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Italia, confine est: la legge della giungla

Claudia Terragni il . Friuli Venezia Giulia

Nel centro di salute mentale di Trieste c’è la statua di un cavallo.
Può sembrare strano, ma non è un cavallo qualunque. È la statua costruita in ricordo di Marco Cavallo, uno dei simboli della de-istituzionalizzazione manicomiale.

Era l’ultima domenica di Marzo del 1973, quando Marco Cavallo, un grande cavallo azzurro, di legno e cartapesta, venne portato fuori dal manicomio per le vie di Trieste, in testa a un corteo di operatori e di pazienti, di artisti e di cittadini. Franco Basaglia guidava questa manifestazione di matti.

Marco Cavallo, fremendo, testa bassa, cominciò una corsa furibonda, come impazzito, verso la porta principale e, senza più esitazione, oramai a gran carriera, aggredì quel pezzo di azzurro e di verde oltre la porta. Saltarono gli infissi, i vetri. Caddero calcinacci e mattoni. Marco Cavallo arrestò la sua corsa nel prato, tra gli alberi, ferito e ansimante, confuso all’azzurro del cielo. Gli applausi, gli evviva, i pianti, la gioia guarirono in un baleno le sue ferite. Il muro, il primo muro era saltato” racconta Giuseppe dell’Acqua.

Questo è uno dei piccoli passi che hanno portato il movimento della psichiatria democratica ad ottenere l’abolizione della realtà manicomiale con la legge 180 del ‘78.

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Una strana coincidenza vuole che proprio nella stessa area dove lavorava Basaglia, oggi sia presente un’altra istituzione totalizzante e marginalizzante. A Gradisca, ridente cittadina vicino a Gorizia, hanno sede dietro lo stesso imponente muro bianco coronato da filo spinato, il CARA e il CIE. Due giorni fa il Ministro Minniti ha incontrato il sindaco di Gradisca per le trattative verso la trasformazione del centro in CPR. È piuttosto impressionante notare come ciò che Basaglia scriveva sul manicomio sia perfettamente trasponibile a questo ente. Basta cambiare le parole ‘manicomio’ con ‘CARA’ o ‘CIE’ o ‘CPR’ (a piacere, tanto tra i tre la differenza è solo il nome!).

Basta fare due chiacchiere con qualcuno dei 500 migranti che ci vivono per rendersene conto.

Il 31 Maggio, siamo partiti in tre dal Collettivo Spam dell’Università di Padova per una staffetta della campagna #Overthefortress e abbiamo esplorato la realtà del confine est, portando riso, farina, biancheria, vestiti e scarpe. Ovviamente è impossibile entrare nel CIE/CARA/CPR, ma anche avvicinarsi ai ragazzi appoggiati alla lunga parete bianca comporta l’immediata richiesta dei documenti da parte delle forze dell’ordine che presidiano la grande fortezza.

I migranti hanno il coprifuoco dalle 20 alle 9 e nel pomeriggio escono e passano molto tempo nella jungle di Gradisca, i boschi sulla riva dell’Isonzo, poco distante. Sono quasi tutti Pakistani e Afghani ma ci sono anche africani. Troviamo un ragazzo pakistano di 28 anni che è ben felice di farci da guida nella jungle. “Quando ero nel mio Paese facevo la stessa cosa che state facendo ora: ci sono moltissimi senza tetto in Pakistan e io andavo a distribuire pasti come volontario”. Gli spieghiamo che ci piacerebbe che il nostro intervento spera di diventare qualcosa di più di un semplice fornire cibo. Ci fa strada per gli arzigogolati sentieri che si insinuano nella ricca vegetazione, fino ai vari accampamenti. I ragazzi hanno costruito capanne con legno e teli e si trovano lì per riposare e cucinare. Per lo meno a Gradisca tutti hanno assicurati almeno pasti e posto letto.

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I ragazzi ci raccontano che ricevono 15 euro ogni 20 giorni, una ricarica del telefono, una chiavetta per le macchinette. La colazione prevede un bicchierino di tè o latte con pochi biscotti, a pranzo c’è pasta scondita e a cena pure, con poche verdure. Il problema con i pasti non è irrilevante: nessuno ne può più di pasta (in particolare chi è lì da mesi o anni), molti non riescono proprio a digerirla, e viene buttata via in enorme quantità visto che nessuno la mangia ma il menù resta inalterato.

Oltretutto ora c’è il ramadan: praticamente tutti sono musulmani e la loro religione prevede totale digiuno finchè il sole non tramonta. Oltre al fatto che avrebbero bisogno di un’alimentazione particolare (sicuramente non tutti i giorni carboidrati scotti e sconditi), non possono neanche seguire gli orari di digiuno. Infatti secondo l’islam possono bere e mangiare da dopo le 21, ma il coprifuoco inizia alle 20 ed è severamente vietato portare cibo.

L’ennesimo esempio di quanto spesso sia la società a creare il criminale, così come era il manicomio a creare il matto. Il futuro CPR si rivela un’istituzione iatrogena, che non rispetta la nobile e anzi onorevole cultura dell’altro e lo costringere a scegliere a quale legge obbedire: quella dello Stato italiano o quella del loro Dio?

