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A Ostia la mafia c’è

Donatella D'Acapito il . Lazio

ostia-villageLa mafia nella Capitale arriva fino al mare. Perché il clan Fasciani è un clan mafioso. E non è l’impressione di chi, senza neanche poterlo dire, negli anni ha subíto minacce ed estorsioni. A sostenerlo sono i giudici della Prima sezione penale della Corte d’Appello di Roma nelle motivazioni dell’inchiesta “Tramonto”.

Parole che non sono per niente scontate, visto che il 13 giugno del 2016, sempre in Appello, si era stabilito il contrario. In questo caso si trattava dell’inchiesta “Nuova Alba”, da cui poi è scaturita “Tramonto”, e che non riguardava solo i Fasciani, ma anche loro.

Cerchiamo di ricostruire i fatti. Nel luglio del 2013 il Gip del Tribunale di Roma Simonetta D’Alessandro firma un’ordinanza di custodia cautelare per 51 persone ritenute, a vario titolo, responsabili dei reati di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, usura, traffico internazionale di stupefacenti, infiltrazione nel tessuto amministrativo, corruzione. Sono capi e affiliati appartenenti alla vasta ed agguerrita organizzazione criminale operante soprattutto a Ostia, ma che non disdegna la Capitale, formata per l’appunto dalle famiglie – tra loro contrapposte – dei Fasciani (appoggiati dagli Spada) e dei Triassi, quest’ultima definita già dalla Procura “un’articolazione su Roma della mafia siciliana, in particolare della famiglia Caruana-Cuntrera dell’agrigentino, cui sono legati da moltissimi anni, tanto da apporre simboli doc sulle singole confezioni di droga”. A supportare l’interesse della mafia su Ostia e Roma, tra gli arrestati, oltre ai capiclan Vito Triassi e Carmine Fasciani, figurava anche Francesco D’Agati, detto zio Ciccio, fratello di Giovanni ritenuto il capo mandamento di Villabate, vicino Palermo.

Poi, nel marzo 2014, arriva l’inchiesta “Tramonto”, che già nel nome si presente come il sequel designato di “Nuova Alba”. Stavolta gli investigatori si concentrano sulla parte imprenditoriale delle cosche di Ostia. In manette finiscono 16 fra affiliati, fiancheggiatori e prestanome del clan Fasciani. La Procura formula per loro l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso e trasferimento fraudolento di beni.

Le indagini – eseguite dai finanzieri del Gico del Nucleo di polizia Tributaria, insiemeagli uomini del II Gruppo Roma, e coordinate dalla Direzione distrettuale Antimafia con il procuratore capo Giuseppe Pignatone, l’aggiunto Michele Prestipino e il pm Ilaria Calò – dimostrano come la famiglia Fasciani si fosse radicata nell’economia legale attraverso imprese mimetizzate sul territorio grazie a società intestate a dei prestanome, ma riconducibili all’organizzazione criminale. I Fasciani, così dicono le carte dell’inchiesta, dovevano ripulire e far fruttare i soldi accumulati con l’usura, l’estorsione e il traffico di stupefacenti. Per farlo, oltre al “tradizionale” interesse per la gestione degli stabilimenti balneari, il clan si era dedicato alla ristorazione, alla gestione di locali e discoteche, alla vendita e al noleggio delle autovetture.

Ora, dopo la sentenza di primo grado per “Nuova Alba” che aveva convalidato l’accusa di 416bis, la seconda sezione della Corte d’Appello il 14 giugno 2016 derubrica a “normale” associazione a delinquere quella dei Fasciani e dei Triassi.

Una decisione che, come si legge nelle motivazioni delle condanne per l’inchiesta “Tramonto”, per i colleghi della Prima Sezione non può essere condivisa: “Questa sentenza (quella su Nuova Alba, ndr), ad avviso di questa Corte, (…) si pone in contrasto (…) con una valutazione complessiva degli elementi probatori. Detta pronuncia, pur ravvisando l’esistenza di un terribile sodalizio criminoso, il clan Fasciani, perviene all’esclusione dei tratti caratteristici dell’associazione di stampo mafioso. Ritiene questa Corte di dover dissentire della pronuncia in parola”.

A sostenere la tesi della mafiosità dei Fasciani, i giudici della Prima Sezione citano la sentenza del Gup di Roma “irrevocabile in data 9 giugno 2016, che ha esplicitamente affermato la natura mafiosa del sodalizio facente capo a Carmine Fasciani”. Mafiosità che per gestione e attività di investimento aveva nello stabilimento Village, sequestrato al clan nel 2013, il suo simbolo.

Sono parole che pesano, quelle contenute nella motivazione, ma non sono ancora definitive. Solo a ottobre, quando la Cassazione sarà chiamata a esprimersi su Nuova Alba, sapremo se, anche in punta di legge, potremo o no definire mafia quella criminalità che da anni soffoca l’economia del litorale, cuce le bocche e inquina più degli scarichi il mare di Roma. Per tanti non c’è bisogno di aspettare. Ma la legge è legge e le sentenze si rispettano, anche quando se dovessero essere difficili da digerire.

Criminalità a Ostia: non è associazione mafiosa

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