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La ‘ndrangheta in curva

Claudio Lenzi il . Piemonte

Juventus vs. PalermoVerrà ricordato come il mese orribile del calcio italiano o forse no, tanta è l’assuefazione a polemiche, scorrettezze, spaccature e violenze. Certo è che questo marzo appena concluso ha offerto in pochi giorni il peggio di un’intera stagione: Juventus-Milan con la coda di veleni e i danneggiamenti dello spogliatoio da parte dei rossoneri, senza una minima condanna dell’episodio da parte delle due società; la Lega di Serie A che prima ha votato faticosamente per il Tavecchio-bis al vertice della Figc e poi si è spezzata in due (le 6 “big” Juve, Inter, Milan, Napoli, Roma e Fiorentina da una parte, i restanti 14 club dall’altra) sull’unico tema che conta davvero, la torta dei diritti televisivi; il calcioscommesse con l’ombra della camorra e le pesanti richieste di condanna della procura della Federcalcio verso calciatori, dirigenti e società, per associazione nel presunto illecito e omessa denuncia; gli atti vandalici e intimidatori subiti dal giornalista della Gazzetta dello Sport Mimmo Malfitano, per i quali il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis si è detto “dispiaciuto, ma è sempre stato un tifoso della Juventus”; la vergognosa catena di imboscate e aggressioni, infine, a Matera, Ancona, Catanzaro, Taranto e per ultima Barletta, dove il club ha ritirato le maglie, considerando i propri giocatori non degni d’indossarle, salvo poi stigmatizzare con forza l’aggressione sotto casa al loro portiere da parte di cinque teppisti incappucciati. Luigi Boschetto a soli 29 anni ha deciso di chiudere col calcio, perché «questo non è più sport».

La ’ndrangheta in curva?
In questo contesto sempre più preoccupante merita una riflessione a parte l’inchiesta “Alto Piemonte” della Procura di Torino sulla presenza della ’ndrangheta nelle province del nord ovest. Nel formulare le 23 richieste di rinvio a giudizio, i sostituti procuratori Monica Abbatecola e Paolo Toso hanno ravvisato 84 diversi capi d’accusa, tra i quali l’associazione mafiosa e il tentato omicidio. L’indagine, però, è salita agli onori della cronaca per un altro motivo, ovvero la presunta infiltrazione ’ndranghetista nel tifo organizzato della Juventus al fine di stabilire contatti con i dirigenti della società e gettare le basi di alcune attività illecite, su tutte il bagarinaggio dei biglietti – spesso introvabili allo Stadium – rivenduti a prezzi fino a cinque volte superiori. «Il compromesso è questo – spiegava lo scorso luglio Francesco Calvo, ex direttore commerciale bianconero, ora al Barcellona – per garantire una partita sicura, cedevo sui biglietti, sapendo bene che facevano business. Ho fatto questo perché ho ritenuto che la mediazione con il tifo organizzato, nell’ambito del quale mi erano note aggressioni anche con armi, minacce ed altro, fosse comunque una soluzione buona per tutti». A far da nesso tra la società e gli ultrà, secondo i pm, c’era anche Rocco Dominello, figlio del boss Saverio Dominello, 40 anni, incensurato, tipo da Jaguar e belle maniere, notato spesso fuori dalla sede del club. Domandano gli investigatori: «Vi siete mai chiesti da dove derivasse questa sua capacità di influenza sulla tifoseria?». E Calvi: «No, non ce lo siamo mai chiesti più di tanto». I Dominello, secondo gli atti dell’inchiesta, sarebbero l’espressione della ’ndrangheta di Rosarno in Piemonte, in particolare della cosca Bellocco-Pesce di Rosarno. Nessun dirigente della Juventus, invece, è mai stato indagato. «Per la procura di Torino la società non è parte lesa, ma neanche concorre nel reato: dunque, c’è una grande zona grigia» ha spiegato al Fatto Quotidiano Marco Di Lello, presidente del Comitato Mafia e Sport della Commissione Antimafia.

