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Morto De Lutiis, storico dei servizi segreti

Francesco M. Biscione il . L'analisi

peppino de lutiisÈ morto lo scorso 13 marzo a Roma, in seguito ad aneurisma, lo storico Giuseppe De Lutiis, uno dei più importanti studiosi del terrorismo italiano e, in particolare, autore di importanti lavori sui servizi segreti.
Pubblichiamo il ricordo dello storico Francesco M. Biscione che ringraziamo per la preziosa testimonianza.

Ora che non c’è più sono più le domande che mi vengono in mente che le risposte che ho da dare. Per esempio, era mai stato religioso? Non ne abbiamo mai parlato. Forse sì. Il suo primo libro è del 1973 e porta il titolo L’industria del santino (editore Guaraldi), ma anche altri studi indicano un interesse sul tema. Pubblicò un saggio sui fenomeni carismatici nell’Italia centrale in un volume collettaneo su Questione meridionale, religione e classi subalterne (a cura di Francesco Saija, Guida editore, 1978) e ancora a casi di misticismo nel dopoguerra italiano era dedicato un saggio sulle Forme del sacro in un’epoca di crisi (con Franco Ferrarotti e altri, Liguori 1978).
Certo, abruzzese lo era di sicuro, legato alla terra d’origine anche da un accento che non aveva mai perduto. Pescarese, classe 1941, aveva avuto compagni di scuola il magistrato Emilio Alessandrini (di cui avrebbe scritto un’affettuosa biografia sul Dizionario biografico della Treccani) e Ennio Di Francesco, suo amico di sempre. Poi l’università a Napoli, sociologia.
Poi ancora il giornalismo. In particolare due testate: L’Astrolabio, diretto da Ferruccio Parri, e Nuova polizia, diretto da Franco Fedeli, rivista attorno alla quale si svilupparono i primi tentativi di un sindacato delle forze dell’ordine. Lo conobbi allora, nei primi anni Ottanta. Voleva scrivere per Nuova polizia un articolo sull’eversione nera a Tivoli, dove abitavo e dove il neofascismo si era sviluppato attorno a figure come Paolo Signorelli, Sergio Calore, Aldo Cesare Tisei.
Anche politicamente era persona a sé e dubito che abbia mai avuto una tessera di partito. Certo era di sinistra, ma una sinistra per così dire “di Stato”, lontana tanto dal rivoluzionarismo gruppettaro quanto dalla tipica milizia nel Pci, sebbene avesse molti amici comunisti. Semmai idealmente vicino al libertarismo socialista, con un rispetto sacrale delle istituzioni e, proprio per questo, determinato a un’appassionata critica delle loro disfunzioni.
La sua grande occasione di studioso se la costruì da solo, nel 1984, pubblicando la Storia dei servizi segreti in Italia (Editori riuniti), libro nuovo, originale e appassionante. Era insieme la storia di un’istituzione e la critica di essa, basata sul poco materiale al tempo reperibile: articoli di giornale sparsi, le prime inchieste giudiziarie, forse qualche confidenza. De Lutiis riuscì a fare di quel materiale informe una narrazione coerente, a descrivere un pezzo della recente e drammatica storia del paese attraverso un istituto essenziale, che proprio per la funzione di cerniera – tra civile e militare, tra sovranità nazionale e alleanza atlantica – maggiormente risentiva delle tensioni della guerra fredda.
La sua figura di intellettuale e di studioso divenne rapidamente centrale e il lavoro compiuto gli valse l’attenzione di molti lettori. Non tutti benevoli. E se uscì a testa alta dai procedimenti per diffamazione, lo stress per alcuni processi accentuarono la sua cardiopatia. Ma non arretrò di un solo centimetro e lavorò costantemente negli anni per ampliare, aggiornare, migliorare quel libro. Ne uscirono nuove edizioni (1991, 1998), e un’ultima, la migliore, con il titolo I servizi segreti in Italia, per Sperling & Kupfer, nel 2010. E uscirono tanti altri studi, scritti di sintesi e divulgazione, un saggio sul caso Moro (Il golpe di via Fani, Sperling & Kupfer 2007).
Ma De Lutiis divenne il punto di riferimento anche per coloro che si occupavano d’intelligence non solo come studiosi. Svolse diverse perizie presso i tribunali, celebre quella sulla documentazione su Gladio (Il lato oscuro del potere, Editori riuniti, 1996). Quando il senatore Giovanni Pellegrino fu eletto presidente della Commissione stragi (1994), si rivolse a lui per organizzare i lavori e, in seguito, ne fece un ritratto che ci piace qui riportare.
“Conoscere personalmente De Lutiis fu una sorpresa. Pensavo di incontrare una persona che fosse, in qualche modo, segnata dall’oscurità dei misteri, anche terribili, su cui per anni aveva indagato. Incontrai, invece, un uomo mite e gentile, timido e discreto. Nei modi e nell’aspetto lo avresti detto un entomologo, un ricercatore e un classificatore di insetti rari, oppure un archeologo preso alla ricerca di antichi e preziosi reperti. Poi capii che non poteva essere diversamente e cioè che l’autore era del tutto coerente alle pagine che avevo letto. De Lutiis penetra nei corsi occulti della storia italiana con la fredda passione di un ricercatore, attento all’analisi e alla classificazione, severo nel metodo, abile decrittatore dei segni, pronto a non cadere nella trappola che può nascere dalla loro ricorrente ambiguità”.
De Lutiis non ha mai lesinato aiuto a chiunque avesse voluto parlargli, incontrarlo, discutere con lui, mantenendo sempre nei rapporti personali un tratto di cortesia, di dolcezza, di lealtà. Ma negli ultimi anni era invecchiato precocemente e anche la sua potente memoria aveva subito colpi severi.
Siamo in molti, un’intera generazione, a dovergli qualche cosa e il suo lavoro resta una pietra miliare della lotta per la democrazia.

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