In jungle sono molto organizzati e hanno addirittura i turni per le varie “cucine”. Dopo il sospetto iniziale di persone che offrono alimenti senza chiedere nulla in cambio, tutti ci ringraziano con sorpresa: è la prima volta che capita che qualcuno passi a dare una mano. Un ragazzo dal Gambia ci prende le mani e ci guarda intensamente da dietro le lunghe ciglia nere: “per noi è una benedizione se qualcuno entra in casa tua a donare cibo durante il ramadan. Che possiate essere felici e realizzare i vostri sogni!”.

Ma se il problema a Gradisca è politico, a Gorizia è completamente umanitario.

Gorizia è una cittadina di confine di poco più di 34 mila abitanti. Due settimane fa ‘Ospiti in Arrivo’, un’associazione che organizza corsi di italiano a Udine, segnala la gravità della situazione dei migranti.

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Da qualche anno a questa parte la questione è pregnante ma la risposta statale insufficiente. Varie realtà si sono alternate per la gestione del grande flusso di persone che supera il confine nord orientale: due cooperative locali (il Nazareno e la cooperativa Mosaico), Medici Senza Frontiere (che ha lasciato dei container ma non opera più da un anno e mezzo), la Caritas e i padri cappuccini. Le organizzazioni di volontariato sono due: l’associazione ‘Insieme con voi’, che appoggia le attività di Caritas e di Mosaico, e ‘L’altra voce’, gruppo di solidali indipendenti.

Ad oggi il Nazareno ospita 165 migranti a cui assicura letto e un pasto al giorno. In alternativa si può accedere al dormitorio della Caritas da 60-70 posti che tuttavia è già occupato da parecchi italiani e che fornisce solo una colazione con bicchiere di tè e cinque biscotti a testa (che diventano quattro se il numero di ospiti aumenta); la mensa dei poveri dei cappuccini riesce a rispondere solo alle necessità degli italiani; la cooperativa Mosaico, che collabora con Caritas, ora gestisce la sua struttura e i container un tempo gestiti da MSF, dove stanno circa 90 migranti. Ma ciò non basta.

Nonostante l’attenzione mediatica sia praticamente assente, Gorizia è riuscita a guadagnarsi un po’ più di considerazione la notte del 20 Maggio. Mauro, volontario di ‘L’altra voce’, ci racconta scene agghiaccianti, paragonandole alle deportazioni naziste. Quella notte è stato sgomberato il Bunker, uno scantinato vicino ai container, dove questo inverno dormivano circa 150 persone. Illuminati dai fari delle volanti, una fila di uomini sporchi e carichi di coperte sono stati scortati fino a un tunnel urbano. Aveva iniziato a piovere e forse far dormire tutta quella gente per strada e sotto l’acqua era un po’ eccessivo. Decisamente meglio il marciapiede sotto un tunnel, con una volante da una parte e una dall’altra.

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Le condizioni del Bunker erano pessime e dopo un sopralluogo a inizio Maggio varie associazioni della rete di accoglienza del Friuli hanno denunciato la situazione alla prefettura, alla questura e al Comune. La risposta è stata la chiusura del luogo e l’alternativa la strada. Questa scelta oltretutto non sembra rispettare molto il bisogno di decoro pubblico tanto sottolineato dal Decreto Minniti. 150 migranti che non possono sfamarsi, dormire e lavarsi decentemente da mesi non paiono una decorazione elegante da esibire nelle strade.

Ora molti vivono nella jungle di Gorizia. Oggi sono circa 40, più una decina che dorme in un parchetto. Da poco sono aumentati a causa di una rissa scoppiata nel centro di Gradisca, da cui sono stati espulsi in una trentina. L’unica fonte di monitoraggio precisa comunque è quella dei giornali di Casa Pound.

Il sindaco di un partito di destra, per estirpare gli accampamenti nella giungla, da circa un anno ha disposto un’ordinanza antibivacco ad hoc. Sul fiume vivono a piccoli gruppetti: infatti si può essere denunciati per occupazione di suolo pubblico solo se si sta in più di cinque (cosa tra l’altro già accaduta a Udine su suolo privato).

Alle proteste di solidali che non hanno abbastanza supporto, il comune risponde che i migranti non hanno diritto all’accoglienza. Serena, una volontaria di Ospiti in Arrivo, ci aiuta a distribuire gli aiuti e ricalca il problema di un territorio totalmente scoperto a livello statale. L’associazione di Udine cerca di sostenere i pochi volontari di Gorizia ma la rete di solidali ha bisogno di più sostegno per sopperire al gap lasciato dallo Stato e iniziare un percorso non fondato esclusivamente sull’assistenzialismo.

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Senza scarpe e senza neanche una capanna perché da poco distrutte, spaventati dalle ronde di abitanti arrabbiati, i migranti di Gorizia sono Pakistani e Afghani, moltissimi dublinati.

È la legge della giungla che regna sovrana a Gorizia, in una boscaglia rigogliosa che prospera sulla riva di un fiume azzurro e luminoso. Sarebbe davvero molto suggestivo, se il profumo che si insinua tra le foglie fosse di fiori e non di chapati e cipolla. Deliziosa la piccantissima frittella che ci offrono dei ragazzi. Non ti permettono mai di rifiutare il loro cibo, anche se sai che non ne hanno certo da vendere. Oltre all’intenso sapore delle spezie ti riamane sempre un po’ di amaro in bocca.

L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo“, scriveva Basaglia sui manicomi.

Se gli ultimi decreti in materia di migrazioni sono quelli Minniti Orlando, una legge Basaglia in termini di accoglienza non sembra proprio semplice da ottenere.

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