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‘Ndrangheta stragista: il patto fra i calabresi e Cosa nostra

Donatella D'Acapito il . Calabria, Giustizia, Istituzioni, Mafie, Politica

ndrangheta-stragistaUn’unica strategia mafiosa. È quella che va dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, passa per le bombe “nel continente” del 1993 e arriva agli attacchi contro i carabinieri avvenuti a Reggio Calabria fra il dicembre dello stesso anno e i primi mesi del 1994. Obiettivo: destabilizzare il Paese con modalità terroristiche per arrivare a un assetto federalista dello Stato attraverso le leghe meridionali.

Un obiettivo che ‘ndrangheta e Cosa nostra condividevano – così come evidenziano le due ordinanze di custodia cautelare eseguite stamattina dalla Polizia di Stato, su mandato della Direzione Distrettuale Antimafia reggina – e per cui, scrivono i magistrati, la mafia calabrese risultava “particolarmente inserita nei rapporti con la destra eversiva e la massoneria occulta”.

Destinatari dell’ordinanza emessa dal Gip sono Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, indicati dagli inquirenti come i mandanti dei tre attentati compiuti in danno dei carabinieri proprio a Reggio Calabria. Graviano, capo del mandamento mafioso di Brancaccio, quartiere di Palermo, e coordinatore delle cosiddette ”stragi continentali” eseguite da Cosa Nostra, è attualmente detenuto in regime di carcere duro. Filippone, 77enne originario di Melicucco (Rc), era il capo del mandamento tirrenico della ‘ndrangheta all’epoca degli attentati contro gli uomini dell’Arma.

A Filippone viene contestato inoltre il reato di associazione mafiosa per essere ancora il vertice della cosca omonima, collegata direttamente alla più articolata e potente cosca Piromalli di Gioia Tauro, alla quale sono demandati compiti di particolare rilievo come quello di curare le relazioni e incontrare i capi delle altre famiglie di ‘ndrangheta al fine di dare esecuzione alle decisioni di maggior rilevanza criminale, deliberate dalla componente riservata della organizzazione mafiosa calabrese. E fra queste decisioni, rientrerebbe anche quella di aderire alla strategia stragista di attacco alle istituzioni attuata in sinergia con Cosa nostra in Calabria a cavallo fra il 1993 e il 1994, attraverso il compimento degli omicidi e tentati omicidi dei Carabinieri, materialmente eseguiti da Giuseppe Calabrò e Consolato Villani.

Nell’operazione odierna, denominata “’Ndrangheta stragista”, la Dda reggina ha ricostruito proprio le cause alla base dei tre attentati, non tutti, per fortuna, andati come la criminalità organizzata sperava. Nel primo, quello del 1° dicembre 1993, rimasero miracolosamente illesi il carabiniere Vincenzo Pasqua e l’appuntato Silvio Ricciardo. Il 18 gennaio dell’anno successivo, invece, gli appuntati Antonio Fava e Giuseppe Garofalo furono uccisi lungo l’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Mentre il 1° febbraio del 1994 rimasero gravemente feriti l’appuntato Bartolomeo Musicò e il brigadiere Salvatore Serra.

Fatti che, come detto, si inquadrano nel contesto della strategia stragista che ha insanguinato il Paese nei primi Anni Novanta e che è stato possibile ricostruire grazie alle testimonianze di numerosi collaboratori di giustizia, ascoltati dal procuratore aggiunto della Dda Giuseppe Lombardo e dal sostituto procuratore della Dna Francesco Curcio. Si tratta di nomi “pesanti” sia sul versante siciliano – come Maurizio Avola, Pietro Carra, Giovanni Garofalo, Francesco Onorato, Giovanni Brusca, Antonino Calvaruso, Giovanni Drago, Tullio Cannella, Gioacchino Pennino – che quello calabrese – si parla di Antonino Lo Giudice, Consolato Villani, Antonino Fiume, Filippo Barreca, Cosimo Virgiglio, Vincenzo Grimaldi, Francesco Pino, Pasquale Tripodoro, Giuseppe Calabrò. Ma determinante è stata l’acquisizione delle dichiarazioni rese nel corso di altri procedimenti penali soprattutto da Gaspare Spatuzza, già fedelissimo del mandamento di Brancaccio, che, sottolineano gli inquirenti, “ha vissuto dall’interno ed in modo completo tutta la vicenda delle stragi del ’93 e del ’94, dai progetti condivisi ai momenti esecutivi”.

