alla necessità di quest’ultimo di avere “protezione” in seguito ad alcuni dissidi sorti con dei pregiudicati tarantini.

“Gli anomali cambiamenti negli assetti societari della ditta di prodotti ittici di Basile Vincenzo, avvalorava la tesi di un inserimento quali ‘soci – amministratori occulti’ del Boccuni e del Caporosso nel mercato ittico tarantino. Infatti la S.r.l. Armonia Pesca (di proprietà dei coniugi Armonia Aurelia e Basile Vincenzo), dal 17.09.2014 cedeva in affitto l’azienda stessa alla Starfish S.r.l., di recente costituzione, della quale risulta formale proprietario ed amministratore il giovane massafrese Viti Francesco (intestatario del 99% delle quote societarie, insieme a Cascione Ignazio, intestatario del residuo 1%), ma che, come emerso chiaramente dalle indagini, di fatto era gestita e amministrata da Boccuni Michele e Caporosso Cataldo. Il prezzo della locazione era stato concordato e stabilito nella cifra irrisoria di 300 euro mensili, come risulta dal contratto di affitto, comprensivo anche dei beni strumentali”, scrive il GIP Edoardo D’Ambrosio nelle 180 pagine dell’ordinanza.

Nel settembre del 2014, i Carabinieri del ROS di Lecce appuravano, mediante servizi di osservazione, la presenza di Cataldo Caporosso e dell’automezzo usato dalla pescheria “Da Graziana”, all’interno del magazzino del Basile. Successivamente, il 22 ottobre 2014, i Carabinieri di Massafra documentavano un incontro durato circa un’ora tra Cataldo Caporosso e Michele Boccuni, avvenuto presso la pescheria “Da Graziana”.

Il ruolo ricoperto dal Caporosso nell’esercizio commerciale appena citato, era ben noto alla popolazione massafrese, tanto che qualcuno gli chiedeva di essere assunto.

L’uomo aveva già inserito il figlio Alberto ed il genero Vittorio Romanazzi con compiti di manovalanza, ma con la prospettiva di farli diventare formalmente i titolari, una volta “scalzata” la cordata legata a Michele Boccuni e ai suoi nipoti Cosimo Boccuni, detto “Rambo”, Davide Restano e Ignazio Cascione.

Già le prime intercettazioni evidenziavano il forte interesse del Caporosso nei confronti della gestione economica e commerciale delle attività, soprattutto della Starfish S.r.l. e per il recupero dei crediti riguardanti pregresse forniture di prodotti ittici. Inoltre, pur non avendone formalmente titolo, coordinava il personale, decideva ed effettuava operazioni di carattere finanziario per la gestione aziendale che Francesco Viti, amministratore e legale rappresentante, era poi chiamato a ratificare formalmente in banca. Proprio a tal proposito, alle ore 10.54 del 12 novembre 2014, Cataldo Caporosso contattava telefonicamente Francesco Viti sollecitandolo a recarsi presso un istituto di credito per apporre una firma, puntualizzando “di avere già operato personalmente”. Al che, Viti gli rispondeva così: “Sì, sì, va bene, come l’altra volta”. In altre conversazioni telefoniche intercorse tra i due, quest’ultimo, formalmente titolare dell’azienda, chiedeva a Caporosso un permesso per allontanarsi dal lavoro dovendo ritirare la documentazione riguardante l’esito di alcuni esami clinici.

La rottura dei rapporti tra Cataldo Caporosso e Michele Boccuni

Nel corso delle indagini, gli inquirenti hanno assistito ad una crescente tensione tra Cataldo Caporosso e Michele Boccuni sfociata in accese discussioni e reciproche minacce di morte. Gli attriti nascevano dalle mire espansionistiche del Caporosso che aveva imposto la partecipazione e la presenza del proprio genero Vittorio Romanazzi durante le operazioni di contabilizzazione dei bilanci giornalieri di cui si occupavano Ignazio Cascione e Davide Restano: «…Ehi Igna’ senti, per iniziare ad inquadrare qualche situazione è giusto che la mattina quando fai i conti con Davide deve stare anche Vittorio…», e nell’intenzione di accaparrarsi le quote della Starfish S.r.l. intestandole a suo figlio Alberto. Dalle intercettazioni si evince che l’appena citata società doveva essere intestata proprio ad Alberto Caporosso e a Cosimo Boccuni, nipote di Michele, ma proprio il giorno in cui bisognava formalizzare l’atto dal notaio, avveniva la rottura tra Michele Boccuni e Cataldo Caporosso. Da un colloquio captato all’interno della Mercedes di Cataldo Caporosso si deduce che sia stato Michele Boccuni a voler interrompere il loro rapporto decidendo successivamente di intestare il 99% delle quote societarie a suo nipote Cosimo che subentrava a Francesco Viti diventando amministratore unico della Starfish S.r.l., come risulta dall’atto depositato il 21 gennaio 2015 presso l’Agenzia delle Entrate di Taranto.

