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“Mandamento”: colpo alla mafia reggina

Donatella D'Acapito il . Calabria

operazione-mandamento-7116 arresti, 291 indagati e 23 Locali di ‘ndrangheta colpite in una volta sola. Poi, più 14 beni sottoposti a sequestro. È il bilancio dell’operazione “Mandamento” – coordinata dalla procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, guidata da Federico Cafiero De Raho, e condotta dal Ros dei carabinieri diretto da Giuseppe Governale – che ha sconvolto all’alba del 4 luglio la parte criminale della provincia di Reggio Calabria. I capi d’imputazione vanno dall’associazione mafiosa, all’estorsione, al porto e detenzione illegale di armi da fuoco, fino alla turbativa d’asta, l’illecita concorrenza con violenza e minaccia, la fittizia intestazione di beni, il riciclaggio, la truffa e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, e anche il sequestro di persona, la produzione e lo spaccio di stupefacenti. Questi e altri delitti, tutti aggravati dalla finalità di agevolare la ‘ndrangheta.

L’azione investigativa ha permesso di ricostruire le trame operative di 23 Locali di ‘ndrangheta, operanti nei tre Mandamenti in cui è criminalmente suddivisa la Provincia reggina, che sono: Reggio Calabria, Sinopoli, Roghudi, Condofuri, San Lorenzo, Bova, Melito Porto Salvo, Palizzi, Spropoli, San Luca, Bovalino, Africo, Ferruzzano, Bianco, Ardore, Platì, Natile di Careri, Cirella di Platì, Locri, Portigliola, Saline, Montebello Jonico e Sant’Ilario.

A essere interessate dalle indagini, sono state la quasi totalità delle organizzazioni criminali comprese nel mandamento jonico, composto dalle Locali più strutturate e maggiormente legate alle tradizionali regole di ‘ndrangheta: così legate da rappresentarne il cuore pulsante dell’organizzazione. Fra gli arrestati figurano anche alcuni affiliati alle locali di Reggio Calabria, cosca Ficara – Latella e cosca Serraino, e alla locale di Sinopoli del mandamento tirrenico.

Un provvedimento, questo, che arriva a sette anni da quello storico di “Crimine”, quando a finire in manette fra Calabria e Lombardia furono più di 300 persone. Anche qui, come allora, le relazioni fanno la differenza. “È prassi della ‘ndrangheta quella di infiltrare propri affiliati all’interno delle Logge Massoniche al fine di poter beneficiare dei rapporti con i suoi esponenti soprattutto al fine di condizionare le iniziative giudiziarie”, scrivono non a caso i carabinieri in merito alla locale di Bianco.

Le novità di “Mandamento”

L’intensa attività investigativa di “Mandamento” messa in campo dai carabinieri, oltre a svelare la pervasività delle ‘ndrine nei settori economici più svariati, permette anche di conoscere meccanismi e dinamiche delle stesse ancora sconosciute. E proprio l’assenza di grandi pentiti di ‘ndrangheta, che possano raccontare dall’interno l’organizzazione, accresce il valore di questa indagine.

Il primo dato è che emerge è che c’è una situazione di totale dipendenza delle Locali operanti in Piemonte e Lombardia da quelle calabresi, ed in particolare da quelle del Mandamento Jonico. Lo stesso vale per le ‘ndrine attive in Canada, in Germania, in Australia e negli altri stati in cui la mafia calabrese ha preso piede.

Con questa indagine, inoltre, è stato possibile censire numerose nuove ‘ndrine le quali esercitano il controllo su porzioni di territorio distante da quello in cui è insediata la Locale di riferimento.

Dal punto di vista dell’organizzazione interna, “Mandamento” ha ricostruito le dinamiche di concessione di doti e cariche ai vari affiliati. In tale contesto si precisa che è stata oggetto di monitoraggio anche l’attribuzione agli affiliati di rango elevato appartenenti al Mandamento Jonico della dote elevata del Trequartino. Questa dote, particolarmente significativa nelle dinamiche dell’organizzazione poiché ne designava di fatto la futura dirigenza, ha visto impegnati gli esponenti di vertice delle più importanti Locali di detta area criminale quali quelle di Africo, Bovalino, Siderno, San Luca, Platì e Natile Careri.

Insomma, anche la ‘ndrangheta rinnova i ranghi. Si sono scoperte nuove cariche, come quelle di “Capo Corona” e “Mastro di Corona”; notizie si hanno in merito alle nuove doti di “Cavaliere di Cristo”, “Crociata” e “Stella”. E poi notizie sull’esistenza di strutture sovraordinate, di cui l’organizzazione si è dotata per migliorare la sua efficienza operativa – si parla di una struttura di livello sub intermedio della ‘ndrangheta definita dagli indagati come “Corona” o “Sacra Corona” che raggruppa 5 o più Locali di minore importanza allo scopo di avere un maggior peso decisionale negli equilibri complessivi.

