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Ciao Andrea!

Bruno Giordano e Salvatore Scuto il . Lombardia

Foto Ansa/ Alessandro Bianchi

Foto Ansa/ Alessandro Bianchi

Proponiamo all’attenzione dei lettori il ricordo dell’avvocato Andrea Spataro, figlio del Procuratore di Torino Armando Spataro. Il giovane legale è prematuramente scomparso qualche settimana fa. Dopo la partecipatissima cerimonia funebre svoltasi a Milano, ora a ricordarlo sono un magistrato e un avvocato con un ricordo pubblicato sulla rivista on line del Movimento per la Giustizia-art. 3 . Parole sentite e commosse a testimonianza del vuoto lasciato da Andrea Spataro in quanti lo hanno conosciuto.
La Redazione di Libera Informazione rinnova le condoglianze al Procuratore Spataro e alla sua famiglia.

Conosco Andrea quale tirocinante della scuola di specializzazione all’ufficio Gip di Milano. Bravissimo in procedura penale, frequenta la cattedra del prof. Oreste Dominioni, vuole capire, studiare e scrivere, scopre che le indagini e il processo non sono proprio come sui manuali. Una mattina davanti alla macchinetta del caffè, al settimo piano del palazzo di giustizia di Milano, Andrea d’un tratto mi dice: “il processo vive e si vive; ora sto capendo cose che sui libri non ci sono”.
In tante discussioni riconosco in lui una nota tenacia, la riflessione mista alla precisione, una certa intransigenza (il DNA non mente, penso). A un certo punto dopo aver letto un atto di polizia mi chiede perché la pg usa sempre il passato e in sentenza io scrivo al presente storico. Rispondo e gli chiedo se vuole “veramente” preparare il concorso per magistrato. Lo trovo combattuto tra magistratura e avvocatura che sceglie con il coraggio e la forza di chi vuole farcela, bene e da solo.
Un giorno dopo il pensionamento del prof. Dominioni lo sento deluso, non vuole perdere l’incipiente carriera accademica ma mi sembra che Andrea si senta finalmente libero di scegliere una sua strada. Gli propongo di iniziare un dottorato di ricerca. Ci pensa due giorni chiedendomi di non parlarne con il padre. E infatti non l’ho mai fatto. Poi Andrea mi raggiunge in ufficio, con garbo e eleganza ma con commozione mi dice che vuole fare l’avvocato, andare in udienza, lottare, lottare e lottare per affermare un diritto.
Io mi arresi, Andrea ha lottato fino all’ultimo.

Bruno Giordano

Davanti a me, in una sala riunioni dalla boiserie molto vissuta, c’è un ragazzone che mi stringe la mano con un modo distaccato. Non ha l’aspetto del giovane avvocato che si presenta ad un colloquio di lavoro. Anzi. Potrebbe essere un creativo o un giovane dottorando in sociologia. Capelli dall’indole anarchica, strano piercing all’orecchio, occhiali dalla montatura bicolore in cui spicca un giallo da catarifrangente. È serio tanto da sembrare lontano, come se tutto ciò che sta accadendo potrebbe non riguardarlo. Ad un certo punto nel corso di quel breve incontro, ad una mia battuta, vedo sciogliersi quell’area distaccata in un sorriso che si apre verso il mondo, capace di accoglierlo.
Così ho conosciuto Andrea, sei anni fa.
Era un avvocato giovanissimo ma  già con delle solide basi.
Basi che si erano già formate grazie ad alcune sue qualità: la sua preparazione giuridica, il suo meticoloso scrupolo di approfondimento, il suo rigore nello scrivere (quante volte, sollecitato da me per la consegna della bozza di un atto – il più delle volte destinata a diventare integralmente l’atto definitivo – mi sentivo dire: ” è’ già pronta, devo rileggerla ancora una volta’…).
Così iniziò quel percorso che lo avrebbe portato in breve tempo ad assumere direttamente la responsabilità di un processo, a gestire in prima persona  il sempre delicato rapporto con il cliente, a diventare per me e per lo studio un punto di riferimento.
Aveva un animo sensibile che nascondeva dietro la sua grande discrezione e riservatezza.
Ogni tanto facevano capolino nella quotidianità del lavoro anche le sue passioni, la Juve, la musica ed i suoi amatissimi Cavalieri dello Zodiaco.
Lo ricordo alla scrivania studiare un processo in cuffia con una musica per me incomprensibile (capii cosa ascoltava andando con lui in macchina in udienza fuori Milano…), o quando, nelle pause di udienza a Pavia lo vedevo allontanarsi in fretta per acquistare uno dei suoi Cavalieri.
Così come ricordo gli scambi di sms durante e dopo le partite della Juve: lo punzecchiavo da milanista ma si dimostrava comprensivo per il fatto che non ero interista.
I colleghi più giovani, ancora praticanti, hanno avuto in lui una guida sicura ed accogliente.
In questi anni è cresciuto professionalmente gestendo, come dicevo, anche processi delicati da me completamente delegati a lui, spesso conseguendo successi non facili.
Aveva sviluppato una bella idea della funzione difensiva, moderna, senza retorica ma ferma nella convinzione dell’imprescindibile suo ruolo nella dinamica processuale.
A volte rientrava da un’udienza o da un colloquio con un pubblico ministero infastidito se non arrabbiato, (in questo, e per fortuna, non era ancora un ‘disilluso’ ed io credo che non lo sarebbe diventato mai), per aver visto svolgere il ruolo della controparte in un modo non coerente con la sua idea del processo e della tutela dei diritti.
In alcuni momenti, credo, che per Andrea non sia stato facile svolgere la funzione di avvocato penalista nel foro milanese portando ‘quel’ cognome.
È stata una sfida che però ha superato e vinto con la forza delle sue idee e delle sue convinzioni, orgoglioso come era di essere avvocato.
Quella forza e quella dignità lo hanno sostenuto sino alla fine facendo a gara con una riservatezza così ferrea da lasciare oggi in chi gli ha vissuto accanto nella vita lavorativa ammirazione accompagnata però da una punta di smarrimento.
I tanti suoi amici del tifo juventino hanno trovato le parole giuste per salutarlo nello stadio della sua Juventus quando hanno scritto che ‘nessuno muore nel cuore di chi resta’.
È’ proprio così Andrea.

Salvatore Scuto

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