Il Caporosso affermava esplicitamente che grazie a lui, “con riferimento alla sua statura criminale”, la Starfish aveva ottenuto dai grossisti prezzi inferiori e pretendeva una congrua liquidazione per il lavoro svolto e per i capitali investiti.

Il mancato accordo sull’entità della liquidazione rendeva estremamente concreto il profilarsi di uno scontro armato tra i due gruppi capeggiati rispettivamente da Cataldo Caporosso e Michele Boccuni. In un’intercettazione captata a bordo della Smart utilizzata da Alberto Caporosso, questi spiegava a un altro uomo l’evoluzione dei dissidi sorti tra il padre e Michele Boccuni, quantificando in 500.000 euro il valore delle propietà immobiliari in società tra suo padre e il Boccuni. Inoltre, sottolineava che suo padre si recava agli incontri chiarificatori con il Boccuni “armato di pistola e con l’intenzione di sparargli” nel caso in cui non si fosse raggiunto un accordo.

La mattina del 7 febbraio 2015 Cataldo Caporosso con il figlio Alberto, forti del supporto dei gruppi criminali dei Putignano e dei Ciaccia, danneggiavano gravemente la sede della Starfish S.r.l., come atto ritorsivo nei confronti di Michele Boccuni che non aveva ancora ottemperato alle richieste di liquidazione più volte postegli.

Dalle intercettazioni emergevano importanti dettagli inerenti l’azione criminale che era stata compiuta utilizzando anche una motosega di grandi dimensioni e facendo ricorso a minacce e violenze verso i presenti.

Il 18 febbraio 2015 avveniva a Taranto un incontro tra Cataldo Caporosso e Michele Boccuni. Dai colloqui intercettati all’interno dell’autovettura Mercedes di Cristiano Balsamo, sodale del Caporosso, emergevano ulteriori significativi elementi sulla disponibilità di armi da fuoco da parte dei due gruppi criminali. Balsamo descriveva dettagliatamente la dinamica dell’incontro avvenuto durante la mattina a Taranto tra Caporosso e Boccuni, finalizzato a quantificare le “spettanze” dovute al Caporosso in seguito alla sua estromissione dalle attività commerciali. A quest’incontro partecipavano numerosi affiliati ai due gruppi, tutti armati. Caporosso mostrava i muscoli e forniva una prova di forza presentandosi “scortato” oltre che dai suoi uomini, anche da altri tarantini e putignanesi dei gruppi criminali di Tommaso Putignano e dei fratelli Ciaccia di Taranto, confermando le alleanze strette con questi gruppi.

Balsamo citava Vincenzo Ciaccia indicandolo come colui che “comanda sopra a Taranto Vecchia” dando chiara contezza del peso criminale e dell’importanza del ruolo svolto dal Ciaccia in quella zona. Poi metteva in risalto l’imponenza della massiccia scorta di cui disponeva Caporosso nei suoi spostamenti sottolineando che neanche Totò Riina ne disponeva una così: «…neanche Totò Riina aveva tutta questa scorta quando andava da qualche parte…».

L’incontro era avvenuto a casa di un certo Motolese che aveva assunto il ruolo di “autorevole” mediatore. Michele Boccuni era stato prelevato dalla Casa di Cura San Camillo dov’era ricoverato. Quest’incontro, che doveva essere chiarificatore, diventava l’ennesimo momento di scontro tra i due. Boccuni offriva la somma di 35mila euro mentre il Caporosso ne pretendeva 55mila.

Al summit prendevano parte anche Cristiano Balsamo e Massimiliano Lovero, che avevano accompagnato il Caporosso, Michele Monaco, Valentino Laterza, Vincenzo Ciaccia ed uno dei fratelli di quest’ultimo. “Un gruppo di 5 uomini putignanesi” a cui si aggiungeva Ignazio Cascione. Questi era colui che nella Starfish deteneva l’1% delle quote, si occupava della gestione della contabilità ed era in grado di fornire dettagli sul patrimonio dell’azienda. Era diventato l’interlocutore del Caporosso che aveva richiesto esplicitamente la sua presenza agli incontri con Boccuni per quantificare la sua liquidazione e fornire eventuali chiarimenti sui resoconti.