Ma un’organizzazione per funzionare bene ha bisogno di regole che vanno rispettate e di “giudici” che le facciano rispettare. E allora “Mandamento” consegna anche l’esistenza di “tribunali” della ‘ndrangheta in cui si stabilivano le sanzioni da comminare a chi aveva sgarrato.

Gli affari delle Locali

Al centro degli affari delle locali joniche ci sono gli appalti e la gestione dei fondi pubblici. Dalle carte emerge infatti come tutte le articolazioni territoriali della ‘ndrangheta oggetto di investigazione, nelle proprie aree di influenza, esercitavano un controllo molto penetrante sulla assegnazione dei lavori da eseguirsi con la procedura della somma urgenza e degli appalti nei quali gli enti comunali figuravano quale stazioni appaltanti. Ciò avveniva sia attraverso il condizionamento dei soggetti partecipanti ai bandi di gara, che con l’utilizzo di ditte fittiziamente intestate o attraverso il sistema degli accordi preventivi sulle offerte rispetto alla base d’asta.

Un business che, nelle oltre 2900 pagine di decreto di fermo traccia, un quadro sconfortante, soprattutto se si pensa che a Locri la ‘ndrangheta si sarebbe infiltrata sia nei lavori del Palazzo di Giustizia – attraverso l’operato di ditte riferibili alla cosca Cordì – che in quelli della realizzazione, in una villa confiscata ai Cataldo, dell’ostello della gioventù. In quest’ultimo caso, sembrerebbe che per portare a termine i lavori, l’impresa titolare dell’appalto si sia vista costretta a versare 80mila euro direttamente ai fratelli Antonio e Francesco Cataldo.  Una ‘ndrangheta che avrebbe infiltrato e condizionato anche l’operato dell’ATERP, ente della Provincia di Reggio Calabria deputato alla gestione dell’edilizia popolare, che avrebbe di fatto consentito agli esponenti sempre della cosca Cataldo di influenzare le assegnazioni degli alloggi popolari, i quali venivano attribuiti a soggetti compiacenti, allo scopo di conseguire un vantaggio personale derivante dalla successiva locazione degli stessi.

Forte il condizionamento anche in ambito politico. I carabinieri parlano di: “una influenza sul normale svolgimento delle attività politiche locali, con particolare riferimento alle elezioni svoltesi nel comune di Locri nel maggio del 2013 per il rinnovo dell’amministrazione comunale”.

Analoghe dinamiche si sarebbero verificate anche in le altre locali. In merito a quella di Bianco gli investigatori scrivono: “in occasione delle elezioni per il rinnovo del Consiglio Regionale della Calabria del 2010 gli esponenti di spicco del Mandamento Jonico, tra cui emergeva Pelle Giuseppe quale elemento di vertice dell’intera organizzazione, si erano determinati ad orientare l’elettorato mafioso a propria disposizione a favore di Scopelliti Giuseppe candidato alla carica di Presidente”.

Parlano gli inquirenti

“Non dobbiamo confondere questa operazione con una semplice retata, sia per i numeri che per i soggetti coinvolti, soggetti che appartengono al mandamento jonico che sotto il profilo della tradizione è il più forte”, dice il Procuratore Federico Cafiero De Raho che poi aggiunge: “Sono stati individuati i capi delle Locali di Melito Porto Salvo, Palizzi, Spropoli, Africo, Bianco, Ferruzzano, Ardore, Natile di Careri, Portigliona e Sant’Ilario. È emerso il meccanismo di controllo sugli appalti e il fatto che a lavorare – se così vogliamo dire – erano gli imprenditori autorizzati dalla stessa ‘ndrangheta”.

Il procuratore Cafiero De Raho sa bene quanto per contrastare la criminalità organizzata è necessario che lo Stato “occupi” il territorio. Ecco perché sottolinea come l’operazione “Mandamento” sia avvenuta proprio il giorno dopo l’incontro –  stavolta organizzato dalle istituzioni – al Santuario della Madonna di Polsi, in cui anche la Chiesa ha apertamente parlato di scomunica per gli ‘ndranghetisti.

