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Rosatellum: una legge elettorale che tradisce i principi costituzionali

Rocco Artifoni il . L'analisi

rosatellum«L’idea è buona, ma se noi proponiamo una simile legge, questa legge sarà chiamata “truffa” e noi saremo chiamati “truffatori”». Fu certamente profetico Mario Scelba, Ministro degli Interni, quando nel 1953 il Governo De Gasperi pose la questione di fiducia in entrambi i rami del Parlamento sulla nuova legge elettorale, che introdusse un premio di maggioranza consistente nell’assegnazione del 65% dei seggi alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse superato la metà dei voti validi. L’anno successivo il Parlamento abrogò quella legge, che di fatto non fu mai utilizzata e che è passata alla storia come legge “truffa”.

A posteriori si può tranquillamente dire che in fondo non si trattava di una “truffa” grave, poiché lo scopo del premio era quello di dare più stabilità al Governo, che comunque era sostenuto dalla maggioranza dei rappresentanti del popolo sovrano. In questo modo rischiavano di essere alterati alcuni equilibri costituzionali (per esempio per l’elezione del Presidente delle Repubblica), ma certamente si trattava di una “forzatura” meno grave di altre più recenti, che hanno trasformato in maggioranze assolute ciò che il corpo elettorale aveva indicato soltanto come maggioranze relative , cioè comunque minoranze, talvolta anche poco consistenti, come nelle ultime elezioni politiche del 2013.
Già il “Mattarellum” (approvato nel 1993) presentava qualche aspetto di dubbia costituzionalità, ma certamente peggio si può dire del “Porcellum” (approvato nel 2005 e così definito significativamente dal suo principale estensore) e del recente “Italicum” (voluto a colpi di fiducia dal Governo Renzi nel 2015), considerato che queste ultime due norme elettorali sono state parzialmente annullate dalla Corte Costituzionale.

Con la firma apposta dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è concluso l’iter legislativo della nuova legge elettorale, detta “Rosatellum”, che verrà utilizzata nelle elezioni politiche del 2018. Il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni il 13 dicembre 2016, presentando il programma dell’attuale Governo alla Camera dei deputati, aveva dichiarato che «il Governo non sarà l’attore protagonista del confronto parlamentare sulla legge elettorale». Poi sappiamo com’è andato a finire questo percorso, lastricato di voti di fiducia governativi, mentre la coerenza politica è stata gettata alle ortiche per l’ennesima volta.

Occorre anche ricordare che il “Rosatellum” ci viene proposto come seconda norma elettorale (la prima è stata l’“Italicum”) dall’attuale Parlamento che è stato nominato con il “Porcellum”,  poi risultato incostituzionale. Approvare una nuova legge elettorale non era sicuramente un obbligo, dato che vigente era il “Consultellum”, cioè il residuo auto applicativo delle due precedenti leggi elettorali, dopo i tagli subiti dalla penna della Consulta. Tra l’altro diverse simulazioni sugli esiti del prossimo voto per il Parlamento hanno mostrato come il risultato in termini di seggi ottenuti dai vari partiti non sarebbe molto diverso applicando il “Consultellum” o il “Rosatellum”. Perciò viene da chiedersi perché abbiamo dovuto assistere a questo accanimento per approvare ad ogni costo la nuova legge elettorale, che tra l’altro non garantisce affatto la governabilità.  Il sospetto è che, mentre quasi tutti i partiti ufficialmente sostengono che la sera delle elezioni i cittadini abbiano il diritto di sapere chi ha vinto, in realtà gli stessi sono ben contenti di avere le mani libere per decidere con chi allearsi dopo il voto alla luce dei risultati. Per questa ragione i candidati devono essere decisi tutti dall’alto, poiché è indispensabile che siano di provata fede al “capo” del partito, figura prevista non casualmente dal “Rosatellum” (come già dall’“Italicum”).

Così facendo, si trasforma il voto del cittadino da libero a predeterminato nelle candidature e si condizionano fortemente le funzioni politiche dell’eletto, che invece dovrebbe essere “senza vincolo di mandato” (art. 67 Costituzione).

Ma c’è di più e di peggio: alcuni costituzionalisti hanno sottolineato la palese incostituzionalità dell’impostazione del sistema elettorale del “Rosatellum” per diversi aspetti.

Anzitutto all’elettore è attribuito un unico voto, che serve per proclamare i vincitori nei collegi uninominali e, al contempo, per distribuire gli altri seggi nei collegi plurinominali proporzionali con listini bloccati. L’unicità del voto, in un contesto di duplicità del canale rappresentativo, sembra però violare il principio costituzionale di uguaglianza, poiché i voti degli elettori dei candidati vincenti nei collegi uninominali vengono contati due volte. Benché quegli elettori, una volta assegnato il seggio in palio nel collegio uninominale, siano già pienamente rappresentati (addirittura con il risultato del 100%), essi determinano anche l’assegnazione degli altri seggi da ripartire su base proporzionale. Non era così con il “Mattarellum”, che prevedeva il meccanismo dello “scorporo”, in base al quale i voti che avevano già prodotto la rappresentanza nei collegi uninominali non venivano contati ai fini del riparto proporzionale.

Inoltre, il “Mattarellum” prevedeva due voti distinti: uno per l’uninominale e l’altro per il proporzionale. In questo modo, cioè con una votazione disgiunta, l’elettore era libero di scegliere la persona preferita per l’uninominale e qualsiasi lista tra quelle nel proporzionale, non necessariamente collegate al candidato dell’uninominale.

Ma quel che è peggio è che con il “Rosatellum”  il voto dato al candidato nel collegio uninominale, se non viene indicato anche un partito collegato, si trasferisce automaticamente alle liste che lo appoggiano, in proporzione alle scelte effettuate degli altri elettori. In questo modo l’attribuzione del voto è condizionato dalle altrui scelte.

Non solo: la legge stabilisce una soglia del 3% a livello nazionale per l’attribuzione dei seggi, ma nel caso una lista abbia un consenso compreso tra l’1% e il 3%, i voti verrebbero redistribuiti alle eventuali altre liste in coalizione. Ciò implica una palese disparità di trattamento tra il voto degli elettori che votano per piccoli partiti non coalizzati e quelli coalizzati, ma soprattutto non era mai stato inventato prima d’ora il trasferimento di voti da un partito ad un altro. Come è stato acutamente osservato dal costituzionalista Lorenzo Spadacini, potrebbe accadere che un elettore voti per un partito animalista e che il suo voto serva ad eleggere un deputato favorevole alla caccia di un partito coalizzato.

In conclusione  si può dire che il “Rosatellum” istituisca per legge la trasmissione e persino l’espropriazione del voto dei cittadini, violando sostanzialmente i principi del voto eguale, libero, personale e diretto (artt. 3, 48, 56 Costituzione). Tra le leggi elettorali approvate dal dopoguerra ad oggi, questa è sicuramente la peggiore. Gli estensori della legge “truffa” – al confronto – erano dei dilettanti.

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