Lo stesso Cascione, pur di salvaguardare l’attività e la sua posizione lavorativa si era detto disponibile ad elargire personalmente 5mila euro in aggiunta ai 20 proposti dal Boccuni, in favore del Caporosso.

La solidità dell’alleanza tra i gruppi di Massafra e Putignano trova conferma nella massiccia presenza, durante l’incontro, di esponenti di quest’ultimo gruppo, come evidenziato dal Balsamo: “…Allora, la squadra di Putignano… cinque persone, tutti giù, intorno, intorno, tutti armati…”.

Per giunta, in un’intercettazione ambientale, Cataldo Caporosso e Cristiano Balsamo affermavano che sia Boccuni che Caporosso si erano recati all’incontro armati di pistola.

Modalità di comunicazione tra i membri del gruppo

“L’appartenenza ad una stessa organizzazione criminale veniva evidenziata dal ricorso ad un gergo comune tra gli affiliati che usavano appellativi quali ‘Compà’ (Compare) oppure ‘Frate’ (Fratello) per rivolgersi ad altro soggetto dello stesso rango criminale, mentre riservavano a soggetti di rango superiore, come nel caso di Caporosso, appellativi quali ‘Zio’ o, come nel caso di Putignano Tommaso, quello di ‘Papà’”, si legge nell’ordinanza.

In numerose intercettazioni è stata evidenziata l’esistenza di un rapporto gerarchico tra gli affiliati e l’obbligo per i medesimi di aggiornare costantemente il soggetto sovraordinato.

I sodali ricorrevano sistematicamente a particolari modalità e sistemi di comunicazione attuati per veicolare in modo rapido e riservato informazioni utili riguardanti il compimento di attività illecite. Utilizzavano infatti schede telefoniche non riconducibili ai reali possessori ed organizzavano incontri in luoghi predeterminati e senza alcun preavviso. Così tentavano di eludere i controlli delle Forze dell’Ordine mantenendo un elevato livello di segretezza del loro operato e preservando la compattezza del gruppo criminale.

La programmazione degli “spostamenti” e dei rifornimenti di sostanze stupefacenti era preceduta da contatti che Cataldo Caporosso manteneva personalmente con soggetti putignanesi e andriesi, utilizzando sms dal contenuto criptico e convenzionale. Questo sistema è stato utilizzato dal Caporosso, da Cristiano Balsamo e da Massimiliano Lovero anche la mattina del 24 febbraio 2015 e ciò ha permesso agli investigatori di individuare le utenze telefoniche utilizzate dai gruppi criminali esclusivamente per l’attività illecita.

La capacità di intimidazione del gruppo. Il tentativo di recupero di preziosi rubati.

Per quanto riguarda la capacità di intimidazione del gruppo, risulta emblematica la circostanza nella quale Cataldo Caporosso insieme a Tommaso Putignano si adoperavano per un  recupero di oggetti preziosi per un valore, a dire del Caporosso, di 150mila euro, sottratti a più riprese ad una sua parente e ceduti a fronte di appena 6000 euro alla S.R.L. “Pomo d’Oro” nell’agenzia di Putignano.

La mattina del 22 giugno 2015, alle ore 09.05, Caporosso, dopo aver raggiunto Putignano, faceva una prima telefonata ad un dipendente della società sollecitandolo a recarsi da lui a Massafra. Nella circostanza si sentiva la voce di Tommaso Putignano che “consigliava” a Caporosso di minacciare l’interlocutore: «…Di non fare lo scemo, dì meglio che vieni tu, non far venire a me a Bari…». La telefonata veniva effettuata dall’utenza in uso al Caporosso che la utilizzava esclusivamente per i contatti con i putignanesi.

Alle ore 14.08 dello stesso giorno, Caporosso riceveva la telefonata del titolare della società “Pomo d’Oro” al quale, facendo leva sul suo spessore criminale, riferiva che era stato vittima di un “bruttissimo” furto ma voleva recuperare i preziosi oppure il corrispondente valore economico senza ricorrere al coinvolgimento delle autorità per evitare eventuali problemi giudiziari alla ditta.

Sempre con riferimento alla capacità di intimidazione del gruppo e del riconoscimento della pericolosità sociale di cui gode Cataldo Caporosso sul territorio, si evidenzia la sua forza nel far prima licenziare una donna con cui aveva avuto contrasti di natura personale per poi farla successivamente riassumere sempre presso la stessa azienda agricola.

In tema di riscontro sociale del ruolo criminale svolto, in una conversazione telefonica, il Caporosso parla di “regole da rispettare”, tra cui quella di non instaurare relazioni sentimentali con la moglie di un amico.