“La visita delle autorità al Santuario di Polsi non è un caso – ribadisce il generale Giuseppe Governale, Comandante del Ros dei Carabinieri – ma vuole essere un segnale. Ma questo segnale deve essere recepito. La Calabria per decine di anni è rimasta lontana dai riflettori e la ‘ndrangheta è riuscita a diventare la holding criminale più grande del Paese anche per questo. Ecco perché la Calabria è il centro dello sforzo operativo dell’Arma e del Raggruppamento, basti pensare alle ultime quattro inchieste, da ‘Mammasantissima’, a ‘Sansone’, ‘Provvidenza’ e ora ‘Mandamento’. Non è stato facile coordinare il dispiegamento di oltre mille uomini – quelli non solo del Ros, ma anche del Comando Provinciale di Reggio Calabria, degli Squadroni Eliportati Cacciatori di Calabria, Sicilia e Sardegna e del Battaglione Calabria – ma siamo riusciti a eseguire 114 fermi su 116”.

Governale ricorda poi come dalle intercettazioni si evinca e la fascinazione che le ‘ndrine esercitano e la consapevolezza del ruolo che gli ‘ndranghetisti hanno sul territorio: “In una intercettazione del marzo del 2015 fra la figlia di Antonio Cataldo, la 22enne Alessandra, e sua madre si sente dire dalla giovane che un ragazzino 15enne ha scritto una lettera da far recapitare a Cataldo in cui scrive: Chiedo di essere affiliato e quindi di essere messo a disposizione della famiglia’, un atteggiamento di disponibilità che sorprende la stessa donna. Nel febbraio del 2012, invece, Giuseppe Morabito – nipote di Peppe Morabito, boss di Africo –  viene intercettato e dice ‘Lo Stato sono io qua… Controlla… La mafia, la mafia originale, non la scadente’, episodio che testimonia quanto la ‘ndrangheta si insinui dappertutto”.

Il colonnello Roberto Pugnetti, vicecomandante del Ros, aggiunge: “La lettura delle decine di provvedimenti penali, anche alla luce di indagini che erano in corso o che sono attualmente in corso hanno consentito di costruire in maniera organica le interazioni delle singole cosche all’interno del mandamento e gli interessi perseguiti sul territorio da ogni singola cosca. Abbiamo confermato così la caratteristica principale della ‘ndrangheta nel suo territorio d’origine, e cioè quella del controllo assoluto della propria terra d’origine e delle possibilità economiche che questa terra può garantire agli affiliati, cosa dalla quale non potrà mai prescindere anche in relazione a quelle che sono le proiezioni operative nazionali e internazionali. Abbiamo riscontrato e ricostruito il condizionamento in numerosi appalti pubblici. A tal proposito, quello che colpisce in merito alla pervicacia della capacità di intimidazione di questi organismi criminali è che l’infiltrazione avviene a prescindere dalla stazione appaltante. Per cui non vi il controllo degli appalti esclusivamente banditi dai singoli comuni che insistono sul territorio controllato dai singoli sodalizi, ma le imprese di riferimento della ‘ndrangheta riescono a controllare anche lavori appaltati da enti sovraordinati territorialmente, come la Provincia, il Provveditorato alle opere pubbliche, l’Anas, o le ferrovie locali”.

Anche l’agricoltura è nel mirino delle cosche, e non poteva essere diversamente vista la natura del territorio. “C’è un interesse delle cosche nel settore delle erogazioni pubbliche a sostegno dell’agricoltura e della pastorizia – aggiunge Pugnetti -. Abbiamo scoperto una seria di truffe perpetrate da esponenti appartenenti a varie Locali sia in termini di infrastrutture per aziende agricole, sia per le integrazioni nella produzione di varie tipologie di prodotti. Parallelamente anche la consumazione di truffe ai danni dell’Inps con le false assunzioni di braccianti agricoli che poi sostanzialmente sono sempre affiliati agli stessi locali. Abbiamo individuato inoltre i bracci operativi di questo controllo economico: strumenti attraverso i quali le cosche controllavano il territorio, confermando così l’importanza dell’individuazione dei patrimoni illeciti non solo in funzione della ricchezza accumulata dalle cosche ma anche per l’intimidazione e al conseguente controllo economico”.

Rapporti e influenze. Tenere in piedi l’impianto dell’inchiesta non è semplice. L’ufficio del Gip che ha preso in carico il provvedimento ha rimesso in libertà 28 persone e si è espresso per gli arresti domiciliari in favore di un’altra decina di loro. Ma parlare di quello che succede è già un modo per sottrarre, a prescindere dalle vicende giudiziarie, terreno alla ‘ndrangheta. Un terreno concimato col silenzio e col timore di chi vede nelle Locali, troppe volte per l’assenza delle istituzioni, il solo erogatore di servizi e soluzioni.

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