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Arresti in Campania: ecco il sistema “La Regina”

Donatella D'Acapito il . Campania

appalti-arresti-3Se qualcuno aveva ancora dubbi sull’utilizzo dell’espressione “camorra borghese” forse adesso, vedendo l’ultima sovrapposizione in ordine cronologico fra clan e appalti pubblici, ne avrà un po’ meno. Sì, perché fra i 69 destinatari delle ordinanze di custodia cautelare eseguite dal Nucleo Tributario della Guardia di Finanza di Napoli mercoledì 15 marzo scorso, figurano – accanto ai camorristi – politici, professori universitari, commercialisti, ingegneri, funzionari della pubblica amministrazione e faccendieri.
Diversi i reati contestati a vario titolo che vanno dalla corruzione, alla turbativa d’asta, al concorso esterno in associazione mafiosa.
Nell’ordinanza spuntano anche nomi importanti, come quello dell’ex assessore e ora consigliere regionale in quota Ncd Pasquale Sommese, l’ex sindaco di Pompei, Claudio D’Alessio, e l’ex primo cittadino di San Giorgio a Cremano, Domenico Giorgiano. E ancora: Adele Campanelli, dal 2010 alla guida della Soprintendenza Archeologica e dallo scorso febbraio direttrice del Parco Archeologico dei Campi Flegrei, e il presidente della Fondazione Banco di Napoli, Daniele Marrama, a cui sono stati contestati fatti esclusivamente attinenti alla sua attività.
Di certo non tutti erano a conoscenza di quale circuito stessero foraggiando, ma qualcuno sì.
E per la Procura dovevano saperlo Alessandro Zagaria, Mario Martinelli, Pasquale Garofalo e soprattutto Guglielmo La Regina, legale rappresentante dell’Archicons srl e perno del sistema, ai quali viene imputata l’accusa di presunte collusioni con la mafia casalese, perché considerati proprio l’emanazione dei clan di Casal Di Principe, in particolare di quelli Zagaria e Schiavone Russo.
Il vaso di Pandora si scoperchia dunque con un’inchiesta che passa al setaccio gli appalti pubblici in Campania. Un’inchiesta condotta da cinque pm della Dda partenopea – Catello Maresca, Maurizio Giordano, Luigi Landolfi , Gloria Sanseverino e Alessandro D’Alessio, a cui va aggiunta la pm Ida Frongillo, specializzata in reati contro la pubblica amministrazione – e coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli.
La svolta nelle indagini arriva grazie a Loredana Di Giovanni, considerata la faccendiera di molti colletti bianchi, che durante la passata campagna elettorale per le regionali si è adoperata per portare voti a Sommese. La Di Giovanni, finita ai domiciliari per l’inchiesta dello scorso anno sulla mancata ristrutturazione di Palazzo Teti Maffuccini di Santa Maria Capua Vetere, decide nell’aprile del 2016 di collaborare con la Procura e di svelare il ginepraio che collega una parte dell’imprenditoria alla politica campana.
Saltano così su 18 bandi – 11 dei quali fanno riferimento a musei, monumenti, parchi e siti archeologici e luoghi di cultura – da cui soprattutto il clan Zagaria, fazione dei Casalesi, riusciva a trarre vantaggi economici.
Si tratta di gare bandite fra il 2013 e il 2015, che muovevano un volume d’affari complessivo di 20 milioni di euro, nei comuni di Napoli, Pompei, Santa Maria Capua Vetere, Aversa, Piedimonte Matese, Riardo, Casoria, Cicciano ed Alife.
Al centro del sistema c’è lui: Guglielmo La Regina, professionista anche lui coinvolto lo scorso anno nello scandalo di Palazzo Teti, a cui spesso faceva da sponda proprio Sommese. La Regina non tralasciava nulla e aveva messo su un meccanismo raffinato: “Un sistema che andava dalla ideazione dell’opera da appaltare, alla sua esecuzione, fino al pagamento delle tangenti – spiega il procuratore Borrelli. Secondo quella che è l’impostazione accusatoria della Procura, che è stata ritenuta fondata dal Gip, abbiamo ricostruito un sistema in virtù del quale La Regina si immaginava l’opera pubblica e ne otteneva il finanziamento attraverso Sommese, successivamente forniva la sua attività all’Ente che doveva eseguire l’appalto, stabiliva con i funzionari che all’interno dell’Ente avevano la responsabilità della gara un prezzo per la corruzione – laddove il prezzo della corruzione era stato stabilito – e si riservava quasi sempre la possibilità di individuare i vincitori della gara sui quali sarebbe gravato concretamente l’onere di corrispondere il prezzo della corruzione in precedenza pattuito. La garanzia dell’aggiudicazione dell’imprenditore prescelto da La Regina veniva assicurata attraverso la relazione con professionisti (spesso professori universitari) che avrebbero fatto parte della commissione delle gare. Un sistema, insomma, articolato ma al contempo abbastanza semplice e complessivamente intelligente, perché garantiva la possibilità a La Regina di intascare soldi abbastanza puliti, perché li percepiva in prevalenza per la sua attività di progettista, fungendo per quel che riguardava la corruzione solo da mediatore e promotore fra la stazione appaltante e l’imprenditore che si aggiudicava l’appalto”.
La Regina aveva messo su un meccanismo che si autoalimentava e che finiva per coinvolgere professionisti di grido. Scrive il Gip: “In molti degli appalti esaminati il confronto tra le date degli atti formalmente adottati dalle stazioni appaltanti (presentazione del progetto di massima per l’ammissione ai finanziamenti ed adozione del bando di gara per l’affidamento della progettazione definitiva e/o esecutiva e dei lavori) e i file rinvenuti nel computer dello studio La Regina comprova, in maniera documentale e dunque incontrovertibile, che tali documenti sono stati preventivamente formati nello studio di La Regina e trasmessi alla stazione appaltante che li ha presentati come propri”. E La Regina non era tenuto a farlo. Continua sempre il Gip: “Delle due l’una; o La Regina è un benefattore che lavora gratis per gli enti pubblici (e le intercettazioni in atti escludono tale interpretazione della vicenda) o ha redatto tali progetti per consentire agli enti di accedere ai finanziamenti, bandire le gare, ottenere l’aggiudicazione dell’appalto in capo a ditte compiacenti e ricavarne un’utilità personale”.
Il ruolo di Sommese, invece, lo chiarisce Nunzio Fragliasso, attuale reggente della Procura: “Dalle risultanze investigative possiamo dire che Sommese aveva un ruolo strutturale in questo sistema illecito. Ciò si evince dai 5 episodi di corruzione e altrettanti di turbativa d’asta che sono contestati all’ex assessore regionale, dal periodo che va dal 2013 al 2015. Sommese ha un ruolo con il quale assicurava il finanziamento delle gare senza il quale non si poteva portare a termine l’accordo corruttivo”.
Una tempesta si è scatenata sulle province di Napoli e Caserta. Una tempesta che promette di avere ancora una lunga coda. Per capirlo, e per capirne bene sfaccettature e rischi connessi, conviene appellarsi nuovamente alle parole del procuratore Borrelli: “Quello che è emerso fino ad oggi è parziale. Questa misura cautelare interviene su fatti commessi nel triennio 2013-2015, ma altri fatti sono ancora oggetto dell’attenzione investigativa, altre indagini sono ancora in corso”.
Bisogna aspettarsi dell’altro, quindi, ma non è questa la cosa che più preoccupa Borrelli: “L’aspetto più allarmante di tutta la vicenda è proprio il numero di professionisti coinvolti. Questa cosa apre uno scenario inquietante sull’assenza di anticorpi contro la corruzione nella classe dirigente che invece, a quanto pare, spesso è coinvolta pienamente. Stavolta abbiamo avuto la fortuna, se così si può dire, di mettere sotto la lente d’ingrandimento quello che è l’elemento di connessione fra tutte le componenti del sistema, e cioè politica, professioni e imprenditoria. In molti casi abbiamo ritenuto che ci fosse una inconsapevolezza dell’esistenza di rapporti fra gli imprenditori coinvolti e il clan Zagaria: sto dicendo che gli imprenditori a volte non sapevano di agevolare il clan Zagaria, ma questo non assolve da colpe e responsabilità, perché una classe dirigente deve garantire la tenuta delle istituzioni e ovviamente un sistema così capillare di corruzione nell’aggiudicazione degli appalti lascia intendere che qualcosa va cambiato”.

 

 

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