La forza di intimidazione del gruppo emergeva anche in un altro episodio. Era il 30 agosto del 2015 quando, in una località balneare del territorio di Massafra, qualcuno rubava il motociclo del cognato di Cataldo Caporosso. Il furto veniva descritto e commentato sul profilo Facebook di un personaggio vicino al Caporosso che “invitava” i responsabili, minacciandoli esplicitamente, a restituire il motociclo, puntualizzando che si erano impossessati di un mezzo appartenente a “mio zio, certo Dino Caporosso…” e li sollecitava a riportarlo nello stesso luogo in cui era stato rubato, altrimenti egli avrebbe dato “loro la caccia”.

Questo fatto suscitava notevole clamore, provocava numerosi commenti e, soprattutto, portava al rapido ritrovamento del motociclo, avvenuto il 1° settembre, cioè a meno di 48 ore dal furto.

Seguivano altri commenti dell’uomo vicino al Caporosso e dei suoi contatti Facebook volti a schernire gli autori del furto che si erano rapidamente ravveduti: «…Ma io dico, non vi siete accorti quando l’avete presa che sedendovi sulla sella era una moto che scottava?… per la benzina consumata… beh non fa nulla, vi capisco, era troppa la fretta di abbandonarla dopo avere appurato di chi fosse… Stavolta l’avete riportata per ovvi timori… in questo caso non è merito mio… bensì della loro intelligenza…».

Tutto questo testimonia inequivocabilmente la consapevolezza da parte degli abitanti del territorio di Massafra della forza di intimidazione e condizionamento mafioso del clan di Caporosso.

La struttura della consorteria prevedeva, come sostiene il Pubblico Ministero Alessio Coccioli, l’esistenza di una cassa comune nella quale confluivano i proventi delle attività illecite del gruppo, gestita direttamente da Cataldo Caporosso.

Il sostegno elettorale fornito dal gruppo Caporosso al candidato Scalera Antonio

“Durante le consultazioni elettorali per il rinnovo del consiglio regionale in Puglia, avvenute in data 31 maggio 2015, Caporosso ed il suo clan si sono spesi pubblicamente per sostenere Scalera Antonio, candidato per la ‘Lista Casini Libertas – Unione di Centro”, scrive il GIP Edoardo D’Ambrosio nell’ordinanza.

Il 22 maggio 2015, Cataldo Caporosso diceva a un uomo che era in macchina con lui: «…Ti ho detto che… che sto raccogliendo un po’ di voti per Scalera?», chiedendogli di sostenerlo in questa iniziativa al fine di “contare” su un punto d’appoggio “là”, sottolineando l’importanza per il sodalizio di poter contare nell’amministrazione regionale su rappresentanti politici a loro debitori: «… E se non hai preferenze lo dai a Scalera, domani avrò un punto d’appoggio là…».

Pochi giorni prima delle elezioni, esattamente il 26 maggio, Caporosso organizzava un incontro conviviale al quale, nonostante lui fosse assente perché ricoverato in clinica, partecipavano circa 70 persone. Inoltre, appena dimesso dalla clinica, la mattina del 31 maggio, giorno delle elezioni, si adoperava con amici e parenti affinché andassero a votare.

 

L’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti

Sin dalle prime fasi delle indagini si evidenziava l’inserimento del Caporosso nel traffico delle sostanze stupefacenti. Nella cronistoria dell’inchiesta spicca la data del 14 novembre 2014. La mattina di quel giorno, presso l’autofficina di Michele Monaco, si incontrano Cristiano Balsamo e Cataldo Caporosso con Mario Miolla, pregiudicato di origini lucane, residente in Lombardia. I successivi sviluppi dell’attività investigativa dimostravano che il gruppo trafficava cocaina e si approvvigionava periodicamente attraverso un “canale andriese”, procurato dal Miolla, riconducibile alla famiglia Sgaramella di Andria, egemone in quella città con a capo il pregiudicato Riccardo Sgaramella, detto “Salotto”.

Le indagini hanno permesso di individuare l’organigramma del sodalizio criminale, con rigida individuazione dei soggetti responsabili per porzioni di territorio, delineare le mansioni di ciascun componente dell’organizzazione e raccogliere elementi di prova su ognuno di essi.