Per i magistrati, dopo la morte dei giudici Falcone e Borsellino, Cosa nostra e ‘ndrangheta si incontrarono in Calabria. Il summit si tenne a Nicotera Marina (Vv), all’interno del villaggio turistico ”Sayonara”, controllato dalla famiglia Mancuso di Limbadi (Vv), legata a quella dei Piromalli, egemone nella piana di Gioia Tauro (Rc). Al centro dell’incontro, la strategia stragista inaugurata dai siciliani. La Procura sostiene che per interloquire con Cosa Nostra furono chiamati a partecipare tutti i vertici ‘ndranghetisti e questo “a dimostrazione della unitarietà della ‘ndrangheta – si legge nelle carte – ovvero del suo atteggiarsi a forza mafiosa che verso l’esterno si presentava unita e compatta”.

E sarebbe stato l’allora capo indiscusso della mafia siciliana, Totò Riina, il promotore della richiesta alla ‘ndrangheta di cooperare alla strategia di Cosa Nostra, con l’individuazione degli obiettivi istituzionali da colpire. Altre riunioni si sarebbero svolte nell’area del mandamento tirrenico – fra Rosarno, Oppido Mamertina e Melicucco – negli ambiti territoriali sottoposti alla giurisdizione criminale dei Mancuso, dei Piromalli, dei Pesce e dei Mammoliti. Per assicurarsi questi incontri, secondo i magistrati, Cosa Nostra avrebbe fatto leva sui Piromalli-Molè con i quali erano in strettissimi rapporti. Da questi meeting – di cui hanno parlato vari collaboratori di giustizia delle cosche calabresi e di cui la Squadra Mobile avrebbe cercato riscontro attraverso le intercettazioni telefoniche e ambientali – si doveva poi arrivare a una “adesione generalizzata della ‘ndrangheta alla strategia stragista che Cosa nostra aveva deciso di intraprendere”.

“Appare chiara la presenza di suggeritori occulti da individuarsi in schegge di istituzioni deviate a loro volta collegate a settori del piduismo ancora in cerca di rivincita”, scrive la Dda di Reggio Calabria. Secondo l’impostazione accusatoria, l’obiettivo strategico delle azioni contro i Carabinieri, al pari di quello degli altri episodi stragisti verificatisi nel Paese, “era rappresentato dalla necessità, per le mafie, di partecipare a quella complessiva opera di vera e propria ristrutturazione degli equilibri di potere in atto in quegli anni. E tale strategia – secondo gli inquirenti – appariva condivisa, da schegge di istituzioni deviate, da individuarsi in soggetti collegati a servizi d’informazione che ancora all’epoca mantenevano contatti con il piduismo”. Dalle indagini sarebbe emerso come la stessa idea di rivendicare con la sigla “Falange Armata” le stragi mafiose e vari delitti compiuti dalle mafie, fra cui quelli per cui è stata emessa l’ordinanza eseguita oggi, “è da farsi risalire a suggeritori da individuarsi in termini di elevatissima gravità indiziaria, in appartenenti ai servizi d’informazione dell’epoca, nei cui confronti, comunque, le indagini proseguiranno”.

E allora è forse da leggere in questa ottica, oltre alle numerose perquisizioni avvenute in diverse regioni d’Italia, quella fatta a notte fonda in casa di Bruno Contrada. Fatto che, per il legale dell’ex numero 3 del Sisde, andrebbe letto come “una qualche reazione, da parte di chi ha perso e non si rassegna, per una sentenza giusta (quella della Cassazione che ha revocato la condanna del poliziotto per concorso esterno in associazione mafiosa, ndr) che ha cancellato una infamia”.

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