Il bianconero e il grigio
Cosa c’è in questa zona grigia? La Juventus e il presidente Andrea Agnelli sapevano di scendere a patti con esponenti della criminalità? Sono le domande che animano il lavoro della Procura Figc presieduta dall’ex prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro e della Commissione parlamentare Antimafia, come conseguenza dell’indagine penale. La Procura federale, in particolare, il 18 marzo scorso ha deferito Agnelli, Francesco Calvo, Alessandro D’Angelo e Stefano Merulla (all’epoca dei fatti direttore commerciale, addetto alla sicurezza e responsabile del ticket office) oltre allo stesso club, per non aver impedito «a tesserati, dirigenti e dipendenti della Juventus di intrattenere rapporti costanti e duraturi con i cosiddetti ‘gruppi ultras’, anche per il tramite e con il contributo fattivo di esponenti della malavita organizzata». Accuse respinte al mittente dalla società bianconera, che il 26 maggio – pur dichiarandosi responsabile d’irregolarità nella distribuzione dei biglietti ai gruppi organizzati – andrà a processo davanti al Tribunale nazionale della Figc per dimostrare la propria innocenza ed evitare le pesanti sanzioni (dall’inibizione fino a 3 anni alla radiazione). Contemporaneamente la Commissione Antimafia ha scelto di occuparsi delle infiltrazioni mafiose nel calcio partendo dalla Juventus per arrivare alla questione del boss di camorra Antonio Lo Russo, immortalato frequentemente a bordo campo durante le partite del Napoli di alcuni anni fa. Dopo Pasqua saranno sentiti il presidente della Figc Tavecchio insieme ai presidenti delle Leghe di serie A, B e Lega Pro (elezioni permettendo) oltre a Damiano Tommasi per l’Assocalciatori. Ma sono bastate le prime audizioni del procuratore Pecoraro e del legale della Juventus Luigi Chiappero per trasformare l’indagine in una rissa mediatica.

L’ultimo stadio dell’Antimafia
Juventini e antijuventini, ci sono tutti e ben rappresentati nella Commissione Antimafia presieduta dall’onorevole Rosy Bindi. C’è Stefano Esposito, senatore Pd, torinese trapiantato a Roma, ex assessore ai trasporti della giunta Marino. Uno ai cui piacciono i social network e certi tweet gli restano attaccati: «Gioire per la sconfitta della Juve è come essere impotenti ed esultare se qualcuno fa godere la moglie». Il primo settembre 2015 chiarisce meglio a La Zanzara: «Sono stato un ultrà della Juve […] ho fatto anche qualche trasferta a Roma. E cantavo ‘Roma m…, Roma Roma m…’ […] qualche rissa l’ho fatta». Da quando la Commissione si occupa della Juventus è la voce che interviene a difesa della società e su cui contano i tifosi bianconeri. Poi c’è l’onorevole ex Msi e Alleanza Nazionale Marcello Taglialatela, il cui «grave comportamento» è stato ripreso anche dalla presidente Bindi. Aveva già fatto parlare di sé per essersi fatto fotografare con una sciarpa con su scritto ‘Juve m…’. Non contento, sempre a La Zanzara ha rincarato la dose:  «Sono un ultrà del Napoli, canto Juve m… e la Juve paga gli arbitri! La Juve riceve favori e ha già falsato i campionati». Anche in Commissione la tensione è salita alle stelle, stando all’Huffington Post, con uno scambio di battute rovente tra l’avvocato bianconero Chiappero e il presidente del Comitato Mafia e Sport Di Lello, accusato di celebrare un “processo alla Juventus” in virtù della sua fede calcistica napoletana, per la quale avrebbe dovuto astenersi dal fare lezioni di morale, visti i trascorsi giudiziari della sua squadra. La seduta è stata immediatamente secretata. Basterà? Non al club vincitore degli ultimi 5 scudetti, che il 27 marzo ha trasmesso sul canale tematico JTv una lunga intervista all’avvocato Chiappero per spiegare, intercettazioni alla mano, le notizie fuorvianti diffuse dai principali quotidiani italiani. Il «fango» come sintetizzano i tifosi bianconeri. Non ce ne sarebbe stato bisogno – fan capire – se la vicenda si fosse aperta e chiusa in Procura a Torino. Invece è arrivata a Roma e ora… #desecretatepecoraro proprio così, una campagna di pressione alla Commissione Antimafia, affinché renda pubblica l’audizione del procuratore Figc Pecoraro. Tra una seduta dedicata alla presunta trattativa Stato-Mafia e una al rapporto tra massoneria e organizzazioni criminali mafiose. No, il calcio non è più uno sport da tempo.

@clenzi82

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