Le intercettazioni telefoniche e i servizi di osservazione e controllo hanno consentito di ricostruire l’esteso e ramificato traffico di sostanze stupefacenti a Massafra, Palagiano, Statte, Taranto e Putignano, organizzato con metodo professionale dal Caporosso, dal Balsamo e dal Putignano con la collaborazione di altri soggetti. All’interno del clan era prevista una suddivisione dei compiti e ogni sodale aveva un ruolo ben definito con responsabilità gerarchicamente ripartite che prevedevano una rendicontazione specifica di ogni attività svolta.

Al vertice dell’organizzazione c’era Cataldo Caporosso: a lui i sodali consegnavano le somme derivanti dalle attività di spaccio. L’uomo teneva contatti con pregiudicati andriesi, soprattutto con Riccardo Sgaramella, allo scopo di rifornirsi periodicamente di cocaina. Mario Miolla, che era in stretto contatto con Cataldo Caporosso, Savino Conversano e Riccardo Sgaramella, risultava attivo nel traffico di stupefacenti in Lombardia.

Nella scala gerarchica dell’associazione, dopo il Caporosso, con ruoli di pari responsabilità c’erano Cristiano Balsamo e Tommaso Putignano, che avevano anche il compito di custodire il denaro e gestire la cassa del gruppo. In posizione a loro subalterna operavano Sandro Laterza, Valentino Antonio Laterza, Massimiliano Lovero, Michele Monaco e Francesco Leo Romanazzi, agli ordini di Balsamo e Caporosso, mentre Ivano Andresini, Pierpaolo Campanella, Pietro Damaso, Gianvito Gentile e Francesco Putignano erano agli ordini di Tommaso Putignano.

Francesco Putignano era il responsabile dell’attività di spaccio a Palagiano, mentre i putignanesi Andresini, Campanella, Damaso e Gentile, sotto la guida di Cataldo Caporosso e Tommaso Putignano, avevano il compito di approvvigionare periodicamente il clan di sostanza stupefacente attraverso Emanuele Pignatelli.

Infine, Massimo Felice e Gregory Micera operavano in stretto rapporto con Michele Monaco e Francesco Leo Romanazzi. Con ruoli a questi subordinati agivano Liliana Cofano, Daniele Fumarola, Sandro Laterza, Valentino Antonio Laterza, Maristella Lasigna, Massimiliano Lovero ed Elena Petronella, con il compito di custodire, tagliare, confezionare e cedere lo stupefacente.

Il sequestro preventivo di beni finalizzato alla confisca

Le indagini hanno evidenziato un’assoluta sproporzione tra le fonti di reddito lecite e le disponibilità di Cataldo Caporosso e del suo nucleo familiare. Gli accertamenti economico-patrimoniali svolti dai Carabinieri del ROS di Lecce sono stati riportati nella sua richiesta dal Sostituto Procuratore Alessio Coccioli che al riguardo esprime le seguenti considerazioni: “Gli accertamenti condotti dalla Polizia Giudiziaria sulle fonti di reddito lecite ascrivibili a Caporosso Cataldo ed ai componenti del nucleo familiare, hanno certificato l’assoluta inconsistenza di essi in capo al medesimo ed ai familiari conviventi, precisamente sua moglie Balestra Angela Giovanna ed il figlio Caporosso Alberto; la donna risulta, inoltre, titolare, insieme alle figlie Caporosso Addolorata, Caporosso Maria Concetta e Caporosso Erika di un’attività commerciale. Caporosso Cataldo, a decorrere dal mese di novembre 1994, risulta percettore di prestazioni pensionistiche erogategli mensilmente dall’INPS con attuale importo netto complessivo di euro 802,14 e risultano certificati in banca dati anagrafe tributaria solo i redditi percepiti nell’anno 2012 per euro 9.535,00 e nel 2013 per euro 9.716,00 (anche queste somme risultano erogate dall’INPS per prestazioni pensionistiche a lui riconosciute). Nonostante l’esiguità dei redditi, Cataldo Caporosso ha compiuto nel tempo operazioni economico/patrimoniali, avendo, la moglie e le figlie, in proprio, ma anche in contitolarità e comproprietà tra loro, realizzato/acquistato attività commerciali e veicoli e stipulato contratti di locazione di immobili”.

“Non può che concludersi che la principale fonte di sostentamento degli indagati e del relativo nucleo familiare ed anche le provvidenze per le citate acquisizioni patrimoniali rinvengano dalle attività illecite loro contestate”, conclude il GIP Edoardo D’Ambrosio che ha disposto il sequestro preventivo dell’agenzia di onoranze funebri “Caporosso & Figli s.r.l.” con sede a Massafra, di quattro veicoli e di diversi rapporti finanziari bancari e postali attivi, riconducibili a Cataldo Caporosso e ai suoi familiari.

 

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