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Verso il maxiprocesso alla ‘ndrangheta

Donatella D'Acapito il . Calabria

catturaTutte confluite in un unico procedimento. Questo è la decisione della Procura di Reggio Calabria, guidata da Federico Cafiero De Raho, sulle cinque inchieste che rappresentano senza dubbio il più importante capitolo di indagine sulla ‘ndrangheta nel 2016.
Si parla di “Mamma Santissima”, “Sistema Reggio”, “Fata Morgana”, “Reghion” e “Alchimia”: filoni investigativi condotti dalla Dda reggina che hanno visto impegnati carabinieri, polizia e guardia di finanza. Da qui, i 72 avvisi di conclusioni di indagini consegnati il 30 dicembre.
Ma perché riunire in un unico procedimento quei filoni investigativi? Perché si vuole evidenziare che si crede di aver dimostrato l’ipotesi investigativa che ha mosso ognuno dei cinque tronconi di indagine. E cioè che alla base degli affari ‘ndranghetisti c’è una regia comune, esiste una cupola, fatta di insospettabili, di personaggi che non si è abituati ad immaginare all’interno di una ‘ndrina, e che invece ben incarnano la capacità di cambiare pelle che permette alle mafie di sopravvivere.
Si profila, dunque, un maxiprocesso alla ‘ndrangheta: certo, siamo lontani dai numeri dell’inchiesta “Olimpia” del 1999, che ha visto sul banco degli imputati ben 283 persone. Ma la differenza qui la fanno le accuse e i soggetti coinvolti, i ruoli, il loro profilo.
Si va dall’associazione mafiosa al voto di scambio; dalla violazione della legge Anselmi alla corruzione, all’estorsione, alla truffa, per finire con il falso ideologico e la rivelazione di segreti d’ufficio.
Tra le persone che hanno ricevuto l’avviso di conclusione di indagini figura Stefano Caridi, il senatore del gruppo Grandi Autonomie e Libertà – in passato assessore regionale, di Forza Italia prima e Pdl poi- che si è costituito nel carcere di Rebibbia agli inizi dell’agosto scorso, dopo che il Senato aveva concesso l’autorizzazione all’arresto chiesto dalla Dda reggina. Dalle indagini fatte dai carabinieri del Ros e dalle carte dell’inchiesta “Mamma Santissima”, emerge che il senatore “fruiva dell’appoggio della cosca De Stefano”, operava “in modo stabile, continuativo e consapevole a favore del sistema criminale”, sistema che agevolava “mediante l’uso deviato del proprio ruolo pubblico, delle cariche di volta in volta ricoperte”.
Avviso arrivato anche all’avvocato Giorgio De Stefano, storica figura dell’omonima famiglia della ‘ndrangheta reggina, e all’avvocato ed ex parlamentare del Psdi Paolo Romeo, già più volte comparso nelle indagini che puntavano a ricostruire le trame occulte della ‘ndrangheta. Entrambi sono stati definiti dagli inquirenti “il motore immobile del sistema criminale”, i “soggetti cerniera che interagiscono tra l’ambito visibile e quello occulto dell’organizzazione criminale”.
Nei confronti dell’ex sottosegretario della Regione Calabria, Alberto Sarra, e del dirigente della Regione Francesco Chirico, si ipotizza invece l’accusa di aver fatto parte di una componente “riservata” o “segreta” della ‘ndrangheta reggina, accusa questa condivisa con De Stefano, Romeo e Caridi.
Stessa sorte per l’ex assessore comunale, Amedeo Canale, per Saverio Genoese Zerbi, l’avvocato Antonio Marra e un funzionario della Corte d’Appello, Aldo Inuso; con loro anche la giornalista Teresa Munari e il magistrato in pensione Giuseppe Tuccio. Tutti sono accusati di far parte di un’associazione segreta, capace di infiltrarsi negli enti locali dettandone gli indirizzi politici.
Avviso pure per due dipendenti del Tribunale di Reggio Calabria, accusati di falso e truffa per aver aiutato un aspirante avvocato a superare l’esame di ammissione alla professione. Ancora, comunicazione di indagini concluse per il presidente della Provincia di Reggio Calabria, Giuseppe Raffa, e per l’ex sindaco di Villa San Giovanni, Antonio Messina.
Salta agli occhi, poi, il nome di don Pino Strangio, parroco del santuario della Madonna di Polsi.
Stando alle carte, don Pino, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, “mediava nelle relazioni fra esponenti delle forze dell’ordine, della pubblica sicurezza ed esponenti di rango della ‘ndrangheta”. Una capacità di influenza, quella del sacerdote imparentato con i Nirta-Strangio di San Luca, che lo avrebbe portato ad essere tra gli artefici della pace fra cosche seguita alla mattanza di Duisburg, nel 2007.
Tutto, quindi, in un unico procedimento. Un lavoro di mesi, fatto con pazienza certosina, che il Procuratore Capo Federico Cafiero De Raho ha condotto insieme all’aggiunto Gaetano Paci e ai sostituti Roberto Di Palma, Giulia Pantano, Giuseppe Lombardo, Stefano Musolino e Walter Ignazitto. Molte anche le inchieste del passato ripercorse per portare alla luce chi sperava di restare nell’ombra.
Molto è stato fatto nel 2016. E adesso si aspetta di vedere alla sbarra la cupola ‘ndranghetista, quella che per gli inquirenti non si accontentava di coordinare e dirigere gli affari per delle ‘ndrine, ma che puntava direttamente ad “alterare l’equilibrio degli organi costituzionali”. Insomma, il 2017 è appena cominciato…

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