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Il fiscal compact e il dito che indica la luna

Rocco Artifoni il . Economia

fiscal compactTutti contro il pareggio di bilancio in Costituzione e il fiscal compact nei Trattati europei. Matteo Salvini (Lega), Luigi di Maio (M5S), Matteo Renzi (PD), Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), Maurizio Acerbo (Rifondazione Comunista) e tanti altri leaders politici sono contrari al pareggio di bilancio (che infatti ogni anno viene spostato a quello successivo) e vorrebbero la revisione del fiscal compact, un accordo che prevede la riduzione del debito al 60% del PIL in 20 anni. In altre parole tutti vogliono più flessibilità (cioè un aumento) del deficit con il conseguente congelamento della riduzione del debito o addirittura una ulteriore crescita. Ma siamo sicuri che sia la cosa giusta?

È il caso di far presente che il deficit di bilancio e il debito pubblico sono meccanismi che di fatto operano una redistribuzione al contrario, cioè tolgono ai poveri per dare ai ricchi. Alle banche e ai potenti conviene che lo Stato italiano e i cittadini italiani siano indebitati. Ai poveri converrebbe invece che le casse del fisco fossero piene, perché quelle risorse potrebbero essere usate per alleviare i debiti dei cittadini più in difficoltà e per dare la possibilità di una vita dignitosa ai meno abbienti.
Aumentare il deficit di certo non risolverà il problema dell’austerità, poiché l’incremento degli interessi sul debito oggettivamente costituisce un’ulteriore spinta verso l’austerità. Possiamo anche sostenere che una parte del debito pubblico sia illegittimo, perché viziato dall’anatocismo, ma il problema in sostanza resta.
Al contrario l’equazione che molti fanno tra riduzione del debito (pareggio di bilancio e fiscal compact) e maggiore austerità è un errore grave.
Tutto sta nel decidere chi dovrebbe pagare la riduzione del debito. E se fossero anzitutto mafiosi, corrotti ed evasori fiscali? Un serio contrasto anche soltanto all’evasione fiscale (stimata tra 110 e 190 miliardi di euro) potrebbe recuperare sufficienti risorse per porre fine all’austerità, pareggiare il bilancio dello Stato e ridurre il debito pubblico (che in fondo è lo scopo del fiscal compact).
Il dovere inderogabile di solidarietà (anche e soprattutto nei confronti delle prossime generazioni) dovrebbe spingerci a far pagare il debito a evasori/corrotti/mafiosi, recuperando anche il patrimonio illegittimamente accantonato. Per questo bisognerebbe introdurre un’imposta patrimoniale tanto più elevata quanto meno si riesca a giustificare il patrimonio posseduto con il reddito dichiarato.
Occorre ricordare che gli italiani sono mediamente tra i più ricchi del mondo, con un patrimonio medio superiore a 160 mila euro a testa. La cassa comune è stata svuotata a beneficio di qualcuno?
Il criterio della progressività fiscale e l’utilizzo della capacità contributiva come base imponibile (previsti dall’art. 53 della Costituzione) negli ultimi decenni sono stati fortemente elusi (in particolare con tassazioni forfetarie e separate) e compressi (l’aliquota più alta è scesa dal 72% al 43%). I dati mostrano come i più ricchi abbiano pagato sempre meno tasse: di questo dovrebbe preoccuparsi chi ha a cuore l’equità fiscale.
Sul pareggio di bilancio  e sul fiscal compact si sta facendo l’errore di guardare il dito anziché la luna che quel dito indica. Da 25 anni il bilancio dello Stato italiano, nonostante tutto, chiude con un avanzo primario di parecchi miliardi di euro. Poi, anziché utilizzarli per il bene comune, vengono completamente assorbiti dal pagamento degli interessi (e non bastano mai). Rompere questo circolo vizioso dovrebbe essere il vero obiettivo di una politica che sceglie di stare dalla parte dei più poveri. Invece, prendersela con i cartelli che indicano la giusta direzione dell’uscita dal tunnel del deficit/debito, non risolve alcun problema.
Quanto tempo ancora deve passare per comprendere che in realtà proprio il pareggio di bilancio e la riduzione del deficit e del debito pubblico potrebbero rappresentare una solida premessa per superare le attuali politiche di austerità?

Non chiamiamola lotta all’evasione fiscale

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