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La storia sui trafficanti di migranti

Piero Innocenti il . Senza categoria

migrantiFinito, almeno per ora, il “teatrino” della politica e della parapolitica di inizio maggio sulle migrazioni, sui trafficanti e sulle “ipotesi” di loro contatti con alcune navi delle Ong, proviamo a rimettere qualche punto fermo su questi temi in previsione della manifestazione a favore dei migranti annunciata per il 20 maggio prossimo. Partendo proprio da quei piani farsa contro la tratta e lo sfruttamento di esseri umani sbandierati negli ultimi anni dall’UE e dal nostro Governo senza alcun risultato apprezzabile. Più volte abbiamo esposto le nostre motivate critiche, a partire dalla missione navale europea Eunavfor Med-Sophia, a guida italiana, condotta per fasi successive (attualmente è in corso la fase due) e finalizzata alla adozione, nelle acque territoriali di uno Stato, di “..tutte le misure necessarie nei confronti di imbarcazioni e relativi mezzi anche eliminandoli o rendendoli inutilizzabili che siano sospettati di essere utilizzati per il traffico e la tratta..” cioè la fase tre che non è ancora stato possibile attuare per la mancanza delle risoluzioni Onu o dei consensi degli Stati costieri (per quanto ci riguarda con la Libia paese da dove partono la stragrande maggioranza delle imbarcazioni dirette verso le nostre coste).

Le varie cellule che compongono l’articolato sistema criminale integrato che si occupa di trasportare i migranti da un paese all’altro si possono individuare solo con la collaborazione (modesta, spesso completamente mancante) degli apparati di sicurezza e governativi dei vari paesi di origine e di transito dei migranti e dopo lunghe indagini di polizia giudiziaria. Indagini difficili sia per individuare capi e capetti dei vari gruppi di trafficanti che si spartiscono il mercato, che gli addetti ai ruoli intermedi ossia i facilitatori, i procacciatori, gli addetti alla vigilanza, alla logistica, che i “passeurs”, cioè i trasportatori di persone. Quello dei passeurs, lo ricordiamo, è il ruolo più esposto essendo maggiormente a contatto con i “clandestini” e quello più identificato nelle indagini dato che spesso è colto nella flagranza del delitto di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina sanzionato dall’art.12 del T.U. sull’immigrazione ( 770 i “passeurs” marini arrestati nel 2016 e 155 quelli nel 2017, al 13 maggio).

I passeurs in generale, nelle tipologie dei trafficanti di persone delineate nel tempo in varie analisi (tra cui la relazione del Copasir del 2009 e del Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale della Polizia Criminale del 2011), si collocano tra le organizzazioni poco strutturate, di terzo livello, precedute dalle organizzazioni etniche, di primo livello, in grado di gestire l’intero percorso migratorio e da quelle indicate di “medio livello” che gestiscono la fase operativa del viaggio e si caratterizzano, prima di tutto, per la notevole quantità di conoscenze specialistiche legate agli itinerari da percorrere e al tipo di trasporto da utilizzare.

Taluni analisti parlano anche di un “quarto livello” organizzativo facendo riferimento agli “utilizzatori finali” che ricevono i migranti e dal cui asservimento e sfruttamento traggono consistenti profitti. Naturalmente è difficile colpire i capi di queste organizzazioni soprattutto per le complicità e le coperture politiche di cui godono e intendiamo riferirci, in particolare, alla Libia dove questi traffici sarebbero impossibili senza la protezione di esponenti della guardia costiera libica, delle varie milizie ancora in lotta tra di loro, delle varie tribù che agevolano il transito ai confini meridionali, dietro pagamento, di migliaia di stranieri. È quanto ha ricordato, tranquillamente, poco più di un mese fa, Mohamed Haavy Sandu, leader della tribù dei Tebu (“..il 15% delle persone adulte lavora nel traffico dei migranti. È  la prima fonte di reddito..”) che il 30 marzo, con altri 59 capi clan ed il vice presidente del governo riconosciuto libico ( che ha ribadito il punto ancora negli ultimi giorni richiedendo aiuti per controllare le frontiere sud della Libia), aveva partecipato all’incontro romano, tenutosi al Viminale, con il ministro dell’interno Minniti sul tema “piani di sviluppo e controllo dei confini in Libia”.

Una dichiarazione del genere (fatta nel contesto della intervista rilasciata al Corriere della Sera del 4 aprile 2017), avrebbe potuto, forse, indurre qualche p.m. ad aprire un fascicolo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nei confronti del capo libico dei Tebu e di parte della sua tribù. Stavolta non sarebbe stata una mera “ipotesi di lavoro” e partiva da una “autodenuncia” di un “ospite” libico di rango appena uscito da una riunione al Viminale.

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